Arabia Saudita: Riforme e Diritti Umani

Con lo scandalo derivato dal caso Khashoggi e dal recente episodio della diciottenne saudita scappata dal suo paese per ricercare asilo politico all’estero e finalmente accolta dal Canada, l’Arabia Saudita sembra subire ultimamente un più attento scrutinio da parte dell’opinione pubblica internazionale e dalle ONG riguardo il rispetto dei diritti umani nel paese. A ciò, va aggiunta la denuncia da parte di Amnesty International della violazione del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen.

Soprattutto il caso Khashoggi sembra aver gettato un’ombra sulla figura del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman che nel regno di suo padre, Salman dell’Arabia Saudita, ricopre la carica di vice Primo Ministro e Ministro della Difesa. Mohammad bin Salman sembra aver acquistato sempre più potere negli ultimi anni; sua è l’idea della guerra in Yemen, sua sembra essere l’idea di una più feroce contrapposizione all’Iran di comune accordo con gli Stati Uniti, di cui è diventato un interlocutore importante. MbS cerca inoltre di apparire come un riformatore in politica interna con il suo progetto “Vision 2030”, un programma di riforme annunciato nell’aprile 2016 destinato ad incidere su tutti gli aspetti della vita nel paese. Esso si regge in particolare su tre pilastri: lo status dell’Arabia Saudita come centro del mondo arabo e islamico; la determinazione nel diventare un centro d’investimenti globale e la volontà di trasformare la posizione geografica strategica del paese nel fulcro degli scambi commerciali tra Asia, Europa e Africa.

Un altro punto importante è l’obiettivo di diversificare l’economia saudita per evitare l’eccessiva dipendenza dal petrolio sfruttando altre risorse come oro, fosfati e uranio, nel documento si afferma infatti chiaramente che il futuro re non permetterà più che il proprio paese viva alla mercé della volatilità dei prezzi del petrolio o ai bisogni dei mercati stranieri. La Vision 2030 ha anche un contenuto sociale; essa afferma il desiderio di voler costruire un paese migliore in cui i suoi abitanti possano vedere realizzati i propri sogni e in cui vi siano le opportunità per sviluppare il potenziale e il talento dei giovani, uomini e donne. Nella “Vision 2030” si afferma inoltre che il governo continuerà a sviluppare i talenti delle donne, a investire nelle loro capacità produttive e a rafforzare il loro futuro per renderle in grado di contribuire allo sviluppo della società e dell’economia. Grazie ad alcune limitate riforme MbS è stato dipinto da alcuni media occidentali come un potenziale riformatore, tuttavia la realtà è ben diversa e le riforme più radicali richiederanno tempo.

Riguardo la situazione della donna, essa è un riflesso dei precetti della scuola Hanbalita che struttura teoria e prassi giuridica in Arabia Saudita. Sull’ Hanbalismo, alla fine del Settecento, si è innestata la corrente del Wahhabismo che è diventata la corrente islamica dominante in Arabia Saudita e religione di stato dopo l’unificazione della penisola ad opera della dinastia Sa’ud. Il tratto più vistoso del Wahhabismo sta nel predicare la necessità di un ritorno alla lettera delle fonti con ricadute enormi sulla condizione femminile. La subordinazione della donna all’uomo nel Wahhabismo sarebbe infatti supportata dall’interpretazione letterale di alcuni passaggi del Corano in cui si afferma che gli uomini debbano essere considerati i protettori e responsabili delle donne. Da quest’interpretazione deriva l’istituto della tutela (wilaya o wisaya) che non è codificato dalla legge, ma è applicato attraverso una serie di disposizioni burocratiche formali e informali in base alle quali un padre, un marito, un fratello o un figlio hanno il potere assoluto di decidere su questioni che regolano la vita quotidiana delle donne. Istruzione, sanità, viaggi e lavoro, sono tutte questioni che richiedono l’approvazione del tutore. Una contraddizione in questo sistema appare evidente dal momento che le istituzioni non possono garantire la sicurezza e protezione delle donne visto che sono i loro tutori maschi ad avere l’ultima parola sulle loro vite. Le donne accusate di un reato possono essere liberate solo quando un tutore accetta di firmare i relativi documenti. Se una donna subisce abusi o violenze da parte del proprio tutore, scappa di casa ed è arrestata dalle autorità sarà quello stesso tutore a dover firmare i documenti per il rilascio.

