Alla ricerca di una narrazione

Molenbeek-Saint-Jean, 19 novembre 2015. A meno di una settimana dagli attentati che hanno sconvolto Parigi, questo piccolo quartiere di Bruxelles viene catapultato al centro della cronaca mondiale. Da allora, il nome ‘Molenbeek’ viene ripetutamente accostato all’estremismo di matrice islamica. A onor del vero, dando uno sguardo rapido alla recente storia di questo piccolo centro multietnico situato a soli 15 minuti a piedi dal centro di Bruxelles, non si può non riconoscere un preoccupante fenomeno di radicalizzazione del terrorismo jihadista. A Molenbeek, infatti, si possono ricollegare sia l’attentato al museo ebraico di Bruxelles del maggio 2014 , sia il fallito attentato sul treno Amsterdam-Parigi dell’agosto 2015. Sempre qui avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004 e sempre qui, ancora, furono acquistate illegalmente le armi con cui Amedy Coulibaly aprì fuoco nell’attacco al supermercato Hyper Cacher di Parigi nel gennaio 2015. Non ultimo, proprio a Molenbeek viveva l’attentatore neutralizzato alla stazione centrale di Bruxelles lo scorso 20 giugno. Un lungo fil rouge sembra percorrere tutta Europa, ma perché tutti i nodi si intrecciano a Molenbeek? E’ davvero il covo di terroristi da tener sotto controllo? Forse sì, forse no. Prima di avventurarsi però in rapide sentenze da talk show, bisogna capire che la storia di Molenbeek è intimamente connessa con la storia europea degli ultimi sessant’anni: storia di popoli, di culture, e di spostamenti; storia di migrazioni, di scontri e di (ri)generazioni. Il Vecchio continente ha senza ombra di dubbio cambiato fisionomia dal secondo dopoguerra in poi. Quest’articolo vuole proporre un’analisi sociologica della metamorfosi culturale del nostro continente, figlia a sua volta delle politiche migratorie e di integrazione messe in piedi dai governi nazionali nei passati decenni. Lo scopo ultimo è di fornire una chiave di lettura un po’ fuori dal coro del fenomeno di estraniamento che vivono i giovani di terza generazione che inseguono la causa del jihad.

Europa, anni ’50 – ’70. La ripresa del continente è affidata al miracolo economico stampato sul modello sociale fordista: centralità della fabbrica, produzione di massa, specializzazione, garanzie salariali e sindacali. Una struttura molto ben definita cui corrispondeva un relativo sistema di rapporti di produzione e di relazioni sociali. Le economie che uscivano dalla guerra erano però economie prettamente auto-centrate, caratterizzate da un forte controllo dei flussi di capitale, dei tassi di cambio e dal crollo degli investimenti statali.

I Paesi europei che si trovavano ad attuare i piani di crescita strutturale dovevano in primis fare i conti con un’elevata penuria di capitali e di mezzi di produzione, ma soprattutto di manodopera. L’internazionalizzazione e l’industrializzazione delle economie nazionali dunque richiamavano il bisogno naturale di manodopera di massa attraverso politiche d’immigrazione interna (campagna – città) ed esterna (mondo – Paese). Questi processi embrionali sono stati gestiti a livello nazionale attraverso accordi bilaterali con cui si contingentava il numero di popolazione lavorativa immigrata cui autorizzare l’accesso al territorio. Esempio tra tutti: l’accordo italo-belga del 1946 assicurava il trasferimento di lavoratori italiani (inizialmente pattuito a 50.000 unità) in cambio di carbone. In linea generale si viene formando un quadro di relativa sicurezza occupazionale, con contratti più o meno stabili all’interno di una congiuntura trentennale di sviluppo che vede il tasso di disoccupazione dei Paesi industrializzati al suo livello fisiologico del 3 – 3.5 % (fino al 1973).

Dagli anni Sessanta e Settanta iniziano a fiorire le prime politiche migratorie a livello nazionale, in particolare nei Paesi di ricezione. Per ‘politiche migratorie‘ si fa riferimento ad esperienze storiche ben determinate, fondate sulle singole tradizioni culturali che hanno inciso sulla forma che tali legislazioni hanno assunto nel tempo. Come da logico sillogismo, la forma ha inevitabilmente influenzato i processi d’integrazione dello ‘straniero‘ all’interno della comunità ospitante, favorendo quel lento processo di dissociazione che, con un po’ di pazienza, cercherò di spiegare. Prenderò qui da esempio tre casi diversi: quello francese, quello tedesco e quello anglosassone.

