Aldo Moro, le BR e i cinquantacinque giorni più lunghi d’Italia

Il 16 marzo 1978, il Parlamento italiano è pronto a votare la fiducia al quarto governo Andreotti, il primo che in un qualche modo supera la condizione di Conventio ad excludendum del Partito Comunista Italiano. La nuova maggioranza sulla quale poggia il governo Andreotti IV è il frutto del lavoro e della strategia politica di Aldo Moro, il principale teorico della terza fase democristiana.  Il presidente della Democrazia Cristiana viaggia a bordo di una Fiat 130. Alla guida c’è l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, di 42 anni, accanto ad Aldo Moro, c’è il maresciallo Oreste Leonardi, di anni 52, oltre che la pila dei quotidiani e alcune tesi di laurea. La Fiat 130 dove viaggiano i tre è seguita da un’Alfetta della Polizia, dove siedono gli agenti Giulio Rivera di 24 anni, Raffaele Iozzino, anche lui di 24 anni, e Francesco Zizzi di 30 anni. Poco prima dell’incrocio di Via Fani con Via Stresa, una Fiat 128 guidata da Mario Moretti blocca la strada alla Fiat 130 e all’Alfetta della polizia. Dal lato sinistro della 130 e dell’Alfetta compaiono quattro uomini armati vestiti da avieri che in pochi secondi annichiliscono la scorta di Aldo Moro:  Morucci e Fiore si occupano di neutralizzare Ricci e Leonardi, facendo attenzione a non colpire Aldo Moro, Gallinari e Bonisioli invece sparano a raffica sull’Alfetta della polizia. Gli uomini della scorta riescono a malapena ad afferrare le proprie armi e solo Iozzino riesce a sparare qualche colpo. A vuoto. In via Stresa, intanto, Barbara Balzerani, compagna di Moretti, si occupa di lasciare la strada libera alla Fiat 132 nella quale, dopo una manovra in retromarcia, viene caricato il presidente Moro. E’ armata e si avvale di una paletta per far defluire il traffico, a dimostrazione di un’organizzazione impeccabile. La stessa, nei giorni addietro, si è occupata di seguire Moro, comprenderne abitudini e movimenti, sia da solo che quando girava con la scorta. E’ donna, è più facile per lei non destare sospetti. A fare da cancelletto, cioè a chiudere la strada in Via Fani, al fine di scongiurare un eventuale quanto repentino inseguimento, c’è un’altra 128, messa di traverso. Secondo le ricostruzioni l’operazione militare relativa al rapimento di Moro dura non più di due minuti, operazione impeccabile dal punto di vista militare: scorta annichilita, zero feriti per le Brigate Rosse

Le BR hanno appena rapito uno dei protagonisti della politica italiana: nel comunicato n.1° affermano, infatti, di aver attaccato lo stato delle multinazionali sequestrando, con l’obiettivo di processarlo mediante un tribunale del popolo, “il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste”. La prigionia di Aldo Moro durerà cinquantacinque giorni, fino a quando il 9 maggio dello stesso anno Morucci attraverso una telefonata a Franco Titto, amico di Moro, ne annuncia la morte e la via dove sarebbe stato possibile recuperare il cadavere.

