Atlas Consiglia: La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia

Il 27 gennaio si è celebrata la Giornata della Memoria, occasione in cui si è riflettuto sulla tragedia delle vittime dell’olocausto. Questa giornata è spesso però anche l’occasione per un’altra riflessione, quella sull’importanza dello studio della storia come maestra di vita e sulla descrizione del suo incedere, nel dibattito “tra il cupo fatalismo persuaso dell’eterno ritorno, sia pure con mutati protagonisti, e il pervicace ottimismo degli assertori delle inarrestabili sorti progressive” per dirla con le parole di Luciano Canfora nel suo ultimo libro “La scopa di Don Abbondio. Il moto violento della storia” che commento in questo articolo e ne consiglio la lettura.

E’ un argomento molto attuale quello del moto e delle interpretazioni della storia affrontato dal professor Canfora nel suo libro, ancor di più nel corso di una Giornata della Memoria in cui si sono a più riprese tracciate delle similitudini, dei collegamenti, tra il dramma dello sterminio degli ebrei e la tragedia delle morti nel Mediterraneo. Ma anche in una prospettiva più ampia giova interrogarsi sull’argomento, in un Occidente che sembra investito da una marea oscurantista che monta parallelamente a quella del profondo disagio socioeconomico. Dinamiche strutturali già viste nel corso degli anni del primo Novecento ma che probabilmente necessitano oggi di nuove categorie concettuali e nomi nuovi.

Risulta dunque molto interessante a questo proposito la lettura del libro di Canfora, che si apre con un richiamo ad una delle pagine più importanti di Guerra e pace, dove Tolstoj riflette sul metodo attraverso il quale avvicinarsi allo studio della storia e dunque alla comprensione dei fatti storici. Egli coglie infatti come l’unico modo per comprendere a fondo gli eventi del passato sia quello di prendere in considerazione non unità temporali arbitrariamente scelte, ma l’assoluta continuità del moto storico. Non la storia dei grandi o degli “atti e discorsi di alcune decine di uomini in uno degli edifici della città di Parigi”, scrive Tolstoj, ma l’insieme di tutte le volontà personali, poiché “la somma delle volontà degli uomini ha prodotto sia la rivoluzione che Napoleone, e soltanto la somma di queste volontà li ha tollerati e annientati”. Dunque la sfida, come scrive Canfora, è immergersi in questa assoluta continuità del moto. Ma di che moto si tratta?

Secondo il professore l’andamento della storia non è quello di un percorso lineare, diretto verso “le magnifiche sorti e progressive” per dirla con Leopardi, ma nemmeno può essere descritto come un movimento circolare di eterno ritorno, un continuo ripercorrersi delle stesse vicende. Al contrario, Canfora sostiene che il moto storico segue un percorso a spirale, sinusoidale. Più banalmente “la storia non si ripete però ama le rime” citando l’espressione che Pierluigi Bersani ha utilizzato durante la presentazione del libro di Canfora presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio a Bologna,

Questo movimento a spirale è scandito da una serie di scosse più o meno violente, quelle che agli occhi di Don Abbondio, e da qui il titolo del libro, sembravano salutari colpi di scopa. Colpo di scopa che per Don Abbondio era la peste “E’ stata un gran flagello questa peste, ma è stata anche una scopa; ha spazzato via certi soggetti che, figlioli miei, non ce ne liberavamo più” ma che possiamo anche e soprattutto osservare nella ciclicità del fenomeno delle rivoluzioni.

Se da un lato, scrive Canfora, ogni rivoluzione parte sempre dalla stessa fondamentale istanza, cioè il desiderio di uguaglianzaincoercibile come la fame”, che ci potrebbe spingere paradossalmente e superficialmente ad affermare che “le rivoluzioni incarnano in realtà sempre la stessa rivoluzione”, dall’altro lato però è importante riconoscere come anche dopo la più dura delle restaurazioni non si torna mai al punto di partenza, poiché vi è sempre un lascito, un residuo profondo che si sedimenta “nelle viscere della nazione” come scrive Tocqueville.

Il libro è inoltre ricco di spunti sull’attualità, dove il professore riflette in particolare sulle analogie tra la situazione politica attuale e quanto accaduto nei primi del Novecento. Se la marea nera che portò al crollo dell’ordine politico liberale aveva come basi di appoggio lo sciovinismo, attraverso l’identificazione di un nemico come bersaglio, e il welfare, seppur salvaguardando gli interessi economici più forti, oggi sembra che questa dinamica si stia ripresentando, seppur con varianti notevoli, sottolinea Canfora.

La principale di queste differenze ha alla sua base la divaricazione che si viene a creare tra un capitale che si muove su scala globale, apolide e che può anche fare a meno della rappresentanza politica, e un capitale medio/piccolo locale che invece ha un vitale bisogno di una voce politica a difenderne gli interessi. Di conseguenza, il rinnovato esperimento della “destra sociale” si rivolge in primo luogo non più, come in passato, in direzione degli interessi economici apicali, ma soprattutto alla fascia sociale della piccola borghesia uscita sconfitta dalle dinamiche della globalizzazione.

La profonda crisi delle forze politiche di sinistra è l’altra grande differenza rispetto al Novecento, che lui identifica nel “baratro che si è venuto aprendo tra sinistra e popolo”, in quanto si è relegato alla destra il grande tema della giustizia sociale, deridendolo e indicandolo come pauperismo, a cui è seguito “l’affiorare (quanto mai sterile sul piano dei consensi popolari) di formazioni sedicenti progressiste capitanate da élite urbane alto-borghesi”.

Il libro di Luciano Canfora è non solo un’interessante riflessione sull’andamento del moto storico ma è anche denso di riferimenti alla situazione attuale socioeconomica e politica. La conclusione del libro, riprendendo il Dialogo di Tristano e di un amico di Leopardi, risuona come un invito, o un suggerimento, in un momento in cui la grande trasformazione dettata dalla globalizzazione sembra sconvolgere tutto troppo rapidamente :

Tutte le transizioni conviene che siano fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di là a brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado. Così è accaduto sempre. La ragione è, che la natura non va a salti, e che forzando la natura, non si fanno effetti che durino, Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.

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