All’alba di una guerra civile

La Libia è sull’orlo della guerra civile. Un’altra volta. Le milizie del generale Khalifa Haftar, che controllano il territorio orientale del Paese, sono ormai giunte alle porte di Tripoli, facendo tremare il governo di Fayez al-Sarraj. Le truppe fedeli al governo internazionalmente riconosciuto stanno difendendo la capitale, ma respinger Haftar non si sta rivelando un’impresa semplice. Quella che il generale Haftar aveva immaginato come una blitzkrieg, un rapido colpo di Stato per destituire un governo a suo avviso privo di legittimità, rischia ora di trasformarsi in una logorante guerra di posizione che potrebbe trascinarsi per molto tempo, spingendo nel caos una Libia che ancora doveva raggiungere la piena stabilità.

Come si è arrivati a questo punto?

L’antefatto

La fragilità della situazione attuale è fra le conseguenze a lungo termine della destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi, avvenuta nel 2011. A sua volta, Gheddafi era salito al potere in seguito a un colpo militare da lui guidato nel 1969. Nel 2011 la Libia, così come altri Paesi nordafricani, è stata travolta dal vento della cosiddetta primavera araba, che ha dato il via a movimenti di protesta in tutto il territorio. Nel caso della Libia, però, le proteste sono poi sfociate in guerra civile, conclusasi infine con la caduta di Muammar Gheddafi e la sua uccisione ad opera dei ribelli del Consiglio nazionale di transizione. Una volta finita la guerra civile, la Libia non era pronta a una transizione democratica né organizzata per la ricostruzione del Paese: le varie milizie tribali, prima compatte nel fronte contro Gheddafi, sono ricadute nelle reciproche rivalità, rendendo vani i tentativi del debole governo centrale di imporre la propria autorità.

La situazione è precipitata di nuovo nel 2014. Mentre a Tripoli proseguivano gli scontri tra milizie islamiche (di cui Alba della Libia era la principale), dall’altro lato si stava consolidando il sostegno al generale Khalifa Haftar, ex fedelissimo di Gheddafi poi diventato suo oppositore, tornato in Libia dopo diversi anni trascorsi negli Stati Uniti. Haftar ha subito imposto la sua immagine di “uomo forte”, arrivato per porre fine ai conflitti interni e riunire il Paese sotto un’unica autorità; per questo inizialmente la comunità internazionale ha appoggiato la Camera dei Rappresentanti, la formazione politica di cui Haftar era a capo.

Nel 2015 una coalizione internazionale, in cui l’Italia ha svolto un ruolo di primo piano, ha portato alla formazione di un governo di unità nazionale alla cui guida viene posto Fayez al-Sarraj. Mentre il Consiglio di Sicurezza ONU riconosce il governo di al-Sarraj come il solo legittimo e invita il resto della comunità internazionale a fare altrettanto, Khalifa Haftar si rifiuta di appoggiarlo e vi si pone in aperto contrasto, continuando a mantenere stabilmente il controllo sulla Cirenaica, zona est della Libia.

L’uomo forte contro il governo debole

Il mancato appoggio della Camera dei Rappresentanti di Haftar pone il governo di al-Sarraj in una posizione vulnerabile: essendo stato deciso e appoggiato dalla comunità internazionale e non scelto da un parlamento eletto, è percepito come un’imposizione dall’alto e un’intromissione di potenze straniere negli affari interni libici e non come governo legittimo. Inoltre, considerando che l’esercito del generale Haftar rimane saldamente al controllo della zona est della Libia, ad al-Sarraj manca anche la sovranità sul territorio totale. Inoltre, Haftar può contare sull’appoggio di alcune potenze non ininfluenti: l’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, gli Emirati Arabi Uniti e anche la Francia, interessata principalmente a contrastare i gruppi jihadisti presenti nella regione (Haftar è riuscito a promuovere la sua immagine di leader in opposizione al terrorismo e all’islamismo radicale).

Uno degli elementi che ha sicuramente contribuito all’inasprirsi della questione libica è, quindi, anche l’inesistenza di un fronte compatto internazionale (o perlomeno europeo) a sostegno del governo di al-Sarraj. L’offensiva lanciata dalle milizie di Hafatar a inizio aprile con l’obiettivo di conquistare la capitale, se avesse successo, metterebbe il generale in una posizione di forza per discutere la futura leadership della Libia, le possibili nuove elezioni (finora rimandate) e la fine dei conflitti interni. In ogni caso, la conferenza di Ghadames, prevista dal 14 al 16 aprile per tentare di trovare una soluzione agli scontri, è stata rinviata dall’Onu a causa dell’elevata criticità della situazione.

La posizione dell’Italia

Dove si colloca l’Italia nel complesso puzzle libico? Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha istituito un gabinetto di emergenza che resterà attivo fino al termine delle ostilità e che servirà come sede di incontri, con l’obiettivo di trovare una soluzione che porti alla fine del conflitto. Il premier, insieme al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, incontra oggi a Roma Mohammed al-Thani, ministro degli esteri del Qatar e alleato dell’Italia nel tentativo di fermare l’avanzata di Haftar, e Ahmed Maitig, vicepresidente del governo di Tripoli. Il coinvolgimento del Qatar è cruciale, in quanto si tratta di uno dei principali finanziatori del governo di Al Serraj, e quello che potrebbe agire con più rapidità.

Se, invece, il conflitto non dovesse risolversi in tempi brevi, la conseguenza più diretta e drastica dell’Italia sarebbe la ripresa dei flussi migratori. L’accordo che l’Italia ha con la Libia sul trattenimento dei migranti nei centri di detenzione in territorio libico potrebbe saltare nel caso in cui la situazione degenerasse ulteriormente. Se alle condizioni critiche dei centri di detenzione libici, più volte denunciate da varie associazioni umanitarie, si aggiunge lo scoppio di una guerra civile, c’è da aspettarsi che il numero di persone che cercheranno di raggiungere l’Italia aumenterà significativamente.

Uno stallo pericoloso

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ieri ha stimato il numero dei morti a 121 e i feriti a 561. Entrambe le parti in conflitto accusano l’altra di usare i civili come obiettivo degli attacchi. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, più di 15mila persone sono state costrette a lasciare le loro case a causa del conflitto, mentre un numero imprecisato si trova ancora nelle zone a rischio.

Da un lato le truppe fedeli al governo in carica rifiutano di puntare a una de-escalation del conflitto a meno che gli oppositori manifestino la volontà di ritirarsi; dall’altro, Haftar ha ricevuto la conferma da parte di al-Sisi del sostegno dell’Egitto nei confronti del suo esercito. Uno stallo pericoloso che potrebbe esplodere in una nuova, devastante guerra civile in Libia.

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