Accadde Oggi: La scissione di Palazzo Barberini

Oggi, 11 Gennaio 2017, ricorre il settantesimo anniversario della “Scissione di Palazzo Barberini”. Nella data storica dell’11 Gennaio 1947 Giuseppe Saragat, con i gruppi Critica Sociale e Iniziativa Socialista, decideva di abbandonare il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e di fondare il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, prolungando la tradizione “divisionista” della sinistra italiana e certificando la storica frattura fra socialismo massimalista e socialismo riformista.

 

I protagonisti:

Giuseppe Saragat avviò la sua carriera politica nel 1922 con l’adesione al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves, indirizzando dunque sin da subito le sue preferenze verso un socialismo democratico e progressista, in contrapposizione con quello definito “massimalista” del Partito Socialista Italiano. Durante il suo esilio a Vienna, inoltre, la conoscenza di Otto Bauer e della dottrina austromarxista lo convinsero sempre di più della necessità di coniugare socialismo e democrazia. Dal 1945 al 1946 Saragat ricoprì l’incarico di ambasciatore italiano in Francia, cogliendo l’occasione per prendere contatto con i socialisti francesi di Leon Blum. I due incontri che ebbe con l’ambasciatore sovietico Bogomolov in quel periodo, inoltre, consolidarono la convinzione che la creazione di un’Europa di “terza forza” socialista e indipendente avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella contrapposizione fra i due blocchi. Ogni ipotesi “fusionista” tra PSI e PCI doveva dunque essere fortemente osteggiata. Nel Congresso del PSIUP del 1946 riuscì ad imporre il patto di unità di azione con il PCI al posto dell’ipotesi della fusione, grazie al decisivo appoggio del gruppo di Critica Sociale e di Iniziativa Socialista.

Critica Sociale venne fondata a Milano nel 1891 da Filippo Turati e divenne nel primo ventennio del ‘900 l’espressione dell’ala riformista del socialismo italiano, ospitando gli interventi di autori come Claudio Treves, Carlo Rosselli e Giacomo Matteotti. Quando il gruppo di Critica Sociale appoggiò Saragat, i direttori della rivista erano Antonio Greppi e Ugo Guido Mondolfo.

Iniziativa Socialista rappresentava invece l’area più radicale e libertaria (tinta da vedute trotzkiste) del Partito Socialista, costituita per lo più da giovani quali Matteo Matteotti, Mario Zagari e Giuliano Vassalli i quali decidettero di non partecipare affatto al venticinquesimo congresso del PSIUP del 1947 dando vita ad una riunione parallela a Palazzo Barberini, luogo in cui ebbe luogo poi la scissione. Consolidatasi durante la Resistenza attorno alla figura di Eugenio Colorni, Iniziativa Socialista rappresentava inoltre l’ala europeista del partito.

 

Le ragioni:

La divisione del socialismo italiano tra una corrente massimalista ed una riformista si può dire esista da quando esiste il socialismo in Italia. Come abbiamo visto, Saragat si collocò con pochi dubbi nell’ala riformista fin dall’inizio della sua vita politica, abbracciando “l’umanesimo marxista” e convincendosi della inconciliabilità tra socialismo democratico e socialismo autoritario. La linea che il PSIUP seguiva allora, però, era quella massimalista: le differenze programmatiche tra il Partito Socialista ed il Partito Comunista nell’immediato dopoguerra erano praticamente inesistenti, tanto che si iniziò presto a parlare della possibilità di una fusione fra i due soggetti politici – un’ipotesi verso cui Saragat si oppose duramente. L’evidente impossibilità di far prevalere la linea autonomista all’interno del PSIUP, dunque, fu una delle ragioni che spinse Saragat ad abbandonare il partito di Nenni.