La Francia ha creato fin da subito un modello assimilazionista in base al quale la priorità consiste nell’adattamento alla cultura della società ospitante. Esso si fonda sull’idea di uno stato laico che garantisca l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non riconoscendo diritti e trattamenti particolari alle minoranze etniche. È stata così eretta una struttura che, sulla carta, conferiva uguaglianza formale, ma che poi, concretamente, produceva incolmabili distanze tra autoctoni e immigrati, quest’ultimi giudicati dai primi come individui incapaci di raggiungere il loro stesso grado di civilizzazione. Son da leggere sotto questa lente le famose rivolte urbane nelle banlieue di Parigi del 1989, oppure quelle del 2005 divampate a Clichy-sous-Bois in un contesto in cui l’allora ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, pubblicamente dichiarava di volersi sbarazzare di questa gentaglia (il termine francese utilizzato ‘racaille‘ può tranquillamente essere tradotto con ‘feccia‘). Questo dimostra come l’integrazione percepita come totale assimilazione conduce essenzialmente alla negazione dell’Altro. Usando il linguaggio della matematica che semplifica spesso interi concetti in pochi simboli: “A+B≠ AB”, semmai “A+B=A”. No way out.

In Germania, invece, un istituto amministrativo collegava il permesso di soggiorno con il contratto di lavoro per cui, alla scadenza di quest’ultimo, lo straniero era invitato a lasciare il territorio. Emergeva così la figura del Gastarbeiter, lavoratore ospite temporaneo, destinato a ritornare nel proprio Paese per essere rimpiazzato da altra manodopera. Questo modello cosiddetto rotatorio tutelava, sì, l’identità di origine dell’immigrato, ma non per elargita benevolenza, semmai per facilitare il ritorno in patria dell’ospite che, con la società autoctona, non aveva modo di creare legami. Tuttavia, negli ultimi quindici, dopo la riforma del governo Schroeder, la Germania ha abbracciato un percorso più tollerante, permettendo ai figli di stranieri di acquisire la nazionalità se almeno uno dei genitori risulta in possesso di un permesso di soggiorno da tre anni e una residenza continuativa di almeno otto.

Una via di mezzo è invece il caso britannico. Almeno fino alla fine degli anni Ottanta, le politiche migratorie hanno converso attorno a un modello che considerava lo straniero come parte di una comunità etnica. Si tratta di un elogio al multiculturalismo in lotta contro la discriminazione su base razziale, cosa che però non ha mai impedito gli scontri tra diversi gruppi etnici – quelli relegati nelle periferie, per intenderci. Il conflitto nasce nel momento in cui lo straniero-individuo ha difficoltà a integrarsi nel più ampio contesto della società ospitante se non inserito nel suo gruppo etnico di riferimento, il quale deve sottostare, a sua volta, ad una gerarchia di gruppi che vede in vetta quella dei White British.

Da questi tre modelli emerge chiaramente un punto in comune: la subordinazione sociale che ha caratterizzato la vita delle popolazioni immigrate in Europa. Il fallimento di tali politiche sta nel fatto che non hanno saputo dare delle risposte alle aspettative di queste persone né tantomeno distaccarsi dal processo di convergenza al ribasso di tutte le politiche sociali degli ultimi quarant’anni. In particolare, quest’ultimo fenomeno merita un approfondimento perché accompagna significativamente di pari passo lo sviluppo della crisi del sistema di accumulazione capitalistica (di cui sopra) già a partire dagli anni Settanta.

Europa, anni ’70 – 2000. Agli inizi degli anni settanta la fase ascendente del ciclo economico esauriva la propria spinta propulsiva. La prima risposta data dal capitalismo nelle aree più avanzate è stata quella di avviare un profondo processo di ristrutturazione degli apparati industriali, nel tentativo di recuperare i margini di profitti perduti con un incremento della produttività abbattendo i costi, in primis quelli del lavoro. Beninteso: non si rinuncia all’ingente quantità di manodopera immigrata – la competizione con i colossi economici mondiali ne richiede anzi uno sfruttamento più che intensivo. Semmai la si rende quota lavoro a basso costo da mettere in competizione con la popolazione lavorativa autoctona. Tutto questo produce l’effetto sperato: un abbattimento dei costi di produzione a discapito di una manodopera ultraprecaria e ultraflessibile. L’immigrazione viene volutamente criminalizzata e additata come causa endemica di conflitto sociale e di minaccia all’ordine pubblico. Si può affermare, dunque, che sia stata un laboratorio sperimentale di restrizione dei diritti sociali, specialmente in quel passaggio storico da ‘immigrazione da lavoro’ a ‘immigrazione da popolamento’, in altre parole quando lo straniero proiettandosi nel lungo termine decide di creare un nucleo familiare o di ricongiungerlo da lontano.

