Alle radici della costruzione di Israele: migrazioni, sionismo e sionismo politico

L’anno scorso qui su Atlas ho pubblicato un articolo sul processo di formazione dell’identità nazionale palestinese e da allora ho avuto la fortuna di ricevere svariate domande legate a temi affini. Come è nato Israele? Cosa è successo? A quando risalgono le prime migrazioni ebraiche nella regione palestinese? Cos’è il sionismo? Come si è formata l’identità ebraica?
Oggi vorrei provare a rispondere a questi quesiti: comincio dall’inizio.

Dopo la caduta dell’Impero Romano (476), la Palestina passò sotto il dominio bizantino, periodo in cui si affermò, anche a livello architettonico, la cultura e il culto cristiano-ortodossi. Nel 638 la regione venne invece conquistata dagli arabi e la popolazione aramaica della regione fu rapidamente e profondamente arabizzata. Fu infatti il secondo califfo, Omar, a far costruire sulle rovine del Tempio di Gerusalemme (il Muro del Pianto) la moschea Al-Aqsa, creando così una delle premesse per la disputa contemporanea. Dai tempi del califfato, fatta eccezione per alcuni brevi periodi di controllo cristiano-europeo durante le Crociate del XI, XII e XIII secolo, la Palestina è sempre rimasta sotto il dominio arabo fino a quando nel 1517 non fu conquistata dall’Impero Ottomano, di cui rimase parte integrante sino alla prima guerra mondiale e al termine della quale, col trattato di Sèvres del 1920, gli ottomani videro smembrare il proprio immenso territorio in una serie di mandati francesi (Siria e Libano) e britannici (Iraq, Palestina e Transgiordania, zona inventata durante le trattative Sykes-Picot affinché anche la Giordania avanzasse delle pretese politiche e territoriali sulla regione).

Nel 1882, ovvero ai tempi della prima aliya (termine ebraico che indica le migrazioni sioniste in Palestina), la popolazione palestinese contava circa 600.000 abitanti, dei quali 70.000 erano arabi palestinesi cristiani e 24.000 erano arabi palestinesi ebrei. A monte di queste constatazioni, cadono dunque tutte quelle argomentazioni che pongono le proprie basi sulla radice religiosa del conflitto israelo-palestinese: è difatti sbagliato affermare che ci siano sempre stati dissidi storici e congeniti tra arabi e ebrei e che le minoranze religiose nelle regioni arabe mediorientali non fossero ben integrate nel tessuto sociale locale. «Le comunità ebree prosperavano nel mondo arabo mentre venivano perseguitate in tutto il continente europeo» affermava in un’intervista James Akins, ambasciatore americano in Arabia Saudita dal 1973 al 1975. Come tutte le guerre, anche quella nella regione della Palestina è di natura politica, dove gli ideali sono stati adattati al potere e al profitto, la storia idealizzata, la memoria strumentalizzata e la religione sfruttata e svuotata di ogni valore nobile.
E allora a quando e a cosa è possibile ricollegare le radici di questo secolare conflitto?
Rashid Khalidi parla di sionismo e di sionismo politico e si ricollegano in particolare alla prima (1882-1903) e alla seconda (1903-1913) aliya.

Il sionismo è sì un movimento che predica il ritorno degli ebrei in Palestina, ma, essendo ben antecedente alla pubblicazione di Theodor Herzl nel 1896 del Der Judenstaat (“Lo Stato ebraico”) e alla fondazione nel 1897 dell’Organizzazione Sionista, non è caratterizzato da sfumature profondamente ideologiche o politiche. Il sionismo è infatti un atteggiamento che si distingue invece per la propensione utilitaria e l’aspettativa economica: in tempi di rinato espansionismo territoriale, quella regione agricola e vergine di radicali rivoluzioni culturali e sociali prometteva –esattamente come l’America nel 1492 o come l’Australia nel 1770– guadagni e ricchezze.
I coloni della prima aliya, pragmatici e poco ideologizzati, espropriarono i fellahin (i contadini palestinesi) ma nella maggior parte dei casi li reintegrarono nelle proprie colonie. Queste venivano gestite come piantagioni ed erano caratterizzate da una maggioranza di lavoratori arabi-palestinesi e da una minoranza di sorveglianti immigrati-ebrei.

