Atlas Consiglia: House of Cards (1990)

La sesta ed ultima stagione di House of Cards, la serie tv americana diretta da David Fincher, si è rivelata un mezzo flop: la prima serie originale prodotta dalla piattaforma di streaming Netflix, la sua rampa di lancio, il suo successo globale, non sembra essere riuscita a sopravvivere al licenziamento di Kevin Spacey. Per i nostalgici, tanto vale recuperare il cugino britannico: House of Cards, la miniserie del 1990 trasmessa dalla BBC e diretta da Ken Riddington, che non è invecchiata per nulla. Un gigantesco Ian Richardson interpreta Francis Urquhart, Chief Whip del Partito Conservatore, che decide di vendicarsi dei suoi “alleati” eliminandoli dalla scena politica e diventando Primo Ministro.

La serie è tratta dall’omonimo romanzo di Michael Dobbs, e la dimensione inglese le calza a pennello: la nebbia e il grigiore di una Londra reduce dalla iron lady Margaret Thatcher, che Francis odia e invidia, sono lontani dai grandi spazi della Washington bianca e pulita dell’opera di Fincher. Il regista statunitense ha fatto senza dubbio un grande lavoro, ma il grigiore, l’apatia e gli ambienti asettici di Westminster sono la perfetta immagine del potere fumoso e segreto dei palazzi londinesi. I monologhi con lo spettatore e la rottura della quarta parete sono più frequenti e continuati rispetto al remake americano, una parte fondamentale dell’aria shakespeariana che aleggia per l’opera: Urquhart è un uomo terribile e assolutamente amorale che si nasconde dietro alla ragion di stato, eppure lo spettatore tiferà per lui, lo amerà, lo seguirà, gli crederà, si fiderà (come i suoi elettori?).

Il fascino di protagonisti negativi e di antieroi non è di certo cosa nuova, e House of Cards solleva diverse domande: perché siamo attratti da questo tipo di potere, qual è il reale rapporto tra eletto ed elettore, quale tipo di democrazia vogliamo? La miniserie di quattro episodi è seguita da altre due stagioni (anche queste basate sui lavori di Michael Dobbs): To Play the King, il trionfo del nuovo primo ministro e lo scontro con la Corona, e The Final Cut, in cui Urquhart, ormai in declino, fa i conti con un passato sempre più terribile e con un futuro sempre più breve.

Cosa ci dice House of Cards, della natura umana?
I personaggi assolutamente positivi e quelli assolutamente negativi sono diversi, ma ciò che ci interessa è chi vive uno scontro interiore non tra bene e male, ma tra morale e non morale. E’ significativa l’assenza di personaggi negativi che si redimano, superati da personaggi positivi che vengono corrotti: dal potere? Probabilmente sì, anche se più del potere sembra corrompere il governo, cioè il confronto con la realtà e con la contraddizione. Uno dei pochissimi personaggi “incorrotti” sarà quello del re durante la seconda stagione: mosso da buone intenzioni e circondato da idealisti, ingaggerà uno scontro con Francis, restando se stesso. E’ però interessante come il monarca, alla fine, sarà sconfitto e relegato in una condizione di “debolezza”, cioè nell’incapacità di essere ascoltato e di essere al centro della scena (di nuovo riferimenti teatrali): chi “sta ai margini” non ha potere, chi sta “al centro” (anche se dietro le quinte), ha tutto.

D’altro canto, se la corruzione del personaggio di Francis Underwood, nella serie americana, appare mitigata dalla sua comunicazione “positiva” e altri fattori, Francis Urquhart è come una sorta di mostro glaciale, austero, spietato e simile a un serpente. Se Underwood si autodefinisce uno squalo, Urquarth è più simile a un rettile, tormentato da quello che ha fatto ma senza che questo lo possa cambiare.

House of Cards parla del potere, questo è chiaro, ma anche dello struggle, della tensione umana verso qualcosa che si risolve nel vuoto: se da un lato è vero che il potere non soddisfa mai e che tende a replicarsi, dall’altro il possesso di potere è sempre preferibile ad un’assenza di potere.
Essere Francis Urquhart, vuoto e povero, oppure essere il re, debole e incapace di cambiare qualsiasi cosa se non se stesso? Questi sono estremi, ma la domanda rimane.

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