E’ importante sottolineare, tuttavia, come il partito che nacque dalla scissione di Palazzo Barberini non fosse, nell’intento iniziale, un partito di “socialismo moderato”. L’impronta marxista era evidente: l’obiettivo ultimo restava quello della socializzazione dei mezzi di produzione, l’interlocutore privilegiato era ancora la classe operaia, sebbene venisse teorizzata l’alleanza con il ceto medio. II marxismo però veniva concepito da Saragat come liberamente interpretabile, non come dogma, ma come cultura politica. “Nel nostro partito” diceva Saragat “hanno pari diritto di cittadinanza tutti i socialisti che credono nell’autonomia del socialismo, dai riformisti ai trotzkisti”.

Ma al di là delle questioni programmatiche di politica interna, su cui probabilmente le due correnti avrebbero potuto trovare facilmente una conciliazione, ciò che pesò in maniera decisiva sulla decisione presa dagli scissionisti fu il veloce dispiegarsi della Guerra Fredda nel contesto internazionale. Nel 1947 la divisione fra Unione Sovietica e Stati Uniti iniziò a farsi feroce e il resto del mondo ne venne presto travolto. La politica italiana, così come tutta la politica europea, ne venne fortemente influenzata. L’ipotesi di una terza guerra mondiale accelerò inoltre la necessità di una scelta di campo: sebbene Nenni fosse per una scelta “neutralista”, di fatto con l’unità di intenti con il PCI, il PSIUP scelse di posizionarsi nel campo sovietico. Saragat e i gruppi di Critica Sociale e Iniziativa Socialista dissentirono fortemente. Soprattutto il gruppo di Iniziativa Socialista, come abbiamo visto, aveva abbracciato l’europeismo di Colorni. Nel programma di azione presentato al congresso della scissione si sottolineava come “la sola strada che i partiti socialisti possono percorrere oggi evitando questi due pericoli, di fare il gioco della reazione internazionale e di legarsi alla politica estera russa, è quella che porta alla costruzione di un Fronte Rivoluzionario in Europa”. La posizione di Saragat era pressoché identica: l’unità europea, attuabile solamente grazie al socialismo, avrebbe garantito l’esistenza di una terza forza e quindi di una possibile alternativa alla rigida divisione in due blocchi, impedendo, da un lato, il dilagare dello Stalinismo in Europa occidentale e scongiurando, dall’altro, la vittoria del sistema capitalistico.

Forti di questa convinzione, dunque, i socialisti democratici non potevano accettare alcuna unione con un Partito Comunista legato a doppio filo con l’Unione Sovietica, da cui riceveva istruzioni e finanziamenti. Non solo, il PCI era protagonista da tempo di un’offensiva politica nei confronti del PSIUP che fu pubblicamente denunciata da Matteo Matteotti in occasione della scissione: militanti comunisti forniti di doppia tessera venivano infiltrati all’interno del Partito Socialista, e mentre i socialisti “fusionisti” erano appoggiati nelle organizzazioni di massa quali sindacati e cooperative, la propaganda si impegnava a screditare i socialisti definiti “capitolardi”. Di fronte all’ipotesi della reiterazione del patto di unità di intenti con il PCI che venne presentata l’11 gennaio, dunque, Saragat abbandonò il congresso assieme a Mondolfo e ad Angelica Balabanoff al grido di “Viva il socialismo!”, raggiungendo i giovani di Iniziativa Socialista a Palazzo Barberini.

 

Le conseguenze:

La scissione di Palazzo Barberini chiuse di fatto l’epoca ciellenista di gestione consociativa del potere. Con la successiva espulsione del Partito Comunista e del Partito Socialista Italiano dal Governo operata da De Gasperi, si aprì l’epoca del centrismo di cui il PSLI, poi Partito Social Democratico, fu uno dei protagonisti. Negli anni tra il 1947 e il 1952 i due partiti socialisti si allontanarono sempre di più. Il PSI di Nenni si avvicinò ancora di più al PCI, mentre il PSLI entrò nella maggioranza di governo con l’obiettivo di controllare le correnti conservatrici presenti all’interno della DC. Le conseguenze della decisione di Saragat, però, si riverberano fino ai nostri giorni e la loro valutazione riesce ancora estremamente complicata.

