Atlas Consiglia: Animali Notturni – FASK

Sai
per tanti anni
pensavo fosse alternativo fare il punk
ma oggi ho trent’anni
vorrei soltanto dire quello che mi va
lo so, ti parrà strano
ma in fondo questa è la mia nuova libertà
Canzoni tristi, da Animali Notturni – FASK

 

Salve a tutti, noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia.” Questa frase ricorrente è la presentazione della band, fatta dalla voce Aimone Romizi, a ogni concerto. Una presentazione da band amatoriale, il gruppetto che a 16 anni metti su coi tuoi amici iniziando con le cover di Ligabue. I Fast Animals and Slow Kids, o FASK, nascono nel 2008 appunto a Perugia, avendo come unico obiettivo quello di dare un senso alla loro musica, alla loro rabbia.

E i FASK questa rabbia la mostrano, iniziano a farsi notare per l’Italia e aprono i concerti di band più conosciute come gli Zen Circus. Il loro primo album, Cavalli, sarà infatti prodotto da Andrea Appino e pubblicato dall’etichetta di proprietà degli Zen, Iceforeveryone. Passano in seguito a Woodworm, pubblicando Hỳbris, Alaska e Forse non è la felicità. Ancora una volta rabbia, punk duro, con un sempre crescente stuolo di fan pogatori e Aimone che dal palco invita la gente a saltare, fare casino, spingere il proprio vicino di parterre.

Queste premesse sono necessarie perché con il passaggio da un’etichetta indipendente a una major, la Warner, e la pubblicazione di Animali Notturni, qualcosa cambia: suoni più puliti, smussati, testi più riflessivi. C’è chi grida allo scandalo, i FASK si sono venduti, e c’è anche chi vede il cambiamento come un semplice processo fisiologico. Ma chi ha ragione? Si sono venduti o sono cresciuti?

Ascoltare Animali Notturni per la prima volta può spiazzare: 11 brani riflessivi, più lenti e sofferti. Si sente subito la differenza col passato, la rabbia fa posto all’introspezione, alla melancolia. La produzione è ineccepibile ed è affidata a Matteo Cantaluppi, il produttore già “colpevole” della svolta pop dei Thegiornalisti. Suoni quindi più puliti e professionali, testi maturi, ritornelli che rimangono in testa. Un album con due metà, una più oscura e una più aperta, una superficiale e una introspettiva, due modi di leggere non solo l’album ma la vita stessa.

Una svolta matura che ha forse deluso i fan puristi ma che piace e continua ad attrarre consensi, segno di un mercato musicale in continua evoluzione e di un segmento di nicchia che si ritrova ormai proiettato nel circuito della musica popolare, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. E a voi, è piaciuta questa svolta? Non potrei mai o Forse non è la felicità?

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