1944, Varsavia combatte sola

“…sulla pelle di un popolo già stanco
stanco marcio di chiese e di profeti
da una parte e dall’altra tutti uguali
perché a stare in trincea
sono gli uomini normali
non i capi di Stato o i generali,
perché a stare in trincea
sono gli uomini normali
non i vescovi e neanche i cardinali”.

(“Varsavia”, Pierangelo Bertoli)

Il 31 Luglio 1944 il generale polacco Tadeusz Komorowski “Bór” diede ordine di cominciare la rivolta nella città di Varsavia contro l’occupante tedesco: “l’ora-W” (dal polacco wybuch, “scoppio”) era fissata per le 17 del giorno successivo. Il 1 Agosto 1944 una leggera pioggia bagnava Varsavia e affacciandosi dalle finestre dei palazzi più alti, o salendo sui tetti rossi delle case della Città Vecchia, si potevano osservare gli accampamenti sovietici sulla riva orientale della Vistola: l’Armata Rossa guidata dal generale Rokossovsky aveva infatti raggiunto la capitale polacca.

Facciamo un breve passo indietro. Il 1 Settembre 1939, in virtù del patto Molotov-Ribbentrop, stipulato nell’Agosto del 1939 tra Urss e Terzo Reich, i tedeschi per primi e i sovietici appena sedici giorni dopo, invadono e si spartiscono la Polonia seguendo la linea formata dai fiumi Narew, Vistola e San. Il 28 Settembre Varsavia cade sotto controllo tedesco. L’ambasciatore polacco di stanza a Mosca Wacław Grzybowski, rivendicando la violazione, da parte dell’Urss, del precedente patto di non aggressione stipulato fra polacchi e sovietici nel 1932, si sentì dire che, non essendoci più un governo in Polonia, anche il patto cessava di esistere. Comincia dunque l’occupazione. Nella zona occidentale controllata dai tedeschi si dà inizio all’efferata persecuzione degli ebrei: relegati a vivere nei ghetti, il primo costruito appena 38 giorni dopo l’invasione del 1 Settembre a Piotrków Trybunalski, vicino Łódz, saranno poi vittime della “soluzione finale”, sterminati nei campi di concentramento di Chełmno, Sobibor, Belzec, Treblinka e Auschwitz-Birkenau. Nella parte orientale controllata dall’Urss comincia l’indottrinamento sovietico.

Sin dall’inizio dell’occupazione il governo polacco si trasferì a Londra, cominciando a dirigere dalla capitale britannica l’Armia Krajowa, una delle più importanti forze di resistenza, per dimensione e organizzazione, dell’Europa intera. Passeggiando per le vie di Varsavia, oggi come nei giorni dell’occupazione tedesca, non è raro imbattersi in un particolare simbolo simile a un’ancora: era il simbolo dell’Armia Krajowa, la cosiddetta Kotwica (“ancora”), formata dalle lettere P e W e disegnata da una giovane ragazza polacca, Anna Smoleńska. Questa ragazza verrà arrestata dalla Gestapo nel 1942 e morirà ad Auschwitz nel 1943, a soli 23 anni.
La Kotwica comincia ad essere disegnata sui muri delle città polacche, stampata su francobolli e giornali della resistenza e il comandante dell’Armia Krajowa, il generale Stefan Rowecki, nel Febbraio 1943 ordinò che ogni atto di sabotaggio nei confronti degli occupanti andasse firmato con la Kotwica, che diventò dunque il simbolo attraverso il quale si riconoscevano tutti i polacchi impegnati nella resistenza. Il significato attribuibile alle due lettere si presta a diverse interpretazioni: si dice che inizialmente significasse “Pomścimy Wawer”, cioè “Vendicare Wawer”, uno dei massacri più efferati perpetrato dagli occupanti tedeschi nei confronti di civili polacchi, avvenuto nel 1939; altre interpretazioni suggeriscono invece che le due lettere significhino “Wojsko Polskie”, cioè “Armata Polacca”, oppure “Powstanie Warszawskie”, che significa “Insurrezione di Varsavia”.

Torniamo al 1 Agosto 1944. Cosa spinse il generale Komorowski a scegliere la via dell’insurrezione armata nei confronti dell’occupante tedesco, sempre più debole, e con l’imminente arrivo del I Fronte Bielorusso dell’Armata Rossa, appostata sulla riva destra della Vistola? Fu innanzitutto l’orgoglio dei cittadini di Varsavia, stremati dall’occupazione tedesca ma indomiti, feriti dall’arroganza e la crudeltà delle rappresaglie tedesche sui civili ma vogliosi di riscatto. Decidere di combattere significava dunque, per molti varsaviani, dimostrare di essere ancora vivi ed impegnati per la causa della propria nazione, nonostante tutto.
La decisione del generale Komorowski aveva inoltre anche una forte valenza politica: significava potersi presentare ai trattati di pace post-bellici avendo liberato la capitale con le proprie forze, e non grazie all’avanzata dell’Armata Rossa.

