A braccia aperte

“Visto quanto oggi riportato su diversi organi di stampa, ci preme precisare che nessuna denuncia è stata presentata nei confronti del governo italiano né della sua guardia costiera.”

Si apre così il comunicato dell’ONG spagnola Proactiva Open Arms, pubblicato il 22 luglio 2018 in risposta a una serie di accuse mosse da diversi mezzi di comunicazione italiani. Alcuni giornali, infatti, hanno dichiarato che l’ONG aveva intenzione di denunciare la guardia costiera italiana, oltre a quella libica, per omissione di soccorso e omicidio colposo in seguito al ritrovamento dei cadaveri di una donna e un bambino e al salvataggio di un’altra donna al largo delle coste libiche. Ma andiamo con ordine.

L’organizzazione – Come si può leggere sul sito, Proactiva Open Arms è un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro che si pone come obiettivo quello di aiutare i rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa fuggendo da conflitti, persecuzioni o condizioni di povertà. La sua zona d’azione comprende il Mar Egeo e il Mediterraneo Centrale.

Josefa – Martedì 17 luglio, alle 7.30 del mattino, Josefa, 40 anni, originaria del Camerun, è stata tratta in salvo da Open Arms al largo delle coste della Libia. Del gommone su cui viaggiava erano rimasti ormai pochi frammenti sparsi e lei era rimasta per due giorni in mare, aggrappata a una tavola, e al momento del salvataggio era sotto shock e in condizione di ipotermia. Insieme a lei sono stati trovati i cadaveri di un’altra donna e di un bambino di età stimata tra i 3 e i 5 anni, anch’essi portati a bordo della nave. Inizialmente le dinamiche dell’accaduto non erano chiare, anche perchè i racconti di Josefa erano, comprensibilmente, piuttosto confusi.

La denuncia – Come raccontato sul sito di Internazionale dalla giornalista Annalisa Camilli, che in questo periodo si trova a bordo della Open Arms, alcuni membri dell’ONG avevano ascoltato una conversazione avvenuta il 16 luglio tra la guardia costiera libica e il mercantile Triades (battente bandiera panamense), avvisato dalla guardia costiera italiana della presenza di due gommoni in difficoltà al largo delle coste libiche, nella stessa zona in cui è avvenuto il salvataggio il giorno seguente. Dopo ore di discussione, la guardia costiera libica ha assicurato il mercantile che sarebbe intervenuta per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà. Ciò che non è ancora chiaro è cosa sia successo esattamente ai gommoni e perchè sul luogo del naufragio siano state ritrovate solo tre persone, di cui due decedute. Ed è a questo punto che scatta l’accusa diretta di Open Arms: Oscar Camps, fondatore dell’organizzazione, punta il dito contro la Libia, che più o meno nelle stesse ore ha annunciato di aver intercettato un gommone con 158 persone a bordo più o meno nella stessa zona in cui Open Arms ha avvistato Josefa. In un tweet  viene denunciata  l’omissione di soccorso in acque internazionali e l’abbandono di tre persone da parte della guardia costiera libica, legittimata dall’Italia. Il messaggio si conclude con la frase che probabilmente ha fatto scattare le critiche: “Ogni morte è conseguenza diretta di questa politica”.

Le risposte – Il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini ha risposto alle accuse dell’ONG, non le prime rivolte al governo italiano, senza molti giri di parole: “Bugie e insulti di qualche ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro.” Anche a causa delle dichiarazioni del ministro, Open Arms ha preferito fare rotta verso la Spagna, sbarcando infine a Palma De Mallorca, nonostante le autorità italiane avessero dato la possibilità di raggiungere il porto di Catania. Dopo la denuncia dell’ONG, la guardia costiera italiana, interpellata dall’ANSA, ha affermato di non essere mai stata coinvolta nelle operazioni di soccorso del gommone. Ha inoltre ribadito la disponibilità mostrata dall’Italia nell’offrire di accogliere Josefa affinchè ricevesse assistenza di carattere sanitario.

Secondo il Diario de Mallorca, uno dei principali quotidiani dell’isola, Josefa, che riceverà il trattamento da rifugiata, avrebbe intenzione di denunciare la Libia e l’Italia per l’accaduto, mentre Camps spera che la procura spagnola indaghi sulla guardia costiera italiana e su quella libica. Immediata la risposta del Viminale: “La denuncia di Josefa? Qualcuno strumentalizza una vittima per fini politici. Noi denunceremo chi, con bugie e falsità, mette in dubbio l’immensa opera di salvataggio e accoglienza svolta dall’Italia.” 

In un comunicato, lo stato maggiore navale libico “smentisce e rigetta categoricamente” le accuse di omissione di soccorso rivolte da Open Arms nei confronti della Libia, definendo “illogica” l’ipotesi che la guardia costiera, entrata in azione appositamente per salvare i 158 migranti naufragati, abbia lasciato volontariamente indietro due donne e un bambino. Secondo le autorità libiche, quest’ultimo episodio fa parte di una “campagna sistematica” guidata dalle ONG per screditare l’operato del governo, sostenendo inoltre che Open Arms stia in realtà praticando una violazione della sovranità di Italia e Libia. Per questo motivo la Libia chiede che venga istituita una commissione neutrale per indagare sull’accaduto.

E adesso? – Secondo quanto dichiarato da Open Arms il 22 luglio, la denuncia presentata alla procura di Palma de Mallorca non sarà rivolta all’Italia, bensì al capitano della motovedetta libica 648 “Ras al-Jadar”, “per omissione di soccorso e per aver causato la morte di due persone”, e al capitano del mercantile Triades, per omissione di soccorso e omicidio colposo.

Nel frattempo, alle 17 del pomeriggio del 22 luglio, la nave è ripartita dal porto di Mallorca per dirigersi nuovamente verso le acque libiche, in corrispondenza della zona Sar (Search and rescue) di competenza libica.

Sempre più pericoloso – Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), nei primi sei mesi del 2018 il numero degli arrivi sulle coste europee attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale si aggira intorno alle 45.700 unità, circa un quinto rispetto allo stesso periodo del 2016. Ciononostante, il Commissariato esprime preoccupazione per il fatto che a un calo degli sbarchi non corrisponda un calo delle morti in mare, e che anzi i numeri siano proporzionalmente maggiori: “Il numero di persone morte o disperse in mare nel 2018 ha superato le 1.000 persone, un tragico traguardo raggiunto per il quinto anno consecutivo, nonostante il calo nel numero di persone che cerca di arrivare in Europa. Nel solo mese di giugno una persona su sette ha perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale.”

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