La Cina, le Olimpiadi e il calcio: la sfida egemonica parte dallo sport

La Cina è vicina è il titolo di un film del lontano 1967 di Marco Bellocchio. Quando i nostri genitori e nonni lo vedevano, ripetendo il titolo come un adagio, la Cina non era vicina per niente, se non negli sparuti gruppi di maoisti che leggevano il Libro Rosso di Mao Tse-tung auspicando chissà quale rivoluzione popolare (in Italia?). Ebbene, dal 1967 le cose sono cambiate. Via al bipolarismo, via all’Unione Sovietica, via alla Cortina di Ferro, e soprattutto ingresso in quella che è stata definita l’era post-ideologica. Di questa era, la Cina è massimo emblema: Repubblica Popolare comunista dentro i confini e potenza capitalista sfrenata fuori; una delle più grandi economie di mercato al mondo, sotto la supervisione vigile del governo e del partito.

Nessuna contraddizione, dunque, ma un vero e proprio modello, che sembra aver consolidato solide radici in un paese che, viste le dimensioni e la demografia immense, nell’era di Internet e delle grandi rivolte e primavere armate, dovrebbe essere a rischio di tracollo, e invece gode di un’incredibile stabilità, rinvigorita nel post Tienanmen. Finita (o comunque notevolmente ridimensionata) la grande epoca del Made in China, ora delocalizzato in Vietnam, Pakistan, Bangladesh, il colosso asiatico sta mostrando i muscoli alla grande potenza mondiale, gli Stati Uniti d’America, in vista di quella che alcuni teorici delle Relazioni Internazionali, su tutti John Mearsheimer, stanno preconizzando come la grande sfida egemonica del XXI secolo.

A differenza delle grandi sfide egemoniche del passato, che si combattevano a suon di battaglie campali e centinaia di migliaia di morti, il sistema internazionale attuale, vuoi per le armi atomiche, vuoi per l’interdipendenza economica, richiede sfide più sottili, lenti ed accurati lavori di logoramento. Parte proprio da qui, a mio avviso, la grande battaglia che la Cina ha ingaggiato col resto del mondo sul versante sportivo, che sarà appunto il tema centrale di questo mio articolo.

In particolare, la mia tesi, che svilupperò brevemente nei prossimi paragrafi, è che l’incredibile e repentina ascesa della Cina nel mondo dello sport (reale e finanziario) non risponde più ai canoni ideologici del XX secolo, né ad un divertissement come potrebbe essere stato il modello arabo dei primi 2000, ma ad un preciso disegno geopolitico e strategico.

Innanzi tutto, è interessante notare come i regimi totalitari o dittatoriali, nel corso di tutto il ‘900, abbiano investito risorse cospicue per primeggiare nel mondo sportivo: era questo il modo migliore per mostrare al resto del mondo il proprio benessere, la propria ricchezza, ma soprattutto il primato della propria ideologia. Alcuni casi storici vengono in nostro supporto. Ad esempio, l’Italia fascista, con ambizioni di grande potenza imperiale, vinse ben due mondiali di calcio, e si classificò seconda, con 12 ori, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932. Nello stesso anno, la Germania di Weimar dilaniata dalla crisi otteneva un magro bottino di soli 3 ori, per vincere il medagliere olimpico appena quattro anni dopo, nell’Olimpiade di casa, sotto lo sguardo vigile di Adolf Hitler. Numero di ori: 33.

Chiaramente, in questi dati è impossibile ignorare le cosiddette democrazie popolari. Come non ricordare che la Germania Democratica, confine del blocco sovietico, è ancora oggi in top ten nel medagliere storico, con ben 153 ori e tanto doping di stato all’attivo? O che a Los Angeles 1984, l’Olimpiade del grande boicottaggio sovietico, uno dei pochi stati comunisti partecipanti, la Romania del terribile Ceausescu, si classificò seconda con ben 20 ori? O ancora, che appena quattro anni dopo, a Seul, Bulgaria, Ungheria e Romania ottennero risultati migliori di Francia, Italia e Gran Bretagna? Per non parlare di Cuba, la piccola isola caraibica che vanta 77 ori olimpici, contro i 9 della gigantesca India.