1 agosto 1944, ore 17:00: comincia l’insurrezione. I polacchi, grazie all’effetto sorpresa, riescono a conquistare alcuni quartieri della capitale: la Città Vecchia, Wola, Powiśle e parti di Ochota, Mokotów e Żoliborz. Gli iniziali successi dell’Armia Krajowa sono una boccata d’ossigeno per i cittadini di Varsavia e grande è l’euforia nelle zone liberate: sventolano le bandiere polacche, si ascoltano le trasmissioni radio della stazione Błyskawica che aggiornano sugli sviluppi bellici e si assapora, dopo tanto tempo, il profumo della libertà. La resistenza dei varsaviani in quei giorni di Agosto e di Settembre fu un qualcosa di eroico e fuori dall’ordinario, combattendo strada per strada contro gli occupanti tedeschi e riportando entusiasmanti successi. Tuttavia, sebbene il numero di effettivi dei due schieramenti fosse pressoché identico, grandi erano le differenze in relazione agli armamenti e al livello di addestramento dei due eserciti. Era sostanzialmente impossibile per l’Armia Krajowa solo pensare di poter sconfiggere, da sola, la super-potenza tedesca.

Varsavia infatti combatte sola. L’Armata Rossa, appostata nel quartiere di Praga sulla riva orientale della Vistola, non solo non mosse un dito per soccorrere ed aiutare l’Armia Krajowa, ma negò anche l’uso delle proprie basi ai bombardieri anglo-americani, che tentavano di rifornire di armi e beni di prima necessità gli insorti polacchi. Dal punto di vista spietato e lucido di Stalin non vi erano motivi per comportarsi in modo diverso: una volta vinta la guerra la Polonia sarebbe rientrata sotto la sfera egemonica sovietica e tanto più fosse stata lacerata tanto più facile sarebbe stato per l’Unione Sovietica imporre il proprio controllo. Stalin sapeva bene che la fine del Terzo Reich era solo questione di tempo, era dunque conveniente, dal suo punto di vista ed in ottica futura, lasciare svolgere il lavoro sporco di annientare la resistenza polacca alle SS. Nemmeno gli alleati britannici e americani fecero particolari pressioni: data l’importanza cruciale che l’Armata Rossa aveva per l’esito finale della guerra, era meglio non mettere i bastoni fra le ruote a Stalin in Europa orientale. George Orwell, il 1 Settembre 1944 sul Tribune, in polemica con l’atteggiamento anglo-americano nei confronti della tragedia che si stava consumando a Varsavia, scrisse: “Do remember that dishonesty and cowardice always have to be paid for. Don’t imagine that for years on end you can make yourself the boot-licking propagandist of the Soviet régime, or any other régime, and then suddendly return to honesty and reason. Once a whore, always a whore”.

Il 29 Settembre il generale Komorowski  telegrafa a Londra: “La nostra lotta è arrivata al punto finale”. Non ci sono più munizioni e generali alimentari per permettere all’Armia Krajowa di continuare la battaglia, la popolazione civile e l’esercito non hanno più niente da dare. Il 2 Ottobre Komorowski e Erich von Dem Bach firmano la resa polacca: più di 18.000 membri dell’esercito polacco e il numero impressionante di 200.000 civili polacchi morirono durante i 63 giorni dell’insurrezione.
Resteranno impresse a fuoco nella storia le parole del comunicato del governo polacco in esilio a Londra, emanato il 3 ottobre 1944:

“ Non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… Siamo stati trattati peggio degli alleati di Hitler in Romania, in Italia e in Finlandia. La nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di Francia, Belgio e Paesi Bassi. Ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di Dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa Egli punirne gli artefici.”

Subito dopo la resa polacca Hitler prende la folle decisione di ordinare l’evacuazione della città: Varsavia sarebbe stata completamente distrutta. Vengono formate squadre speciali addette alla demolizione, metro per metro e con meticolosità scientifica, di tutto ciò che è rimasto in piedi dopo i 63 giorni dell’insurrezione. Heinrich Himmler diffonde il comunicato:

“Ogni abitante deve essere ucciso, senza fare prigionieri. Che la città sia rasa al suolo e resti come terribile esempio per l’intera Europa.”

Il 17 Gennaio 1945, dopo aver osservato per più di sei mesi l’inferno che si scatenava in città dalla sponda orientale della Vistola, l’Armata Rossa entra a Varsavia, una città che ormai non esiste più. L’entrata sovietica nella capitale aveva un significato ben preciso: la Polonia del dopoguerra sarebbe stata, ancora una volta, sotto il giogo di una superpotenza, l’Urss.

Nonostante tutto, la città viene ricostruita completamente nell’immediato dopoguerra e il centro storico è oggi inserito nei luoghi patrimoni dell’Unesco in quanto “rappresenta un unicum nella storia del restauro applicato su scala urbana”. La fedele ricostruzione di Varsavia sarebbe stata impossibile se non ci fossero state le opere del pittore veneziano Bernardo Bellotto, “Canaletto”, nominato pittore di corte dal Re di Polonia nel 1768 e autore di una serie di vedute della città, che verranno utilizzate per la ricostruzione.
Il desiderio di riportare Varsavia alla bellezza di un tempo fu il motore che spinse i cittadini della città a rialzarsi ancora una volta. Lo scrittore polacco Leopold Tyrmand scrisse: “Uno degli studiosi calcolò che in quel tempo i varsaviani inalavano l’equivalente di quattro mattoni ogni anno. Dovevano amare la loro città per volerla ricostruire anche a costo della loro respirazione. Fu forse per questo motivo che, dai campi di battaglia di macerie e detriti, Varsavia divenne ancora una volta la vecchia Varsavia, l’eterna Varsavia… i varsaviani la riportarono in vita, riempiendo i suoi mattoni del loro caldo respiro”.

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