7 anni in Siria

Sulla scia delle Primavere Arabe, il 15 marzo 2011 la città di Daara (Siria meridionale) diventa protagonista di una dimostrazione di massa che vuole le dimissioni di Bashar al-Assad: succeduto al padre Hafez, Bashar è un esponente sciita del Partito Baath. Le dimostrazioni non tardano a diventare vere e proprie proteste. La maggior parte della popolazione siriana, così come molti disertori dell’esercito siriano, sono sunniti: le discriminazioni e le pressioni di un governo in cui non si riconoscono, fanno scattare la scintilla della guerra civile: nasce il Libero Esercito Siriano, deciso a ribaltare un governo che non si fa scrupoli a reprimere le proteste nel sangue.

In questo contesto, per un nuovo tipo di terrorismo, nato in Iraq, diventa estremamente semplice farsi strada all’interno dello Stato.

 

ISIS – Originariamente, quello che già nel 2004 si autodefinisce Stato Islamico (IS), fa parte del gruppo armato al Tawhid al Jihad, il cui leader è Abu Mussab al Zarqawi.

Di origine beduina, nasce a Zarqa (Giordania) nel 1967. È in carcere che abbraccia il salafismo, dottrina che predica il rigetto totale della cultura e dell’influsso occidentale. Una volta rilasciato, parte per l’Afghanistan per unirsi ai mujaheddin. È proprio qui che incontra Osama bin Laden, ma non condividendo l’idea di combattere con un nemico tanto lontano come gli Stati Uniti, convinto invece che si debba insediare uno stato fondamentalista nella regione per ottenere successo, al Zarqawi rifiuta di unirsi ad al Qaeda. Così al Zarqawi impiantò un campo di addestramento a Herat (Afghanistan) per formare attentatori kamikaze.

Nel 2003 organizza l’esplosione di un camion-bomba presso la sede delle Nazioni Unite a Baghdad, e dopo solo qualche giorno organizzò un attentato di cui gli occidentali non compresero il significato: un’autobomba andò a schiantarsi presso la moschea dell’Imam Ali, e tra gli sciiti rimasti uccisi c’è anche l’Ayatollah Muhammad Baqer al Hakim, guida spirituale dello Sciri. L’Ayatollah era giunto sul posto dopo la caduta di Saddam Hussein per tentare la vittoria della coalizione di cui era a capo e instaurazione di un Iraq democratico. Mentre noi scambiammo tale attentato per uno dei tanti scontri tra sciiti e sunniti, gli jihadisti colsero il messaggio di al Zarqawi: grazie a queste operazioni l’Iraq era rimasto senza un leader, e i disordini intestini ne rendevano semplice la conquista.

Nel 2004, Osama bin Laden mette al Zarqawi a capo delle forze di al Qaeda in Iraq: in tale veste, al Zarqawi guida un gruppo di jihadisti (al Tawhid al Jihad che cambierà poi nome in Stato Islamico in Iraq), guadagna seguaci e risorse. Dopo la morte di al Zarqawi ha inizio una lotta di potere all’interno del movimento jihadista per il controllo di al Qaeda in Iraq.

Altro membro di al Tawhid al Jihad era Abu Bakr al Baghdadi, che nel 2010 si proclama califfo dello Stato Islamico in Iraq: continua ad attaccare obiettivi statunitensi, diffonde un’immagine più nazionalista del suo movimento e alimenta il conflitto settario continuando il lavoro di al Zarqawi e attaccando gli sciiti. Al Baghdadi concorda anche con la politica di rafforzamento sul territorio di al Zarqawi, ed è consapevole che non potrà mai ottenere un vero successo finché il suo gruppo di jihadisti resterà così piccolo. Nel 2011 decide così di inviare una piccola spedizione di jihadisti in Siria, per assicurarsi che quella nazione offrisse reali opportunità di crescita al suo gruppo: gli jihadisti entrarono in Siria attraverso il deserto dell’Iraq nordoccidentale, e si resero conto che effettivamente avrebbero avuto dei vantaggi a penetrare in un territorio in cui la rivolta civile della Primavera araba si era trasformata in una guerra per procura.

 

SOVVENZIONARE LO STATO ISLAMICO – Desiderosi di un cambiamento di regime in Siria per costruire roccaforti economiche in Siria e in Iraq, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita – alleati USA – hanno finanziato le operazioni di al Baghdadi, fornendo anche addestramento e attrezzature militari occidentali.

