Atlas consiglia: Event Horizon (Punto di non ritorno)

Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo.

Anno 2047, la razza umana si sta espandendo, lentamente, nel sistema solare. Vicino a Nettuno l’astronave Event Horizon, sparita anni prima durante un non ben precisato esperimento, ricompare senza preavviso.
I soccorsi sono guidati da un grande Lawrence Fishburne, capitano della Lewis and Clark, che ha il compito di capire che cosa sia successo sette anni prima e cercare eventuali sopravvissuti.
Event Horizon è uno dei film migliori di un sottogenere molto difficile da fare (bene): l’horror fantascientifico. Ingiustamente sottovalutato dalla critica, ci parla dell’orrore della conoscenza e dell’inferno (inteso come “realtà” dell’universo, libera da percezioni).

Ogni frame grida a Lovecraft, a Solaris di Lem e al Libro Rosso di Jung: la scienza e la ragione non possono spiegare tutto, la realtà non esiste in nostra funzione, ma è e basta, e noi tentiamo di interpretarla con i nostri limitatissimi mezzi da mammiferi predatori, i sensi.
La vera domanda è: sarebbe desiderabile conoscere ciò che ai nostri sensi è negato? La risposta di Event Horizon e di Lovecraft è categorica: no.
Non siamo nati per sopportare la vista dell’abisso senza impazzire, e anche quando ne vediamo solo uno spicchio, desideriamo subito l’oblio. Dimentichiamoci dell’ottimismo positivista di Star Trek, la scienza e la ragione sono state sufficienti quel tanto che basta per spingerci a pochi metri dalla riva verso l’oceano: già queste poche bracciate nell’acqua sono troppo per chi è nato su un’isola rassicurante, che sia la Terra o semplicemente la barriera naturale costruita dai nostri cinque sensi.

Il cosmicismo di Lovecraft, portato avanti in tutti i suoi racconti, non si limita a ipotizzare un universo neutro verso l’uomo, ma uno apertamente ostile a esso, anche inconsapevolmente: così gli dei di Lovecraft, pur non interessandosi agli umani, possono avvelenarli con la semplice presenza.
La risposta è nostalgica, un ritorno all’antichità e un’involuzione tecnologica? Anche se può non sembrare, Lovecraft non ha una vera fiducia nemmeno nel mondo premoderno, traboccante, nei suoi racconti, di culti e violenza.

Event Horizon parla di Dante, di un inferno che voleva essere superstizione ma che è reale, di uno spazio vuoto che non vuole farsi comprendere e delle insidie della conoscenza. La reazione immediata dei personaggi, tecnici, uomini di scienza, è appunto quella di razionalizzare, perché questo è stato loro insegnato: proprio il non ammettere subito l’inspiegabile li condurrà lentamente verso la rovina.

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