Atlas Consiglia: Chasing Trane, The John Coltrane Documentary

John Coltrane poteva salire sulla sua navicella spaziale, ed essa poteva condurlo ovunque, ovunque lui volesse andare – Benny Golson

Non è facile descrivere esseri umani dell’ampiezza di Coltrane in meno di due ore di film. Chasing Trane, un documentario girato da John Scheinfeld e disponibile su Netflix, per quanto può, ci riesce. Raccontando non solo la sua vita, ma il significato della sua vita. Raccontando tanto il suo passato, le sue origini, quanto con chiarezza la direzione della sua esistenza.

Ripercorrendo le tappe fondamentali del suo percorso, Chasing Trane riesce a comunicare perciò le molte dimensioni di un artista a tutto tondo, che nella sua musica confezionava non solo una tecnica perfetta, ma una riflessione profonda sulla vita.

John Coltrane non era un ragazzo prodigio. Iniziò a suonare il sassofono e a dedicarsi alla musica forse come risposta ad una serie di lutti che quando aveva dodici anni distrussero la sua famiglia. Non era un caso: la famiglia Coltrane veniva dal Sud degli Stati Uniti, dove le persecuzioni razziali erano all’ordine del giorno. La black music aveva sempre rappresentato, per gli afroamericani, una cura contro il terrore e il trauma, un modo per farsi comunità e darsi forza. Coltrane colse questo elemento curativo che era insito nella musica nera e lo fece suo.

Non seppe sfruttarlo fin da subito: quando, entrato nella banda della marina militare, iniziò a suonare per la prima volta in pubblico, era ancora evidente che il suo stile musicale ricalcava quasi pedissequamente quello di Charlie Parker, all’epoca suo assoluto idolo.

Ma c’è proprio un aspetto, che il documentario mette bene in luce, che fu fondamentale nella vita di Coltrane: lo sforzo perenne di migliorare sé stesso. La tensione continua verso altro da sé. L’incontentabile senso di inadeguatezza di chi sa di avere molto da imparare. Una spinta verso la perfezione che gli impediva di adagiarsi sulle sue pur buone capacità. Per questo Coltrane dedicava ore e ore al giorno alla pratica, chiuso nelle sue stanze d’albergo, e quando, non infrequentemente, i suoi vicini si lamentavano del rumore, lui iniziava una musica muta, allenava le dita e passava molto tempo, in silenzio, con il suono del suo sassofono solo nella sua testa. La sua spartana persistenza lo portò ben presto a collaborare con artisti del calibro di Dizzy Gillespie e Miles Davis.

 

Ma prima di realizzare completamente sé stesso, il musicista afroamericano avrebbe dovuto passare una durissima prova, quella della dipendenza dalle droghe pesanti. L’eroina causò la sua espulsione prima dal gruppo di Dizzy Gillespie e poi da quello di Miles Davis. Questa esperienza, avvenuta nel 1957, fu però il turning point della vita di Coltrane. Decise di disintossicarsi.

Scelse la strada più dura, quella del cold turkey: niente medici, niente sostegno. Chiuso in casa, Coltrane attese che gli effetti della dipendenza svanissero del tutto e passò attraverso un vero inferno, cosa che non fece altro che contribuire alla successiva percepita grandezza del personaggio. Bill Clinton, nel documentario, si dice ammirato: “Decise semplicemente di farlo, e per la forza che gli derivava dalla fede e dalla forza di volontà, lo fece”.

Fede. Una parola che Clinton sceglie non a caso. Perché la fede, da quel momento, diventò un elemento assolutamente centrale nel lavoro di Coltrane. Non era semplicemente un buon cristiano. Studiò tantissime religioni, dedicandosi ora all’una ora all’altra, e giunse alla conclusione che c’era qualcosa, che le racchiudeva tutte, che si posizionava molto più in alto.

Chasing Trane riesce ad esprimere bene la centralità dell’elemento religioso nel lavoro di Coltrane, l’ispirazione che gli derivava dal ragionare nei termini dell’infinito. Nell’abbracciare l’Universo e Dio con esso, Coltrane regalò una missione alla sua musica, che era quella di rendere felici le persone, di unirle, di farle sentire amate e di insegnare loro l’amore. Una missione che sarà ben evidente nell’album A Love Supreme. L’importanza di Coltrane, secondo Carlos Santana, risiedeva proprio in questo aspetto di universalità: “non importa in che religione o in che ideologia tu creda: il suono di Coltrane è il suono della luce ed è il suono dell’amore”.

Ma per un uomo sempre in movimento questo non era forse abbastanza. All’apice del suo successo commerciale, Coltrane cambiò direzione. Decise di percorrere nuove vie e di sperimentare nuove idee musicali che lo portarono verso le ardite melodie del Free Jazz. All’inizio non fu compreso. I membri della sua band se ne andarono e spesso il pubblico lasciava la sala a metà del concerto.

A Coltrane, però, tutto ciò non interessava. Non aveva mai suonato e scritto musica per il successo o per piacere alla gente. La sua era una ricerca personale che tendeva dritta al senso della vita. E con la sua musica voleva piuttosto ispirare gli altri a vivere al massimo delle loro capacità e potenzialità. Il suo spirito, vivo anche dopo la sua morte, avvenuta prematuramente a 40 anni a causa di un tumore al fegato, sembrava dire esattamente questo: “sto usando la musica per cercare di convincerti ad afferrare in tempo un amore supremo, così che tu possa smettere di essere solamente un prigioniero del tempo. Tu sarai colui che creerà e realizzerà un mondo migliore”.

Attraverso la musica stessa di Coltrane, le sue parole recitate da Denzel Washington e i ricordi delle persone che gli erano vicine, nonché dei suoi ammiratori, Chasing Trane riesce ad ispirare chi si lascia trasportare dal racconto di una vita proceduta brevemente, ma senza fretta, a passi da gigante.

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