Se da un lato, infatti, si può dire che Saragat avesse ragione sul ruolo che il socialismo avrebbe dovuto svolgere in Italia, una ragione che verrà in parte riconosciuta dagli stessi socialisti di Nenni in seguito ai sanguinosi fatti del 1956, le modalità e le tempistiche con cui la scissione ebbe luogo causarono, forse, più problemi che soluzioni. Lo stesso 11 gennaio, Nenni annotava nei suoi diari il carattere assurdo e fatale della scissione, che “urtandosi in opposizione alla supposta subordinazione mia e della maggioranza ai comunisti” faceva a questi ultimi “il grazioso dono di togliere di mezzo il solo partito che contestava la loro tendenza all’egemonia sul movimento operaio”. Da questo punto di vista, Nenni aveva ragione: negli anni successivi alla scissione, infatti, entrambi i partiti furono condannati a svolgere un ruolo subalterno in entrambi gli schieramenti e come viene anche sottolineato dallo storico Giovanni Sabbatucci, con la scissione di Palazzo Barberini venne definitivamente accantonata ogni possibilità di costruire un forte partito socialdemocratico dotato di iniziativa politica che potesse fungere da alternativa allo strapotere della Democrazia Cristiana. Questa assenza, unita all’impossibilità per un partito antisistema ed parzialmente eterodiretto come il PCI di andare al governo, fu inoltre alla base del problema della “democrazia bloccata”, ovvero della mancanza totale di alternanza al governo che si protrasse in Italia per praticamente cinquant’anni.

Il PSLI nel corso degli anni, subì un progressivo scadimento: soltanto un anno dopo la scissione, abbandonarono il partito i trotzkisti di Federazione Giovanile. Dieci anni dopo, a voltare le spalle a quello che sembrava un progetto ormai fallito, furono i gruppi – fondatori – di Critica Sociale e Iniziativa Socialista. Quest’ultimo, soprattutto, era amareggiato e sconfitto dall’abbandono da parte del partito della linea europeista in favore di quella atlantista.

Tra le ragioni del fallimento storico della scissione, lo storico Gaetano Arfè inserisce le responsabilità personali di Saragat, i cui metodi paternalistici e clientelari avrebbero impoverito il gruppo dirigente del PSDI, “incapace d’iniziativa politica che non partisse dalla persona del capo”.

E’ interessante notare come, alla fine, mentre il Partito Social Democratico inizia ad annegare nell’irrilevanza, le ragioni della scissione vengano in parte riprese dal PSI di Bettino Craxi, e come, in seguito allo scandalo di Mani Pulite, a raccogliere il testimone e ad attuare la conversione finale verso il progressismo e l’abbandono definitivo o quasi dell’ideale marxista è proprio il PCI, al costo evidente di mostruose contraddizioni. Verrebbe infine da dire che il veltronismo abbia definitamente seppellito sotto una pietra tombale qualunque velleità marxista con un tentativo ulteriore di distaccarsi del tutto dalla tradizione socialista da cui il primo segretario del Partito Democratico salva per ragioni a me incomprese solamente la figura di Carlo Rosselli. Con lo scoramento di quanti ancora osano schierarsi “a sinistra”, la situazione odierna della sinistra politica italiana ci riporta in un certo senso al punto di partenza, ovvero a chiedersi quale possa essere oggi il ruolo del socialismo in Italia, non tanto nella veste di un programma politico, ma come espressione di una cultura politica ed intellettuale di cui si sente certamente la mancanza. Ovviamente, addossare la terribile colpa della scomparsa della sinistra alla scelta di Saragat è un’operazione completamente ingiusta ed inesatta, e non è questo il mio intento. Ma se si vuole comprendere almeno in parte la parabola del socialismo italiano (e con esso, della sinistra italiana), conoscere e comprendere la scissione di Palazzo Barberini è un passo obbligato.

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