La società saudita può essere considerata paternalistica, dal momento che un buon sistema di welfare sostiene anche le donne che possono quindi avere accesso all’educazione, a servizi sanitari efficienti e possono lavorare, tutto questo se si sottomettono all’autorità del tutore, in un tipo di patriarcato che non è né interamente pubblico né privato ma in cui le due sfere si completano e rafforzano a vicenda. Recentemente la vicenda della diciottenne saudita Rahaf al Qunun ha attirato l’attenzione internazionale soprattutto per il modo in cui la ragazza ha cercato, nella sua fuga dall’Arabia Saudita all’Australia, di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e dell’ONU per ottenere lo status di richiedente asilo. Al Qunun, infatti, da una camera d’albergo a Bangkok, dove si era barricata per evitare di essere rimandata in Arabia Saudita dalla polizia tailandese durante uno scalo, ha lanciato appelli su Twitter in cui raccontava la sua storia e pregava di non essere rimpatriata. La diffusione dei suoi tweet ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale fosse mobilitata e che il suo caso arrivasse all’ONU e, infine, che venisse accolta in Canada. Al Qunun dice di essere scappata per sottrarsi agli abusi dei suoi famigliari e dopo che questi avevano minacciato di ucciderla poiché aveva confessato di essere atea. Molte altre giovani donne che hanno tentato di scappare dal Regno Saudita non sono state così fortunate e spesso sono state bloccate in paesi terzi e rimpatriate prima di poter raggiungere la loro meta.

 

Negli ultimi 10 anni l’Arabia Saudita ha intrapreso una serie di limitate riforme per alleviare la condizione femminile: è stato concesso alle donne di avere un ruolo limitato nello spazio politico del paese, potendo essere elette ed eleggere nelle elezioni comunali, ci sono state riforme per facilitare l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e le autorità hanno offerto borse di studio per frequentare università straniere. Nel 2013 è stata varata una legge che condanna l’abuso domestico e nel 2016 sono stati creati dei centri per ricevere e rispondere ai casi di violenza domestica e da giugno 2018 le donne possono guidare.

Nonostante questi passi in avanti, Human Rights Watch nel suo report sull’istituto della tutela e la condizione femminile in Arabia Saudita sottolinea come questa pratica limiti ancora fortemente l’autodeterminazione delle donne saudite. Molte di esse sono ostacolate nel loro diritto di voto da requisiti burocratici e solo il 10% dei votanti nelle elezioni del 2015 era di sesso femminile. Inoltre, solo 21 donne sono state effettivamente elette nei consigli municipali e nel gennaio 2016 il governo decretò che le neoelette consigliere avrebbero potuto presenziare alle riunioni del consiglio solamente in video conferenza. Inoltre HRW sottolinea come le borse di studio governative sopra citate non possano essere accettate senza l’assenso del tutore e come, sebbene lo stato saudita abbia fatto passi in avanti per affrontare la questione degli abusi domestici, ciò sia stato fatto solamente all’interno dei confini dell’istituto della tutela. Per chi ha subito abusi domestici è difficile avvalersi di meccanismi di protezione, senza contare che i rifugi gestiti dallo stato per donne che fuggono dalla famiglia sono simili a prigioni e non vengono viste di buon occhio dalla società che impone una sorta di stigma a coloro che vi si recano. Da questo breve excursus appare chiaro che finché l’istituto della tutela in Arabia Saudita non verrà abolito, ogni tentativo di miglioramento della condizione della donna sarà superficiale e non sostanziale.

 

Il caso dell’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi nell’ottobre 2018 presso il Consolato saudita ad Istanbul ha inoltre indignato la comunità internazionale e sottoposto a più attento scrutinio le questioni della libertà di espressione e del rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Secondo un report del novembre 2018 di Amnesty International il governo saudita ha approvato una serie di misure repressive contro associazioni e militanti per i diritti umani. In particolare, dal 2014 in poi Riyad avrebbe usato la Corte Criminale Specializzata, un organo creato per contrastare il terrorismo, e la legge sul contro-terrorismo, per perseguire i difensori dei diritti umani colpevoli anche solo di aver dimostrato in maniera pacifica. Nel novembre 2015 inoltre, il Consiglio dei Ministri ha approvato la legge sulle associazioni che, con ampi poteri discrezionali, può decidere di sciogliere ogni organizzazione ritenuta un pericolo per l’unità nazionale, perciò con la motivazione di danneggiare l’unità nazionale, è stato spesso impedito alle associazioni per i diritti umani di operare, tanto che nello stato ne rimangono solo due, entrambi organi del governo. Inoltre, secondo Amnesty International, la libertà di espressione viene limitata attraverso l’Articolo 6 della legge anti-crimine informatico con cui diversi tipi di esternazioni più o meno politiche possono essere ricondotte a un’ampia e vaga definizione di “terrorismo” per cui può essere applicata anche la pena di morte. Inoltre Amnesty sottolinea come gli attivisti e dissidenti subiscano torture, violenze o vengano altrimenti vessati durante la loro detenzione.

 

Lo scalpore suscitato dal caso Khashoggi ha spinto anche l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, a richiedere che l’investigazione sulla morte del giornalista fosse il più possibile trasparente, credibile e guidata dalla ricerca della verità e non dalla geopolitica. Essa ha inoltre aggiunto che “un crimine contro un giornalista, ovunque nel mondo, è un crimine contro la libertà di espressione, contro la libertà di informazione, e in quanto tale, un crimine contro le nostre società […] il nostro modo di vivere, in Europa in particolare, i nostri principi e valori. È un crimine contro tutti noi”.

 

 

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