Atlas Consiglia: Glass

Glass di M. Night Shyamalan è un capolavoro. E’ un capolavoro che si rivela tale solo alla fine del film e alla fine della trilogia “del vetro” o “dello specchio”. Unbreakable (2000) è il non mostrarsi a nessuno, il vivere nell’ombra. L’eroe, David Dunn, combatte i cattivi (criminali comuni) protetto da un poncho anti pioggia, è paranoico e devastato dalla vita.  Il vetro è indistruttibile e quindi non viene spezzato. Split (2016) è il dubbio, l’incertezza. Il mondo è davvero pronto per la Bestia? Questa Bestia, esiste davvero? Glass (2019) è la definitiva rottura del vetro, l’uscita dalla caverna di Platone, la luce del sole che spazza le ombre della grotta.

E’ ancora possibile girare film di supereroi? La domanda è retorica ma è anche simile a quella che potremmo porci sul genere horror dopo Scream: la risposta è probabilmente sì, ma sarà sempre più difficile. E’ paradossale che il momento di massima crisi e incertezza per questi supereroi sia “l’epoca d’oro” Marvel di Avengers & Co: non si parla ovviamente di forma e di tecnica, con budget così stratosferici sarebbe impossibile girare un film di supereroi “brutto”. A parte questo, cos’hanno ancora da dire un Avengers: Infinity War o un Thor: Ragnarok? Chiaramente nulla, sono puri film di intrattenimento, e Shyamalan lo sa.

In questo periodo si incunea Split (che si attacca a sorpresa al film di 16 anni prima, Unbreakable), mostrandoci un supereroe come “deus ex machina” in un’opera che fino alla fine di supereroistico non ha (in apparenza) proprio nulla. Le personalità di Kevin sono divise tra chi “crede” nella Bestia, e vuole mostrarla al mondo, e tra chi non ci crede, ovvero ha paura del giudizio degli altri quando la vedranno. La moralità è assolutamente irrilevante: la paura non è quella di essere giudicati per le proprie azioni, ma di essere giudicati ordinari, non eroi, mediocri.

Mr Glass è il protagonista assoluto del terzo film (da cui prende appunto il nome): Glass è la rottura, è l’esplosione dello schermo e della barriera che separa gli eroi dal mondo esterno. Per il villain dalle ossa di vetro, gli eroi dei fumetti sono espressioni artistiche di una realtà, di un “passato” in cui gli uomini straordinari erano reali. I poteri dei “tre eroi” non hanno nulla a che vedere con quelli dei Fantastici 4, né con quelli di Superman, perché sono “ordinari”, opinabili: se la Bestia fosse in grado di volare, non ci sarebbe nessun dubbio sulla sua “superumanità”; tuttavia, i poteri sono “al limite” dell’umano, un limite molto debole e dibattuto:  esistono altri uomini che potrebbero eguagliarli, senza superpoteri (?).

La psicologa, Ellie Staple, è l’uomo mediocre e meschino che teme la propria normalità, ne soffre, e soffoca con la razionalità qualsiasi slancio verso l’alto, qualsiasi stranezza. La dottoressa muove critiche sensate, semina il dubbio anche tra gli spettatori: nella sala all’improvviso serpeggia l’indecisione, il film inizia a farsi un po’ strano, non è quello che ci aspettavamo, vero? E se non ci fosse nessun potere?
Siamo sicuramente lontani dai film Marvel, non si tratta nemmeno di un film “d’azione”, non è un thriller, non è neanche un “omaggio” ai supereroi dei fumetti: Glass è un vero e proprio atto di amore assoluto di Shyamalan per il genere, è una profonda riflessione non solo sulla figura dell’eroe, ma anche sulla sua importanza per una società modesta, che odierebbe profondamente convivere con supereroi (“Perché loro sì e io no?”), e che quindi li relega ai film, ai fumetti, alla gabbia circoscrivibile della finzione.

I tre film si incastrano, e ci chiediamo come mai non ce ne fossimo accorti prima; non sono piroette logiche o colpi di scena che ci sconvolgono, ma l’affresco complessivo. Non c’è nessuna organizzazione segreta che nasconda supereroi, siamo noi che lo facciamo senza accorgercene, giorno per giorno: è la meschinità dell’uomo comune che non ha il coraggio di essere un eroe che uccide i veri eroi, chi ha il coraggio di esserlo.

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