Ascesa e declino (?) di un Rottamatore mancato

Il 22 febbraio 2014, ebbe inizio il governo Renzi. Sembrava che il cammino del nuovo premier Rottamatore iniziasse col vento in poppa, la benedizione di Dio e la fede del suo popolo. Giovane, carismatico, acclamato dalle masse, estraneo agli apparati e alle logiche distorte della vecchia politica, il segretario del PD ed ex Sindaco di Firenze doveva essere il nuovo uomo della provvidenza che avrebbe salvato l’Italia dal declino. In realtà, in data 22 febbraio 2014, il passaggio della campanella con un amareggiato Enrico Letta segnò soltanto l’inizio della fine. Perché Dio, si sa, tante volte è selettivo, e benedice solo chi è puro dal suo peccato originale. La mela di Adamo ed Eva. E così il popolo, è fedele soltanto a chi viene benedetto da Dio. Proprio in quel passaggio di campanella, premesso dall’#enricostaisereno che tanto aveva fatto gridare allo scandalo i più scettici, Matteo Renzi ha segnato la sua condanna. Si è macchiato del peccato originale. Ha preso il potere con una manovra di palazzo, senza passare dal responso del voto. Il voto del suo popolo.

Da quel momento in avanti, il governo Renzi, quarto per durata della storia Repubblicana del Bel Paese, è stato proprio quello che non avrebbe mai dovuto essere, una continua traversata nel deserto alla ricerca del Fiume Giordano, e di un San Giovanni pronto a redimere, con la grazia di Dio e del popolo, il premier dal suo peccato. E’ stato una ricerca ininterrotta della legittimazione, senza che mai, però, si arrivasse davvero alla catarsi. Un modo per raggiungerla subito ci sarebbe stato, davvero, e sarebbe stato più semplice di quanto si possa immaginare. Lo notano eccellentemente Vassallo e Gualmini, in un editoriale dal titolo Renzi ha commesso un errore? Sì, nel 2014: anziché cercare di ottenere una riforma elettorale passabile ed andare subito al voto anticipato, Renzi ha voluto alzare l’asticella. E si è andato ad impelagare sullo scoglio più alto e aguzzo. Quello del Referendum Costituzionale.

Referendum di cui non ci sarebbe stato neanche bisogno, sottolinea Cazzulo sul Corriere della Sera. E’ stato Renzi stesso a sollecitarlo, senza aspettare che l’opposizione si incaricasse dell’onere di richiederlo. Voleva a tutti costi sanare il vizio d’origine. Quale miglior modo, se non quello di impegnare la sua stessa persona nella modifica della Costituzione? Tanto che il referendum sulla nostra Carta fondamentale è diventato, giocoforza, un referendum sulla figura del premier, e sul suo operato. Così, è iniziata una lotta di Matteo Renzi contro tutti. Se Maciste si fosse schierato per il NO apostrofa ironicamente Cazzullo avremmo visto Renzi contro Maciste. La coalizione del NO è stata un agglomerato eterogeneo, di cui tutti ora, nessuno escluso, rivendicano la paternità. Giudici e costituzionalisti, Grillo e Salvini, Berlusconi e la vecchia guardia del PD, tutti uniti da un unico obiettivo: mandare Renzi a casa. Sollecitarne le dimissioni. Perché era inevitabile, che dimissioni ne sarebbero arrivate, in caso di sconfitta. Matteo Renzi si è giocato l’all-in, ed ha perso. Non può (almeno per ora) sedere al tavolo per la successiva mano.

Popolare, populista, pop. Tutti epiteti che sono stati associati ad un premier senza dubbio innovativo, dal punto di vista mediatico, comunicativo, di approccio al partito. E’ stato, l’esecutivo di Matteo Renzi, il governo dei Tweet, delle Leopolde, degli ottanta Euro e del Jobs Act. Un governo che ha cercato di dialogare coi cittadini prima che coi partiti. Che forse è quello di cui l’Italia avrebbe davvero bisogno; ma se la nostra è davvero, come la chiama Scoppola, la Repubblica dei partiti, forse escluderli totalmente dal dialogo era un passaggio eccessivo. E Renzi alle volte ha fatto proprio questo: ha dimenticato di essere il segretario di un partito che unisce insieme ex comunisti, ex democristiani, ex sindacalisti, ex partigiani, e anche ex amministratori di condominio. Un partito che veniva dalle segreterie di Bersani ed Epifani, certo più legati al compromesso che non alle prese di posizione forti. Due politici che piacevano al partito; non certo ai cittadini. Matteo Renzi ha fatto esattamente il contrario. Non siete con me? Siete gufi; remate contro l’Italia. Non vi va bene quello che propongo? Quello che vogliono i cittadini? Peccato; non abbiamo bisogno di voi. E così, sono iniziate le scissioni: di chi ha fondato nuovi gruppi o partiti, e di chi, certamente più scaltro, all’interno del PD ha continuato ad attendere paziente che la tela che il segretario premier stava intessendo lo intrecciasse da solo. Che è quello che poi è successo col referendum. E col fronte per il NO.

Renzi ha perso, ovvio; perché il SI’ ha straperso. Ma lui, in fondo, ha perso solo a metà. Primo, perché in Italia nessuno vince mai e nessuno perde mai, e questo è un dato di fatto che fa da mantra alla nostra politica fin dagli anni di Crispi e Giolitti. Secondo, perché ha intascato un 40,5 percento dei consensi che è praticamente tutta (o quasi!) farina del suo sacco. Vassallo e Gualmini dicono che questo 40,5 non è fatto da soli elettori del PD renziano: chiaro, sarebbe pura utopia. Ma quale parte del numero magico rivoterebbe Renzi in un’ipotetica consultazione politica? Di certo, una quota di elettori non trascurabile.

Renzi ha preparato il referendum con una certa spocchia, credendo che l’Italia fosse ancora quella del 41% dato al PD alle Europee del maggio 2014. Erano, quelli, i tempi degli 80 euro in busta paga, quando il premier era a Palazzo Chigi da talmente poco tempo che ancora lo si poteva chiamare Rottamatore. Ma due anni dopo, le cose sono cambiate: la crescita c’è stata, ma non è stata quella promessa; molti provvedimenti hanno creato malcontento politico e sociale, dal Jobs Act alla Buona Scuola al tanto famigerato articolo 18 che ha messo sul piede di guerra tutti i sindacati, CGIL e FIOM in testa, con elmetti e bandiere da portare in processione. Ed è normale, che quando le cose non vanno la colpa ricade sempre sul governo e sul premier. Tanto più che il suo rivolgersi sempre e comunque al popolo degli italiani ha avuto un effetto boomerang, chiedendogli presto il conto. Matteo Renzi non può appellarsi a capri espiatori, né fare orecchie da mercante, perché lo sa bene che il PD non è Forza Italia: non è roba sua. Persa la battaglia, deve ammettere la sconfitta, e farsi da parte.

Alcuni commentatori hanno detto che i suoi discorsi più belli sono stati due: dopo la sconfitta alle primarie contro Bersani e dopo la vittoria del NO al referendum. Perché è facile, e questo è ovvio, parlare e promettere quando non si ha nulla da perdere. Ben più difficile è governare, cercare il compromesso, dover fornire un riscontro a quanto si dichiara. In questo, Renzi ha fallito. E’ innegabile. Ma almeno, e anche questo è innegabile, ci ha messo la faccia. Solo contro tutti. Un “eroe” senza amici. Ma San Giovanni, alla fine di questa storia, non è riuscito a trovarlo. Almeno per ora.

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