Atlas consiglia: Cowboy Bebop // Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu

Cowboy Bebop

“C’era una volta un gatto, un po’ speciale. Nel corso dei secoli era morto e rinato più di un milione di volte. Era stato allevato da generazioni di uomini verso cui non aveva provato che indifferenza. Non temeva la morte. A un certo punto decise di diventare un libero gatto randagio. Incontrò una bella gatta bianca e vissero insieme felici e contenti. Passarono gli anni e la sua candida compagna, ormai vecchia, si spense. Lui pianse per più di un milione di volte, e poi la seguì. Non rinacque più.” [Spike Spiegel]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ importanza di Cowboy Bebop nell’ evoluzione degli anime giapponesi ha davvero pochissimi pari (innovazioni in tutti i campi, sdoganamento definitivo del genere in occidente… ), ma a noi poco importa. Si tratta della classica opera che “andrebbe trattata molto più approfonditamente”, ma che, a ben vedere, non ha bisogno di grandi analisi tecniche, bensì di trasmettere sensazioni. Una manciata di cacciatori di taglie falliti che vagano per la galassia sbagliando e restando squattrinati, il tutto a bordo del Bebop, una vecchia astronave, sull’onda di una colonna sonora jazz/blues fenomenale: Cowboy Bebop.

Cowboy Bebop parla di facce: da quella disillusa e ironica di Spike a quella solcata dalle cicatrici di Jet. Il passato si ripercuote su tutti i personaggi, che lo rivivono costantemente, con nostalgia, dolore oppure con confusione; il passato è il nemico e l’amico, protagonista assoluto di una galassia “retro”, che guarda al Far West e al “Wanted dead or alive”. Il passato e il tempo colpiscono con forza il viso dei protagonisti, lo sfilacciano e lo deformano, schiacciandoli sotto il peso dei ricordi e facendoli crescere: il tutto senza lasciare spazio al classico sci-fi dai toni cupi, ma sfumando dalla speranza alla bellezza.

Ogni episodio è un piccolo gioiello a sé, presenta una proprio diverso stile, dal dramma poliziesco in bianco e nero al Western/punk, dalle arti marziali orientali all’horror neo-noir. Ogni episodio crea personaggi vissuti e viventi, plastici e reali, che fanno i conti con il proprio passato e che agiscono sul presente di conseguenza: paradossalmente quasi tutti vengono dimenticati, mai più nominati dalla ciurma del Bebop. Le scene d’azione sono curatissime e magistralmente accompagnate dalla fantastica (dico sul serio) colonna sonora, ma non reggono il confronto con i litigi e i silenzi dei personaggi (Spike Spiegel, Jet Black, Faye Valentine, Ed e Ein) all’interno del Bebop, a pochi metri dallo vuoto cacofonico dello spazio.

Ogni episodio termina con una piccola scritta bianca su schermo nero “SEE YOU SPACE COWBOY”. Il cowboy è una figura malinconica e leggendaria, errante e solitario, vagabondo in un deserto di sabbia; porta su di sé un peso, quello del passato (“YOU’RE GONNA CARRY THAT WEIGHT” la frase conclusiva dell’opera): il “cowboy bebop” vaga in un deserto di lune, di asteroidi, di vuoto, di violenza e di ricordi sparsi tra le stelle.

 

Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu

“Un orso di mare ha ventisette vite. Di tredici e mezzo delle mie vite riferirò in questo libro. Sulle altre, invece, tacerò. Anche un orso ha il diritto a certi lati oscuri: lo rendono più interessante e misterioso.” [capitano Orso Blu]

 

 

 

 

 

 

 

 

La letteratura tedesca ci ha lasciato poco nel Novecento, ha poco appeal internazionale: questo è forse il grande paradosso della nazione motore economico del continente, figlia della filosofia, madre dell’espressionismo e del romanticismo. Walter Moers solo dovrebbe far apprezzare la letteratura tedesca del secolo scorso: potrebbe essere accostato a un Calvino meno fiabesco ma dal genio prorompente o ad un Buzzati, ma più volatile.

Amburgo è una città grigia  a antica, si affaccia placidamente sull’estuario del fiume Elba, pensandolo solo come panorama melanconico: cosa può produrre? Walter Moers non ama la celebrità, non gli serve (anche solo reperire sue fotografie è abbastanza raro) e scrive (specialmente) di fantasy, mentre fuori dalla finestra (piace pensarla così) Amburgo vive con calma sotto una pioggia fiacca e lenta.

“Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu” è allucinante e allucinatorio, non in un senso psichedelico “americano”, onirico o fiabesco, bensì in una maniera esclusivamente sua: minipirati con la mania degli abbordaggi in grande stile, onde ciacoline che non stanno mai zitte, spiriti coboldi nostalgici e amanti del pianto, un gigante senza testa che vaga cercandola, una testa senza gigante abbandonata e abitata da idee, un principe di un’altra dimensione (fatta principalmente di tappeti), un deserto dolce, sabbia pensante, una foresta vivente, drammatici duelli di bugie, un professore con sette cervelli… La prima grande opera di Moers prorompe, esonda, straripa intelligenza purissima, al suo stadio più liscio: lo scrittore di Amburgo non tratta tematiche (che pur ci sono), ma spalanca il proprio cranio, dà aria al cervello, lascia che le lettere e l’inchiostro si incastrino e creino Zamonia. Orso Blu cresce silenzioso, ascolta, impara lentamente a parlare (fino a diventare un maestro di menzogna, impareggiabile mentitore alla gara di bugie di Atlantis) e, alla fine, decide di tacere, perché tutto ciò che c’è da dire è già stato detto.

L’Orso Blu, il protagonista, nato (forse) dalla schiuma di un’onda, è uno spettatore pacato e silenzioso, senza personalità e senza particolare attrattiva, perché non può averne. Nessuno potrebbe affrontare un viaggio folle come il suo senza essere Orso Blu, Ulisse che vive tredici vite (e mezzo) per Zamonia, il continente di Moers.  Vivrà altre tredici vite e mezzo, forse bene, forse male. Di quelle non sappiamo ancora nulla, e va bene così.

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