Il rapimento di Moro e gli eventi che contraddistinsero i cinquantacinque giorni di prigionia rimangono ancora oggi poco chiari. Più testimoni riferirono di una moto Honda blu con due uomini, uno dei quali armato di mitra, sfrecciare dal lato destro delle vetture. In una foto presente negli archivi del Messaggero e scattata nel trambusto seguente al sequestro, invece, si vede il volto di un importante boss della ‘ndrangheta calabrese Antonio Nirta , così come sono poco chiare le ragioni del falso comunicato n.7, quello in cui si comunica la morte di Aldo Moro, quasi a voler sondare la reazione dell’opinione pubblica alla notizia dell’uccisione del politico pugliese. Dagli stessi comunicati, quelli veri, si comprende come le stesse BR avessero “fatto il passo più lungo della gamba”, tanto da rilanciare più volte ultimatum e chiedere lo scambio di prigionieri, tra i quali anche personalità non appartenenti alle Brigate Rosse, come Sante Notarnicola. Solamente Bettino Craxi si adopera e spinge per una trattativa con i terroristi, mentre gli altri partiti rimangono su una posizione di completa e convinta fermezza. Lo stesso papa Paolo VI, amico di Aldo Moro, nel chiedere il rilascio senza condizioni alle Brigate Rosse sembra voler lasciare intendere che anche la chiesa è orientata verso una totale quanto completa fermezza. In poche parole Moro si scopre solo. Scrive lettere disperate, lancia accuse, prova in ogni modo ad agire al fine di scongiurare l’esecuzione della condanna a morte, ma ciò non gli impedirà di venir crivellato con undici scariche di mitra.

Sarebbe difficile elencare tutti i punti poco chiari che aleggiano intorno a questa storia, soprattutto in un articolo, quando a stimati e noti ricercatori a volte non è bastato un libro intero, ma porsi alcune domande è importante, poiché la consapevolezza delle complessità del passato è la chiave per provare ad avere quantomeno un’idea della complessità del presente e, soprattutto, è necessaria per poter interrogarsi sulla verità senza scadere in superficiali quanto fantasiose interpretazioni. Aldo Moro è stato ucciso dalle BR, la fermezza dello stato portò i brigatisti a valutare l’esecuzione della condanna a morte come l’unica strada percorribile da un punto di vista logico: rilasciarlo senza condizioni avrebbe fatto venir meno la credibilità di un’organizzazione militare che si era prefissa il compito di fungere da avanguardia rivoluzionaria per il popolo italiano. Aldo Moro e la sua elaborazione politica della terza fase avrebbero potuto portare il PCI su posizioni più istituzionali, rendendolo un partito inserito nelle stesse logiche dello stato che le BR avrebbero voluto abbattere, ma Aldo Moro non era inviso solo alle BR. Aveva nemici nel suo stesso partito, ma soprattutto non piaceva agli americani: la terza fase aveva preconizzato per  il PCI una futura partecipazione alla composizione di un governo, la politica mediorientale filo-araba operata ai tempi in cui il politico pugliese era ministro degli esteri non piaceva alla Francia, agli stessi americani e, soprattutto ad Israele, il quale si sentiva minacciato dal Lodo Moro.  Questo non vuol dire, come sostengono i complottisti più accaniti, che l’omicidio di Moro sia stato architettato dai servizi segreti italiani o stranieri, ma che probabilmente si sia lasciato fare perché lasciar fare venne ritenuto più vantaggioso. Lo stesso Moro durante la prigionia può essersi lasciato andare a confessioni che hanno spostato l’interesse dei mediatori più per i verbali delle sue dichiarazioni che per la sua stessa vita. Allo stesso tempo, però, sarebbe necessario comprendere come le strategie politiche di un gruppo rivoluzionario abbiano avvantaggiato anche alcune personalità politiche, come se queste ultime, data anche la “non professionalità” e la scarsa dimestichezza con i retroscena della politica interna ed estera dei brigatisti, avessero a tratti approfittato o orchestrato indirettamente o, in alcuni casi semplicemente avallato, alcune operazioni delle BR. Sembra quasi che chi credeva di fare la rivoluzione non fosse altro che un burattino incosciente che, agendo in buonafede e nella convinzione di avviare un processo rivoluzionario, abbia in realtà avvantaggiato proprio le istanze che quel processo rivoluzionario mirava a sovvertire. Per molti aspetti le BR hanno prodotto il contrario di ciò che si erano prefisse, uccidendo spesso delle personalità politiche che, pur non essendo orientate verso scelte rivoluzionarie, erano votate fortemente al cambiamento e al riformismo: Aldo Moro, Roberto Ruffilli e Marco Biagi ne sono un calzante esempio.

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