UE: all’indomani del voto

Ieri si sono concluse le quattro giornate dedicate alle elezioni per il nono rinnovo del Parlamento europeo. Con un’affluenza media superiore al 50%, in aumento rispetto al 2014, la partecipazione a queste europee si conferma la più alta degli ultimi vent’anni. Come conseguenza della recessione seguita alla crisi economica del 2008, ma secondo una tendenza cresciuta soprattutto negli ultimi anni, il dibattito sullo stato attuale e sul futuro dell’Unione si è progressivamente ampliato.

Iniziando dalle critiche sulla distanza tra istituzioni dell’UE e cittadini, passando per la discutibile gestione della crisi economica e le opposizioni alle politiche di regolamentazione dell’accoglienza dei migranti, fino ad arrivare alle richieste da parte di alcuni Paesi di una maggiore sovranità nazionale, la stabilità dell’unione è stata messa indubbiamente alla prova, e queste elezioni sono state percepite come una sorta di “cartina tornasole” per testare l’umore degli elettori, e più in generale, per verificare a che punto siamo con il progetto europeo.

L’esito del voto era tutt’altro che scontato: con la legittimità delle istituzioni europee attaccata dai partiti populisti, il percorso verso una maggiore integrazione ostacolato dai rinvigoriti movimenti nazionalisti e il disastroso evolversi della Brexit, queste elezioni sono state preannunciate da un clima di incertezza.

Vediamo, quindi, qual è stato il risultato di questa votazione, forse la più incisiva sia sugli equilibri comunitari che sugli assetti nazionali.

La composizione del nuovo Parlamento

Nonostante si fosse temuto un ribaltamento non indifferente della composizione del Parlamento europeo, i risultati finali attestano che la situazione non è mutata in modo drastico rispetto al 2014. Il PPE (Partito popolare europeo, orientato al centro-destra), pur perdendo oltre trenta seggi si riconferma la prima coalizione, con una maggioranza del 23,97%; segue, sempre con un lieve calo, il partito dei Socialisti e Democratici a poco più del 19%. I partiti sovranisti crescono, ma non sfondano: l’ENF (Europa delle nazioni e delle libertà), di cui fa parte la Lega del vicempremier Matteo Salvini, guadagna venti seggi e arriva a poco meno di 60, mentre il Gruppo dei conservatori e riformisti, che ha come membro anche Fratelli D’Italia di Giorgia Meloni, non raggiunge gli stessi risultati del 2014 e si ferma anch’esso a 60 seggi. Ne complesso si può parlare di aumento, ma non certo di boom.

Ma la vera sorpresa di queste elezioni sono stati i risultati ottenuti dall’alleanza dell’ALDE (democratici e liberali) e del Gruppo dei verdi: mentre la prima acquista ben 40 seggi in più rispetto alla precedente legislatura, stabilizzandosi oltre il 14%, il secondo arriva a 69 seggi totali, sorpassando anche i Conservatori e riformisti. I partiti ambientalisti hanno avuto successo specialmente in nord Europa, in Paesi (come la Germania) in cui erano una formazione politica già stabile e influente in precedenza, ma hanno sicuramente beneficiato negli ultimi tempi della preponderanza nel dibattito pubblico dei temi legati all’ecologia, grazie anche alle dimensioni raggiunte dalla protesta mondiale ispirata dalla giovane attivista Greta Thunberg. Per quanto riguarda i liberali, è possibile che svolgano la funzione di “ago della bilancia” per facilitare la formazione di coalizioni in un Parlamento senza una chiara maggioranza.

Fonte: European Parliament

I risultati negli Stati membri

Analizziamo brevemente quali sono stati i risultati più rilevanti negli Stati membri:

In Francia, il Rassemblement National guidato da Marine Le Pen è il primo partito con il 23,2% dei voti. La lista europeista Reneissance, legata al partito Republique En Marche del presidente Emmanuel Macron, si ferma al 21,9%, sintomo del fatto che l’elettorato non ha del tutto riacquistato la fiducia in Macron, messa a dura prova soprattutto dalle protste dei gilets jaunes degli scorsi mesi. I Verdi conquistano un risultato non indifferente, salendo al 13% e superando i socialisti.

In Germania la Cdu, il partito di Angela Merkel (ancora un punto di riferimento per i tedeschi nonostante l’annunciato ritiro dalla politica), rimane stabile in cima alla lista con quasi il 28% dei voti, pur soffrendo un lieve calo. I Verdi aumentano di ben dieci punti percentuali rispetto al 2014 e diventano il secondo partito; di tale aumento ne risentono i socialisti dell’Spd, che scende al 15%.