La situazione però cambiò con l’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale (i pogrom) e con le crisi sociali e nazionali che seguirono l’affaire Dreyfus. Questi eventi infatti portarono all’affermazione del sionismo politico, ideologia e movimento politico volto alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina che fonda la propria legittimità sull’antisemitismo europeo a scapito del nazionalismo arabo (panarabismo). Le sue linee di azione permearono la seconda aliya e furono caratterizzate da tre tendenze: la prima, pratica, vedeva nella colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire agli ebrei la loro dignità umana e per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio e trovò il suo strumento più significativo nel Qeren qayyemeth le Yisrael (“Fondo permanente per Israele”, noto come Fondo Nazionale Ebraico), creato nel 1901 allo scopo di acquistare terreni in Palestina; la seconda tendenza, etico-religiosa, si batteva per un ritorno alla tradizione e per la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori culturali e religiosi dell’ebraismo; infine la terza tendenza, politica, mirava a ottenere la concessione di una carta internazionale che autorizzasse e tutelasse l’immigrazione ebraica in Palestina. I nuovi coloni portarono dunque con sé le due nuove idee, più radicali, socialiste e nazionaliste, della «conquista del lavoro», ovvero la sostituzione dei lavoratori arabi con i lavoratori ebrei, e della «conquista del suolo», la quale si traduceva in un atteggiamento più energico e aggressivo nei confronti degli arabi e che poneva le basi su progetti assolutamente separatisti. Ebbe così inizio una forma di colonizzazione più esclusiva che prevedeva la creazione di una società parallela a quella preesistente tramite lo spossessamento dei lavoratori arabi e la lenta «sostituzione di un popolo con un altro». Fu questo a spingere Theodor Herzl, Hayyim Nahman Bialik e Max Emmanuel Mandelstamm, incaricatisi di promuovere attivamente la propaganda sionista, a diffondere l’idea che la Palestina fosse una regione disabitata («una terra senza popolo per un popolo senza terra»). Mandel, infatti, scriverà poi che «la maggior parte dei membri del nuovo yishuv rimase sinceramente sbalordita nel trovare la Palestina abitata da tanti arabi». Ben Yehouda invece si impegnò a dare vita a una nuova lingua nazionale che, a partire dal patrimonio biblico, fosse comune a tutti gli ebrei provenienti dai diversi paesi della diaspora. L’ebraico moderno divenne così il crogiolo di una nuova, rinnovata, identità culturale (quella ebraico-israeliana), ma l’adozione di questa lingua allargò ancor di più il fossato sociale ed intellettuale esistente tra i nuovi arrivati e la popolazione araba-palestinese autoctona.

Shlomo Sand scrive di come il «popolo ebraico», che oggi è per tutti una realtà evidente, reale e concreta, sia in verità una costruzione ideologica del XIX secolo. Per millenni l’ebraismo è stato una religione, una cultura e una tradizione, talvolta una di queste soltanto, altre tutte e tre contemporaneamente, ma non è mai stato un’identità nazionale e quindi un «popolo» in senso ottocentesco – ed è per questo che gli ebrei non hanno mai rivendicato prima del ‘900 una nazione che fosse loro soltanto. Il sionismo, funzionale dapprima agli interessi politici e territoriali di Gran Bretagna, Francia, Impero Ottomano e poi della Siria di Faysal, trovò sempre più appoggio tra le potenze europee e non dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah. Per un paradosso tragico e ambiguo, questo progetto di emancipazione tutto occidentale si realizzò in Medio Oriente nei modi di un’impresa coloniale: l’occupazione reale, simbolica e politica da parte di un gruppo di un territorio già popolato. Inoltre, la seconda aliya e la creazione di un’identità ebraica religiosa e al contempo nazionale determinarono la quasi definitiva separazione tra l’identità araba (prima musulmana, cristiana, ebraica e drusa) e quella ebraica. Risalgono infatti proprio a questi anni le prime migrazioni degli arabi-ebrei (mizrahim) in Palestina.

Il sionismo comunque rimase per un breve periodo minoritario e vivacemente osteggiato: per l’ortodossia religiosa, infatti, questa impresa laica era de iure sacrilega, poiché subordinava l’identità ebraica ad un progetto politico e pretendeva di far nascere una nazione prima della venuta del Messia. Inoltre, come scrive François Massouliè ne I conflitti del Medio Oriente, «la grande maggioranza degli ebrei rimaneva fedele agli ideali dell’emancipazione e accusava i sionisti di fare il gioco dell’antisemitismo con il loro progetto di secessione dall’Occidente. Si dovettero attendere le persecuzioni hitleriane –e il silenzio delle nazioni– perché il sionismo apparisse agli ebrei l’ultima spiaggia».

Dopo aver proposto l’Argentina, il Madagascar e poi Cipro come sede di un focolare nazionale ebraico, la Gran Bretagna offrì all’Organizzazione Sionista dei territori in Uganda, ma il progetto, accettato nel 1903 da una debole maggioranza, fu accantonato poi subito dopo la morte di Herzl nel 1904.
Un decisivo passo avanti fu compiuto nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, nella quale il governo britannico, interessato a garantire la presenza di uno stabile bastione vicino al canale di Suez per contrastare la Francia, guadagnarsi le simpatie dell’opinione ebraica filotedesca (perché contraria alla Russia dei pogrom) in quell’anno decisivo per le sorti della prima guerra mondiale e a farsi portavoce di una minoranza etnica all’interno dell’Impero Ottomano così da poter interferire nella sua politica interna, si impegnava nella creazione di un «focolare ebraico» («a national home for the Jewish people») in Palestina, contraddicendo così la promessa formale di un regno arabo fatta dall’alto commissario britannico Mac Mahon allo sceriffo della Mecca nel 1915 in cambio di una rivolta contro gli ottomani. Questa dichiarazione, ovvero una lettera indirizzata al leader della comunità ebraica londinese Lord Rotschild, ha da sempre diviso gli storici poiché non contiene alcun riferimento specifico ad un effettivo stato ebraico (si tratta di constructive ambiguity) e pone come condizione inderogabile il rispetto dei diritti civili e religiosi degli abitanti del luogo («it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine»). Ma la successiva ratifica ufficiale del mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna da parte della Società delle Nazioni (1922) costituì il punto di partenza di quella vasta azione colonizzatrice, politica, economica e poi militare che portò alla costruzione e alla nascita dello stato d’Israele nel 1948.

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