Ovviamente, ad al Baghdadi non importava la causa siriana, ma il proseguimento del suo sogno di creare uno stato sunnita rifondando l’antico Califfato di Baghdad, e tra l’altro farlo abbattendo i governi di Iraq e Siria, guidati dai nemici sciiti. Oltre ad approfittare della guerra per procura, seguì altre abili strategie militari e politiche: fusione con Jabhat al Nusra, conquista di Baghdad a partire dalla sua “cintura”, alleanze con le tribù sunnite: sono in particolare queste alleanze a fargli raggiungere un’indipendenza economica tale da concedergli di staccarsi dagli sponsor internazionali. Il “Califfo” è riuscito a sottrarre ad al-Assad buona parte del territorio siriano.

 

L’ASPETTO PSICOLOGICO – Dal 2011 al 2014, in soli tre anni, al Baghdadi è riuscito a creare per l’Isis una roccaforte in Siria e una in Iraq, a creare e a unificare uno Stato. Lo ha fatto conquistando ogni territorio, secondo un tipo di guerra che non siamo più abituati ad affrontare. Alcuni studiosi del fenomeno Isis hanno parlato di un esercito molto semplice da distruggere, ma sta di fatto che al Baghdadi ha costruito la sua forza sulla debolezza occidentale, su un Iraq prostrato dall’invasione americana e sulla Siria afflitta da una guerra civile. Il leader dell’Isis ha costruito il consenso necessario giorno dopo giorno, ha costruito un ordine e una sensazione di stabilità in due nazioni governate da anni da caos e anarchia.  La sua attenzione, si è poi spostata su un altro versante: puntava agli obiettivi lontani, all’Occidente, ma in un modo del tutto nuovo.

 

Il suo atteggiamento così riservato e le sue abili –seppur inaccettabili- “campagne politiche” ci hanno mostrato un uomo preciso e perfettamente concentrato sul suo obiettivo. Non ha mai fatto passi falsi, neanche con l’attenta propaganda del suo Stato. Al Baghdadi ha deciso di affidare ad altri le conquiste e la creazione del caos e del sentimento di paura: agli occidentali stessi. Nella sua propaganda si mescolava un’azione decisa e un misto di giustizia e pietà: si riscuoteva la zakat, le strade erano rese sicure dalle perenni ronde della polizia, ognuno trovava il suo posto e poteva sentirsi utile all’interno del califfato. A quanto pare, proprio questa forma di sicurezza spinge gli occidentali ad abbracciare la causa del califfo. Le nostre società sono ormai incubatrici di pessimismo e di una tale quantità di libertà che la mancanza di formazione rende difficile gestire, è più facile perdersi che trovare la giusta strada, specialmente se bombardati da notizie catastrofiche sull’avvenire e sulla mancanza di lavoro. Più che per la sua caratteristica patriarcalità, il successo della religione islamica va ricercato a mio parere nella sua capacità di essere fonte inesauribile di certezze. Al Baghdadi ha lavorato affinché fossero gli altri a combattere materialmente le sue guerre.

 

LA “FINE” DELL’ISIS E GLI SVILUPPI DELLA GUERRA – Nel maggio del 2017 il ministro della Difesa russo annuncia la morte di al-Baghdadi; pochi mesi dopo, Rohuani annuncia la sconfitta dell’Isis. È una sconfitta fittizia, poiché i proseliti non mancano di certo. Afrin e Ghouta hanno dimostrato che la situazione non è migliorata, ma che il focus si è spostato verso la politica internazionale: al-Assad, forte delle sue alleanze, combatte ora degli indefiniti ribelli e un’esigua cellula di al-Nusra ancora in vita: il cessate il fuoco stabilito dall’ONU è durato solo qualche ora. Le morti civili continuano ad accumularsi, le rivendicazioni internazionali la fanno da padrone, il regime continua a combattere chi vuole che Bashar al-Assad ceda.

Cosa è cambiato in questi sette anni? Delle dimostrazioni di massa si sono trasformate in guerra, la guerra civile si è trasformata in una corsa al potere per i gruppi terroristici, la corsa al potere è rimasta, ma oggi gli attori sono altri: pericolosi giochi di alleanze internazionali fanno presagire non la fine del conflitto, ma persino un suo allargamento.

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