In Spagna, dove l’affluenza è aumentata dal 34% del 2014 al 50%, vince il Psoe di Pedro Sánchez toccando quasi il 30%; i popolari in calo acquistano 11 seggi, mentre anche la formazione di estrema destra Vox riesce a entrare nel Parlamento europeo con tre seggi.

In Ungheria, la campagna elettorale ultranazionalsta e anti-immigrazione messa in campo dal premier Viktor Orban si è rivelata vincente, facendo guadagnare al suo partito Fidesz oltre il 52% dei voti. Risultato senza precedenti per la formazione decisamente euroscettica di Orban.

In Grecia le elezioni europee hanno portato con sé un terremoto politico che ha scosso le fondamenta del governo. Il premier Alexis Tsipras ha annunciato elezioni anticipate a fine giugno già prima dell’apertura delle urne; gli esiti elettorali hanno confermato la perdita dei consensi di Syriza, il partito di governo, fermo al 25% e nettamente battuto dei conservatori di Nea Demokratia, saliti al 33%. I conservatori ora chiedono che questo cambio si rifletta anche a livello nazionale, accusando Syriza di aver perso la fiducia dei propri elettori.

La paradossale (per non dire ridicola) partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee ha avuto come risultato l’affermazione dell’Ukip di Nigel Farage come primo partito, seguito dai liberal-democratici al 20%. I Tories della Premier Theresa May, che ha fissato le proprie dimissioni per il 7 giugno, registrano un tonfo clamoroso e si fermano al 7,5% dei voti.

I risultati in Italia

In Italia il vincitore indiscusso è la Lega di Matteo Salvini. Il suo partito raggiunge il 34,3% dei voti (alle europee del 2014 aveva il 6%, alle politiche dello scorso anno è arrivato al 17%) e lui personalmente raccoglie oltre due milioni di preferenze. Il successo della Lega era forse annunciato, anche se probabilmente non ci si aspettava fosse così netto. Osservando l’affermazione del suo partito come ormai inevitabile e determinante presenza nel panorama politico italiano, il Ministro dell’Interno specifica che non sfrutterà i risultati ottenuti alle europee per fare pressioni sui suoi alleati di governo e far pendere gli equilibri dalla sua parte. Il suo avversario, sostiene, «era e resta la sinistra». In ogni caso, la Lega ora potrebbe essere il secondo partito al Parlamento europeo o addirittura il primo ex aequo, potendo conquistare tanti seggi (29) quanto la Cdu della Merkel.

Il Partito Democratico, sotto la guida del neo segretario Nicola Zingaretti, si riprende dall’imbarazzante esito delle politiche del 2018 e sale al 22,7%, piazzandosi al secondo posto e superando il MoVimento 5 Stelle, sceso dal 32,2% dell’anno scorso al 17%. Il leader Luigi Di Maio riconosce la sconfitta ma si dice pronto a ripartire, «da qui in poi [dando] più attenzione ai territori». Nonostante il PD sia lontano anni luce dall’incredibile 40% ottenuto cinque anni fa, sembra che ci siano dei segnali di ripresa.

Forza Italia si ferma all’8%, in calo rispetto al 14% delle politiche, rivelandosi sempre meno incisiva nell’arena della destra italiana. Al contrario, Fratelli D’Italia di Giorgia Meloni cresce sorprendentemente e raggiunge il 6,46%, risultato che la leader definisce come «il secondo miglior dato di crescita dopo Matteo Salvini».

La sinistra, com’era prevedibile, è stata penalizzata dalla frammentarietà. +Europa di Emma Bonino non ha superato la soglia richiesta del 4%, avendo scelto di non unirsi in lista unica con il PD. Rimangono al di sotto anche La Sinistra e Europa Verde e, dal lato opposto dello spettro politico, anche i partiti di estrema destra Casa Pound e Forza Nuova.

È certo che gli esiti di queste elezioni peseranno sulle decisione che verranno prese a Bruxelles d’ora in poi e , per esteso, sul futuro dell’Unione per i prossimi cinque anni. Si è notato però, come siano state decisive anche a livello nazionale: a partire dalla crisi di governo greca, fino al probabile riassestamento all’interno della maggioranza gialloverde in Italia.

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