Analisi di una vittoria. Regione Lazio 2018

Ovunque si legge che le elezioni del 4 marzo sono specchio dell’instabilità e l’insicurezza che il Paese, o meglio la sua maggioranza, percepisce. Troppo spesso poi, le poche informazioni pervenute all’elettorato sui programmi sono sembrate prive di una seria base economica e l’ondata di promesse elettorali non ha tardato a travolgerci.
Sarà impopolare da affermare ma, troviamo da un lato, un centro-sinistra espressione esclusiva della classe medio-alta, progressivamente distanziatosi dalle basi territoriali e valoriali che sempre sono state fondamento della sinistra italiana; e dall’altro un centro-destra sempre meno attraente, poco rinnovato nelle sue politiche, e nelle sue “personalità”, che ha abbracciato perciò la deriva estremista della Lega che d’ora in poi, fingerà di non esser poi così estremista. Nel mezzo il grande bacino d’utenza pronto a “riveder le stelle” per il quale non ci dilunghiamo perché ne sappiamo già abbastanza.

La vera protagonista sconfitta è questa sinistra: che non fa più la sinistra, che troppo si arrocca su differenze di posizioni, che troppo si perde tra le lotte interne, che ha aperto alle logiche del fantomatico spettro della “personalizzazione” della politica inaugurata dal Cavaliere e ha tralasciato il contatto con il territorio. Un futuro dalla difficile ricostruzione soprattutto se, senza una bussola in grado di indicare la via da percorrere.
Ma proprio, come immaginava Fitzgerald nel suo capolavoro che è “Il Grande Gatsby”, tutte le differenti forze della sinistra ora si guardano attorno alla ricerca della luce verde; di quella speranza che indichi il cammino, che sia modello verso il quale tendere, che sia al livello tangibile programma da implementare. E tra quelli, che per queste parti politiche, sono i catastrofici risultati delle elezioni c’è però la luce verde: Nicola Zingaretti, riconfermato a Presidente della Regione Lazio.

Sono diversi i motivi da indagare per la vittoria di Zingaretti: partendo dalle considerazioni politiche, la campagna regionale nel Lazio è stata l’unica esperienza di completa unione delle forze di sinistra, con LeU che ha appoggiato il candidato Pd per comunanza di programmi e valori. Si aggiunga poi la scissione dei candidati di destra, tra Stefano Parisi e l’amato sindaco di Amatrice Pirozzi, che ha sottratto al candidato di punta un buon 5% di voti (per onestà politica si deve specificare però che, nel caso il sindaco non si fosse candidato, lo spostamento dell’intero 5% dei consensi di Pirozzi su Parisi sarebbe stato tutt’altro che scontato). Infine, come ricorda Repubblica, è da prendere in considerazione il poco entusiasmo della Sindaca di Roma pentastellata nella campagna per la candidata alla Regione Roberta Lombardi, e la crescente insoddisfazione verso la giunta capitolina.
A questo proposito, interessante è l’accento posto da Termometro Politico che riporta l’analisi dei flussi regionali di Swg dove nel Lazio, Zingaretti ha sottratto 66 mila voti al centro-destra e 117 mila voti al Movimento. Nell’epoca della personalizzazione della politica, forte poi della possibilità del voto regionale disgiunto (votare per il candidato Presidente senza votare alcuna lista che lo sostiene), la vittoria, seppur sul filo del rasoio, la riscuote dunque un politico fuori dagli schemi. Da sempre nelle fila del Pci, poi Ds e infine Pd Zingaretti ha portato avanti quella, che con lo slogan elettorale, è stata definita “La forza del fare”; presidenza della Provincia di Roma e poi della Regione Lazio compie l’impresa che nessun governatore era riuscito a compiere: la riconferma per il secondo mandato.

Quest’impresa può avere delle concause tra le considerazioni politiche sopracitate ma l’unica vittoria della sinistra in Italia ha radici nel grande assente della campagna elettorale: il programma. Zingaretti ha raccolto consensi da quasi ogni partito politico per una semplice e trasparente buona amministrazione. Già nel 2013, appena insediato, aboliva i vitalizi e proponeva il taglio degli stipendi, saldava debiti di 9,8 milioni di euro, chiudeva la discarica di Malagrotta e investiva 100 milioni nella ricerca. E poi il bando Torno Subito, che ha permesso a migliaia di ragazzi di fare esperienze formative e lavorative all’estero, e il progetto per i giovani agricoltori, il taglio a 600 milioni di sprechi che ha ridotto le aziende regionali da 35 a 6. Il recupero di 300 milioni di fondi europei, parte dei quali investiti in cultura e formazione, rivoluzione dei trasporti con l’83% dei treni rinnovati e l’introduzione di 420 Cotral nuovi – con altri in arrivo – che facilitano il servizio di connessione sul territorio.

Nel 2017 poi, la Sanità del Lazio – per quanto abbia ancora enormi carenze e nessuno lo va nascondendo – è fuori dal commissariamento dopo 10 anni, è stato abolito il superticket sanitario introdotto nel 2008 e con 700 milioni di investimenti sono stati ristrutturati 12 pronti soccorsi. Ancora per la Sanità aperte le Case della Salute sul territorio (in grado di offrire i servizi sanitari di primo soccorso) e 300 poliambulatori con l’obbiettivo ultimo, in questo 2018, di far ripartire i concorsi nella sanità per medici e infermieri.

Si potrebbe continuare con l’elenco sui servizi sociali, con investimenti di 291 milioni per famiglie, anziani e più deboli; e ancora con gli spazi cittadini restituiti dalla Ex-Gil di Trastevere alle 45 case cantoniere rivitalizzate come spazi sociali. E ancora gli investimenti per il microcredito e per le start-up che, hanno portato il Lazio ad essere la terza regione in Italia per numero di start-up nascenti con sportelli di accelerazione disponibili sul territorio.
Potremo cercare altre “cose fatte” e ne troveremo. Non nascondo di essere una convinta elettrice ma ogni dato ha una sua fonte certa e questo non può passare in secondo piano. Il punto è proprio che al di fuori delle logiche di partito, degli attriti, delle brame di potere, la riqualificazione della Regione Lazio è iniziata nel 2013 fino ad esser confermata, dal punto di vista economico, dalla stessa Corte dei Conti.

Quella famosa “Forza del fare”, molto lontana dall’ambizione personale e dall’arroganza, di cui troppo spesso vediamo vestiti i nostri rappresentanti istituzionali, è stata premiata dalla popolazione. La sinistra riparta da qui; dall’eliminare quelle correnti che con spocchia bollano il popolo “ignorante” per come si è espresso il 4 marzo e ricordino che il popolo ha sempre ragione e che la deriva “sovranista-populista” è sostenuta per disillusione, per comunicazione fallace e per la percezione di una mancanza di risultati tangibili. Dove si è lavorato sul territorio l’elettorato, a prescindere dallo schieramento politico, lo ha riconosciuto. E ci si ricordi del 2013, quando il Lazio, deturpato da anni di cattive amministrazioni, è stato preso per mano dal viso affidabile e simpatico di Nicola Zingaretti, con uno slogan di speranza: “Immagina un Nuovo Inizio”.
Ecco forse la sinistra dovrebbe ripartire da quello slogan e soprattutto dalla politica che lo ha seguito. Politica vera e concreta.

 

(tutti i dati sono reperibili sui siti: http://www.regione.lazio.it/rl_main/ e https://www.nicolazingaretti.it/in-regione/).

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