Alle radici del populismo

L’appello al popolo è il cuore dell’idea democratica. E il populismo, al netto della sua concezione meramente negativa, altro non fa che rivendicare la purezza di quell’idea democratica. Come presunti unici veri interpreti dei bisogni del popolo infatti, i populisti vanno a insinuarsi in quella frattura permanente tra un popolo buono che si vorrebbe autogovernare e la democrazia moderna come governo dei rappresentanti eletti. Quella che viene denunciata è di fatto una frode. E’ la democrazia rappresentativa vista come regime incompiuto, un’usurpazione verso la quale il popolo non può che insorgere. Una critica, questa, che le democrazie contemporanee, con tutti i loro pregi e le loro storture, non possono ormai più ignorare. Erano queste le conclusioni alle quali giungeva la mia precedente analisi sul populismo, dal titolo Il Movimento 5 stelle è populista?.

Altri populismi

L’ascesa del populismo non è quindi casuale, ma è la conseguenza dalla sensazione di un esaurimento dei meccanismi tradizionali della democrazia rappresentativa. Questa analisi, ampiamente confermata dai fatti, è però in grado di cogliere le radici del populismo solo in parte. Lo stesso populismo del M5s è sui generis: critica le condizioni del presente, i vizi e le deformazioni della democrazia moderna, ma lì si ferma. E anche la progressiva istituzionalizzazione del movimento ha di fatto mostrato tutta la natura squisitamente politica della loro critica. Il populismo della Lega Nord è invece per certi aspetti molto più stimolante e, per così dire, maturo. La critica del presente non impedisce alla Lega di rivolgere infatti lo sguardo alle inquietudini del futuro. Quali siano i motivi profondi di queste inquietudini e il motivo del successo del populismo leghista è quello che cercheremo di stabilire nelle prossime righe.

Difesa dei modi di vita

La Lega Nord, a detta di numerosi osservatori, è una delle manifestazioni più concrete di quello che Dominique Reynié chiama “populismo patrimoniale”. Tale populismo cerca di trarre profitto politicizzando un duplice malessere ormai abbastanza radicato: da un lato il patrimonio materiale economico, dall’altro il patrimonio culturale e i modi di vita quotidiani. Per comprendere a pieno le parole di Reynié, occorre però fare un passo indietro e individuare almeno due tipi di populismo.

Pierre-André Taguieff proponeva infatti la distinzione tra un populismo “protestatario” e uno più “identitario”. Nel primo, l’appello al popolo è orientato soprattutto verso la critica delle élite e delle istituzioni; nel secondo caso l’appello al popolo è un richiamo ad una entità etnica, omogenea e coesa, fondata sul concetto di nazione. Mentre il populismo che mette l’accento sulla denuncia delle élite è un populismo solitamente di sinistra, il populismo che insiste sulla minaccia identitaria e xenofoba è riconducibile maggiormente alla destra.

Difesa della vita ordinaria

Quello che emerge negli ultimi anni, al di là di un populismo di sola protesta o peggio di sola facciata retorica, è un richiamo forte all’elemento identitario, presente in quasi tutti i movimenti populisti, primi tra tutti la Lega Nord in Italia e il Front National di Marine Le Pen in Francia. E’ il richiamo ad un popolo, il popolo, l’intero popolo unito. Ma qui emerge la prima linea di rottura. Se infatti a prima vista sembrava prevalere un populismo di difesa identitaria, oggi le basi di questa identità sono di fatto cambiate. La nazione da difendere infatti non è più solo identificata con i confini, le bandiere, la cultura nazionale. Il populismo patrimoniale difende innanzitutto un modo di vita, il comfort privato del singolo, la sicurezza personale ed economica, la quotidianità.

Per queste ragioni tale populismo, per quanto nasca a destra, poi se ne discosta diventando quasi piglia-tutti. Il focus è tutto centrato sulla difesa del cittadino provato, domestico e ordinario. Non sorprende che allora la narrazione di un partito come la Lega raccolga consensi anche tra gli strati della popolazione riconducibili ad altre aree politiche, dalla sinistra tradizionale e alla destra radicale. La risposta alle sfide del presente, dalla globalizzazione all’immigrazione di massa, sono un terreno fertile sul quale i partiti populisti sembrano aver trovato nuova linfa vitale. Una linfa che continua a sgorgare copiosa da quelle ferite aperte alle quali le nostre democrazie, vuote e sofferenti, non riescono ancora a porre rimedio. E la politica, si sa, non sopporta vuoti.

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