Apologia del fascismo, come funziona e quando si applica?

Nelle ultime settimane, sentiamo sempre più spesso parlare di apologia del fascismo. Sembra infatti paradossale che i partiti di estrema destra come CasaPound Forza Nuova possano riunirsi liberamente e diffondere un messaggio politico che si ispira senza mezzi termini al fascismo. E lo stesso vale per le realtà come Altaforte, nell’occhio del ciclone durante la settimana del Salone del libro di Torino: verso la casa editrice si profila un’indagine da parte della Procura del capoluogo piemontese.

Eppure, spesso non è chiaro quando si possa parlare di reato di apologia del fascismo: basta difendere in piazza le idee di Mussolini o è necessario che succeda qualcos’altro?

Le leggi: Costituzione e Scelba

Alla fine della Seconda guerra mondiale e dopo venti anni di dittatura, i padri costituenti della Repubblica italiana si trovarono di fronte a un problema complesso: evitare che si ricostituisse il fascismo in un Paese con libertà di espressione e pluralismo.

La soluzione venne trovata con la XII delle disposizioni transitorie e finali del testo costituzionale, che recita così:

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista

L’articolo 48 da cui si deroga è quello che prevede che tutti i cittadini italiani hanno diritto al voto.

Questa disposizione di fatto garantiva che non nascesse di nuovo quel preciso partito fascista che era stato guidato da Mussolini e aveva governato in Italia per un ventennio, ma non diceva nulla a proposito di associazioni o gruppi politici che si ispirassero al fascismo.

Nel 1952 venne promulgata la legge attuativa, che prende il nome dal democristiano Mario Scelba. La legge stabilisce inanzi tutto che il “disciolto partito fascista” si ha

 quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.

Al comma 4 della legge, si stabiliscono inoltre quelle situazioni in cui c’è il reato di apologia del fascismo. La pena da sei mesi a due anni di reclusione viene estesa “a chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Questo punto riunisce sotto lo stesso cappello sia chi vuole creare un partito fascista sia chi in compagnia di quattro amici dice «Mussolini era un grande uomo e ha fatto cose straordinarie».

E nonostante sia ben difficile trovarsi d’accordo con una persona che la pensa così, non dobbiamo dimenticare neanche che l’articolo 21 della Costituzione garantisce un diritto indispensabile: la libertà d’espressione.

I limiti alla legge: la Corte costituzionale

Non a caso, nei primi anni dopo l’approvazione della legge l’apologia del fascismo venne utilizzata contro molti esponenti del Movimento sociale italiano, che per difendersi dalle accuse si rivolsero alla Corte costituzionale, affermando che la Scelba era in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione.

La Corte si espresse nel 1957, stabilendo due cose:

  1. La legge Scelba non è incostituzionale, perché fa riferimento alla XII disposizione
  2. Per accusare qualcuno di apologia non è sufficiente che elogi o difenda il fascismo, ma che questo elogio e questa difesa siano finalizzati a ricostituire il partito fascista

In base a questa sentenza, CasaPound Forza Nuova sono autorizzate ad esaltare il fascismo e Mussolini, fare il saluto romano, indossare maglie o possedere oggetti col volto del dittatore, purché non cerchino di ricreare il partito o di mettere in atto le sue metodologie di politica violenta e antidemocratica.

Addirittura, non è proibito neanche inserire l’aggettivo “fascista” nel nome di un partito: è il caso di Fascismo e libertàche nel suo sito internet spiega le ragioni della sua legalità: varie sentenze hanno stabilito infatti che il partito può esistere con questo nome e il suo simbolo (un fascio littorio), a patto che rispetti il metodo democratico e non utilizzi la violenza.

Contro l’odio e le discriminazioni: la legge Mancino

L’interpretazione della Corte costituzionale creava un ulteriore problema: se anche i partiti e movimenti neofascisti non usano la violenza, spesso nelle loro idee veicolano messaggi di odio razziale e discriminazione.

Per questo motivo nel 1993 è stato approvato un decreto legge noto come legge Mancino, dal nome del ministro dell’Interno del governo presieduto da Giuliano Amato. Il dl stabilisce che

È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Le legge proibisce inoltre di esibire simboli o slogan che incitino a discriminazione e violenza. Non è quindi rivolta soltanto al fascismo o al nazismo, ma anche, ad esempio, a un’eventuale costituzione del Ku Klux Klan. 

Di fatto, anche la legge Mancino rischia di essere in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione: in caso di processo, i giudici decidono di volta in volta se usare la legge Scelba, la legge Mancino o l’articolo 21.

Conclusione: una questione giuridica

Da questo quadro di leggi emerge che è molto difficile, se non impossibile, parlare di soppressione dei partiti di estrema destra senza rischiare di entrare in contrasto con la libertà di espressione di ogni cittadino.

Quello che certamente è chiaro, però, è che l’apologia del fascismo è una questione giuridica, e non politica. Sembra una differenza sottile, ma è molto importante: appellarsi al reato di apologia non deve diventare il metodo della Sinistra per fare opposizione, perché il rischio è quello di un altro, l’ennesimo, sconfinamento di ruoli, con i giudici che si ritroverebbero loro malgrado a diventare armi di campagna elettorale e non più garanti del rispetto della legge.

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