L’altra crisi migratoria: la risposta del Cile tra regolazione e polemiche

È arrivato il momento di mettere in ordine la casa che condividiamo.

Con queste parole, lo scorso 9 aprile il presidente liberale cileno Sebastián Piñera ha introdotto le misure con cui intende “rinnovare e modernizzare” la legge migratoria del paese latinoamericano, meta, nell’anno 2017, di quasi un milione di migranti, con un tasso di incremento del 232% dal 2014, secondo i dati governativi.

Incredibile ma vero, noi europei non siamo i soli a dover fare i conti con il fenomeno dell’immigrazione. La crescita economica, le istituzioni aperte e liberali, il rispetto dei diritti umani e l’alta qualità della vita fanno del Cile una meta straordinariamente attrattiva per i richiedenti asilo, soprattutto venezuelani, e i migranti economici, perlopiù haitiani. Storia questa che, mutatis mutandis, ci dovrebbe ricordare qualcosa.

Tante le analogie, dunque, ma anche tantissime le differenze tra il caso italiano e quello cileno, che sta scatenando in patria un dibattito acceso tra quanti sostengono la necessità immediata di porre un freno all’immigrazione sregolata e quanti invece inveiscono contro la durezza delle misure di Piñera.

Con tre risposte ad altrettante domande chiave, ecco il punto della situazione.

Cosa prevede la nuova Ley Migratoria?

Il progetto dell’inquilino del palazzo della Moneda prevede una regolazione restrittiva dei migranti, la cui permanenza in Cile sarà subordinata al possesso di differenti categorie di permesso di soggiorno a seconda dell’attività che intendono svolgere. L’emanazione di questi permessi è delegata all’ambasciata cilena nel paese del richiedente, per evitare che il migrante entri nel paese e poi si fermi clandestinamente.

Un particolare visto sarà rilasciato a coloro che intendono lavorare in Cile dopo aver ottenuto il posgrado (Master) in “una delle più prestigiose università mondiali”, secondo la lista stilata dal Ranking QS World University, in cui compaiono solo quattro università latine: preciso indicatore del fatto che il governo cileno stia tentando di attrarre un’immigrazione altamente qualificata proveniente dall’Europa e dal Nord America. Storcendo il naso, il giurista già Presidente del Consiglio Consultivo Nazionale per le Migrazioni Eduardo Thayer, commenta provocatoriamente che

alla fine, costringeremo le donne delle pulizie a laurearsi ad Harvard per lavorare in Cile.

Un caso particolare è quello degli haitiani e venezuelani. I primi dovranno sollecitare il permesso di soggiorno turistico al consolato di Port-au-Prince, e potranno fermarsi in Cile un solo mese, a differenza dei tre accordati a cubani e dominicani. I secondi potranno invece contare su un visto di “responsabilità democratica” relazionato con la crisi istituzionale che sta vivendo il paese: pura retorica politica, secondo gli esperti, perché il Cile è già tenuto dalla Convenzione di Cartagena a offrire diritto d’asilo, e ribadendo tale clausola non fa altro che inasprire la critica verso le azioni del governo dittatoriale di Nicolás Maduro.

Come uscirne? Una possibile alternativa

Durante un seminario dal titolo “La reforma migratoria en Chile: discutiendo las alternativas”, svoltosi lo scorso giovedì 17 maggio presso la Biblioteca Nacional di Santiago, Eduardo Thayer ha offerto una diagnosi della situazione, formulando la teoria del paradosso dell’immigrazione: si stanno applicando delle restrizioni ad un’immigrazione di cui l’economia ha fortemente bisogno, ma che la società non vuole. In pratica Piñera, a dispetto della sua vocazione liberale, starebbe rispondendo principalmente a un mal di pancia dell’elettorato, misura che in Europa chiameremmo “populismo”, ma che per ragioni storico-politiche non può essere analizzata con le stesse categorie di significato in America Latina.

Secondo Thayer, bisognerebbe stimolare il passaggio dalla frattura nazionale-non nazionale al conflitto di classe tradizione capitale-lavoro. I migranti dovrebbero essere inclusi in una proposta sociale che li inserisca in un preciso settore, quella dei lavoratori. Questa prospettiva marxista e internazionalista, ormai da tempo scartata dalle socialdemocrazie europee, cozza con il fatto che nello scenario del 2018 i più fermi oppositori all’immigrazione sono proprio gli operai non qualificati e non istruiti, che si sentono messi a repentaglio dalla globalizzazione.

Molto più realizzabile è invece la seconda proposta del giurista, di carattere squisitamente pragmatico, che prevede la formulazione di categorie più ampie per il visto, che non considerino i migranti come strumenti di lavoro, ma come persone che hanno delle traiettorie di vita, e possono decidere di trasferirsi in Cile spinti da stimoli familiari, sentimentali, o dal semplice ma quanto mai deflazionato desiderio di libertà.

Cile e Italia: due casi (dis)simili?

Italia e Cile stanno dimostrando un certo posizionamento anti-migratorio, seppur guidato da soggetti politici differenti: in Italia, i paladini della causa sono i partiti xenofobici di estrema destra e populisti; nel paese latinoamericano, un governo liberale e mainstream. Di fatto, la differenza nasce dal sistema politico: il presidenzialismo cileno, infatti, fa sì che Piñera incarni la reazione, sia essa moderata o estrema, alle politiche di apertura dei precedenti governi socialisti di Michelle Bachelet.

Inoltre, un ruolo chiave è giocato, in Italia come in Cile, dalle frontiere: mentre nel nostro paese il grosso dell’immigrazione procede dalle frontiere marittime delle isole – Lampedusa su tutte -, il Cile ha 7801 chilometri di frontiera terrestre. Per citare le parole di Eduardo Cardoza, del gruppo “Movimiento Acción Migrante”,

bloccare l’ingresso alle frontiere è come cercare di mettere una porta nel deserto, o nel mare.

Ha senso dunque ricacciare indietro e chiudersi in se stessi? O è arrivato il momento di cominciare a valorizzare la diversità?

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *