Acciaio: il compromesso per la felicità?

“Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?”

A Piombino, paesino della Toscana che si affaccia sull’isola d’Elba, tra il mare e il cielo si stagliano imponenti e solide le ciminiere di un’acciaieria. Tra i camini e i fumi di questo mostro d’industria si sviluppano le vite ormai deviate e schiavizzate degli operai, automi che cercano vie di fuga in droga e sesso.

Al centro della narrazione grigia impregnata dalle esalazioni di piombo, sono raccontate le vicende di Anna e Francesca, due adolescenti vicine di casa che condividono esperienze, estati e segreti dall’età dei tre anni; loro, figlie di quest’ambiente avvelenato, vivono in famiglie claustrofobiche, i cui padri sono dei segugi spietati e le madri vittime del sistema, ormai abituate alle assenze e alle urla dei mariti. Sandra è la madre di Anna, la cui cultura è sospesa tra il ricordo delle gesta del padre e la sua vita ostile, chiusa nelle quattro mura di casa. Ormai consapevole della sua sconfitta, pronuncia parole rassegnate:

“E poi ci sono cose che decidi tu. Che dipendono soltanto da te. È quello che fai, è quello che hai scelto di essere. Uno, se è nato dove sono nata io, può fare il ladro o l’operaio, lavorare al banco della gastronomia della Coop o prostituirsi. Uno può scegliere di pensare con la propria testa, può votare x o y. Può leggere “la Repubblica” o guardare un reality show.”

“Acciaio”, venuto alla luce nel 2010, è l’emblema di una società schiacciata e piegata da quel progresso che in realtà ha impedito lo sviluppo degli uomini che ne sono sottomessi, è il racconto di un’Italia che, al di là della nomea di Bel Paese, non supporta modelli di crescita comune, dimentica di alcuni dei suoi figli. È il compromesso occupazionale che, come a Piombino, anche in altre cittadine italiane hanno accettato pur di continuare ad avere il pane in tavola.

Le vicende narrate si svolgono in un periodo di due anni, nei quali Anna e Francesca, nel passaggio dalle medie alle superiori, si sentono nel diritto di dare sfoggio dei loro corpi, esibendoli come trofeo di una fase di vita raggiunta in cui i tuoi genitori sanno di potere poco rispetto alla tua volontà intraprendente. Quattordici anni sono un’età che devi godere al massimo, e anche per le due protagoniste quello è l’anno delle prime volte. Da quelli di bambine, ora anche i loro corpi si piegano al passaggio nell’età dell’autonomia, sotto lo sguardo invidioso e misero di chi questi suoi anni vive solo la solitudine e il disagio dell’esclusione.

Lo stile mirabile di Silvia Avallone fa sì che le righe del romanzo scorrano veloci sotto i tuoi occhi; il lettore si immedesima così nelle vicende dei personaggi, nelle loro contraddizioni, nelle loro scelte, nei loro pensieri. L’inquietudine che il romanzo trasmette al lettore è legittima e la narrazione si fa denuncia. Sebbene le esperienze delle due ragazze siano coronate dal lieto fine, l’amarezza per le proprie condizioni è sempre presente.

Un libro da leggere e per riflettere sulle nostre città italiane, spesso idealizzate sotto la luce di false opportunità.

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