Insomma, lo sport è stato da sempre uno dei punti essenziali del primato ideologico. Ma in epoca bipolare, la Cina popolare non compare mai nelle statistiche. Da una parte, le controversie sul suo stato giuridico non le permisero di partecipare ai giochi fino al 1980; dall’altra, e questa è a mio avviso la ragione fondamentale, lo scontro della guerra fredda non permetteva alla Cina di inserirsi, se non come pedina minore, in uno scontro tra est e ovest, Stati Uniti e blocco sovietico e dell’Europa centro-orientale.

Bisogna aspettare gli anni ’90, e poi definitivamente il nuovo millennio, per vedere la consacrazione della Cina sul palcoscenico mondiale. Per questo, è stato escogitato un duplice livello: fare incetta di medaglie e titoli negli sport olimpici, identificati come minori a livello di pubblico e di diritti televisivi, ed inserirsi a livello finanziario ed organizzativo in quelli maggiori. Nel primo caso, gli ultimi tre medaglieri sono emblematici della crescita cinese: prima per distacco a Pechino 2008, seconda dietro gli Stati Uniti a Londra 2012 (ma prima dei padroni di casa inglesi), terza dietro le due superpotenze anglosassoni a Rio 2016. Nel secondo livello di analisi, si vede invece come la Cina abbia inaugurato da pochi anni il suo primo circuito di Formula 1, organizzi ormai con regolarità un torneo ATP Master 1000 di tennis, e soprattutto abbia decuplicato la sua presenza nel mondo del calcio.

Questo argomento richiede ovviamente un paragrafo a parte, e si ricollega inevitabilmente all’acquisizione da parte di cordate cinesi delle due principali società calcistiche milanesi. Da una parte, l’Inter è finita per il 68,55% in mano a Zhang Jindong, 403esimo uomo più ricco al mondo; dall’altra, si discute da mesi dell’acquisto per mano cinese del Milan, con la presenza presunta della China Huarong, società appartenente allo stato. E non è un caso che la città in questione sia proprio Milano, capitale economico-finanziaria del Bel Paese. Oltre a queste due big, i cinesi possiedono quote rilevanti di Nizza, Atletico Madrid, Lione, Manchester City e molte altre squadre di club europee. Di contro, i Paperoni del calcio cinese stanno portando in patria, come prodotti esotici, sempre più calciatori provenienti dai massimi campionati europei, offrendo loro ingaggi faraonici per giocare nel campionato locale. Quindi, importazione dall’Europa di materie prime, ed esportazione di capitali in Europa, in una sorta di riedizione del commercio coloniale, a parti invertite.

In questo sistema che si va sempre più consolidando, tuttavia, si è inserito un nuovo tassello che, a mio avviso, rafforza ancora di più l’ipotesi egemonica cinese. Sembra infatti che il governo abbia imposto, a inizio gennaio, lo stop alle spese folli per il calcio. Potrebbe sembrare un controsenso, ma è proprio qui la sostanziale differenza tra un piano egemonico e un semplice sperpero. Infatti, ponendo un limite agli ingaggi e al monte acquisti delle squadre cinesi, si evita la riproposizione sotto mentite spoglie del modello arabo tanto in voga nello scorso decennio, e cioè: spese pazze coi proventi del petrolio, squadre acquistate senza razionalità e poi lasciate marcire quando la voglia passa. Vedi Malaga. La Cina, regolarizzando il mercato, sta dando un duplice segnale: controllo da parte del governo, che rimane sempre un attore importante nella partita che si sta giocando, e impegno ad un piano di sviluppo, anche del settore locale, che potrebbe condurre la Cina all’organizzazione dei mondiali del 2030. Insomma, evitare gli errori del commercio coloniale.

Ora la Cina è vicina, davvero. I modelli europei tradizionali sono destinati a perire di fronte allo strapotere, finanziario e demografico, del gigante asiatico. Ma la sfida egemonica che si va delineando, quella per il controllo dell’Europa, non è una riproposizione di Space Jam: i cinesi non sono gli alieni che vogliono portare nei loro parchi giochi la nostra pallacanestro e il talento di Michael Jordan. Tutt’altro. La Cina sta mettendo in atto un progetto di egemonia, che parte da un settore imprescindibile della cultura e del potere. Fin dai tempi degli antichi romani. Panem et circenses.

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