Lo strumento ideologico che ha permesso l’attuazione di queste politiche è stato il razzismo, specialmente quello promosso non troppo velatamente dalle istituzioni e dai mass media in un meccanismo di ribaltamento causa-effetto per cui tutti i problemi di sicurezza, ordine pubblico, decoro, morale, etica, religione sono imputabili all’ “Altro”. Questo régime de vérité ha influenzato in modo indelebile le relazioni sociali con la popolazione autoctona e la rappresentazione comune dello straniero. Qui sta il punto cruciale a mio avviso: di solito la prima relazione con l’Altro è di esclusione e di opposizione netta (“l’Altro è tutto ciò che io non sono e non voglio essere”); in questo caso si tratta anche e sopratutto di una narrazione monologica che conferisce all’Altro un’identità che non gli appartiene, ma che anzi gli viene imposta con la forza. Lo straniero dunque subisce questa rappresentazione, ne riconosce la supposta inferiorità, ma la sua posizione non gli consente di ribellarsi perché in bilico nella sua condizione di massima precarietà esistenziale.

Ed eccomi arrivare al punto della questione. Ad ogni ricambio generazionale questa situazione di alterità vissuta come marchio o colpa ha generato odio e rancore che si sono col tempo sedimentati e rigenerati, esplodendo alla fine in scontri, contestazioni, violenze. Ed è il caso che si ripresenta sotto i nostri occhi increduli da qualche anno oramai, purtroppo nella forma più estrema. Assistiamo increduli a giovani ragazzi nati e cresciuti in Europa che sono disposti a immolarsi per la fede. Ragazzi della mia età che hanno deciso di voltare le spalle alla società che li ha cresciuti e abbracciare un mitra, pur di lasciare un segno. Perché è di questo che si tratta: cercare il proprio posto nella Storia, cercare la propria narrazione. Questi sono giovani che non vogliono subire passivamente un’identità, ma desiderano costruirsela in autonomia, anche se ciò volesse dire entrare in conflitto con la realtà che li circonda. Il loro sbaglio sta nel credere che non esista via d’uscita dallo scontro, che esso sia anzi sacrosanto dal momento che una parte del mondo (l’Occidente) vuole imporre la propria cultura a discapito delle altre. Il ricorso alla fede è perciò la risposta a una ricerca di sé che sfugge ai contorni preimpostati e pone l’ubbidienza al proprio Dio al centro del percorso di ricerca individuale. Decidere di prestare la propria esistenza alla causa della fede è la risposta di autodeterminazione che questi giovani inconsciamente stanno dando: il martirio, per quanto atroce, ci appartiene. Poca cosa se le sacre scritture proibiscano suicidio e omicidio: basta una chiave di lettura radicalizzata a convincere delle giovani anime a intraprendere la propria battaglia contro un mondo che, secondo loro, li discrimina, sfrutta, segrega, disprezza. Bastano le promesse allettanti di un fanatico ad infiammare gli impeti e ad armare di tritolo la mano di un ragazzo poco più che ventenne. Basta veramente poco, è vero. Ma si tratta di quel poco che serve a convincere queste persone di contare qualcosa. Perché è di questo che si tratta: cercare la propria narrazione ed essere disposti a firmarla col sangue per accedere così alla gloria eterna. In questo sta tutta la forza che smuove il fanatismo. In questo sta tutta l’infamia che smuove il terrore.

Ricapitolando, abbiamo parlato di come la rappresentazione dello straniero giochi un ruolo cruciale nell’identificare non solo l’Altro, ma anche se stessi, in un gioco di specchi e di rimandi. Abbiamo visto che questa fase di mutuo riconoscimento è importante perché da lì poi derivano le strutture culturali che sottostanno all’implementazione delle politiche di integrazione. Fornire una narrazione più appetibile, più credibile e perché no, più vincente a questi giovani per allontanarli cosi dai canti delle sirene del terrorismo, questa è la sfida che l’Europa dovrebbe porsi. Che dovremmo porci, tutti quanti.

 

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