Atlas consiglia: Meridiano di sangue // Time Out

Meridiano di Sangue, Cormac McCarthy

La verità riguardo al mondo, disse, è che tutto è possibile. Se voi non lo conosceste fin dalla nascita e pertanto non lo aveste purgato della sua bizzarria, vi apparirebbe per quello che è, un cilindro truccato in uno spettacolo di illusionismo, un sogno febbrile, una trance popolata di chimere senza simili e senza precedenti, un carnevale itinerante, un circo ambulante la cui destinazione finale, dopo molte soste in molti campi fangosi, è ineffabile e imperscrutabilmente rovinosa. L’universo non è qualcosa di angusto, e l’ordine che vi regna non è ostacolato ad alcuna latitudine nel suo proposito di ripetere ciò che esiste in una parte di ogni altra parte. Anche in questo mondo esistono più cose fuori che dentro la nostra conoscenza, e l’ordine che voi vedete nella creazione è quello che ci avete messo voi, come un filo in un labirinto, per non smarrirvi. Infatti l’esistenza ha il suo proprio ordine, tale che nessuna mente umana possa abbracciarlo, poiché la mente stessa non è che un fatto in mezzo ad altri fatti.

Blood Meridian, o Meridiano di Sangue, è uno dei capisaldi della letteratura americana e Cormac McCarthy uno dei suoi autori più acclamati e schivi.

Brutalità e poesia vanno di pari passo in questo come in tutti i suoi romanzi: due aspetti indissolubili della stessa realtà. Così, mentre ci si addentra nella lettura di pagine dense e vischiose, si viene disgustati e ammaliati, attratti e respinti e tanto l’orrore quanto la meraviglia trovano posto in un mondo avvolgente e a tratti asfissiante, tratteggiato con pennellate sfuggenti e vigorose che, senza raccontare mai troppo, non lasciano da parte alcun dettaglio importante.

Forse, alla fine della lettura, non vi ricorderete i dettagli della storia, ma saprete che è la storia umana di un’esistenza in fondo priva di senso e destinata al nulla. Una farsa, una tragedia, a cui viene dato comunemente il nome di “male”, che è tanto vero quanto inspiegabile, tanto insopportabile quando inalienabile, tanto assoluto da risultare innocente. E il palcoscenico su cui tutto si muove è il Cosmo, dotato di leggi e meccanismi propri che agiscono indipendentemente dalla volontà di chi lo abita.

Di fronte ad una natura maestosa e indifferente McCarthy dipinge quindi l’universo come un’infinita successione di nascite e morti, di esseri aggrappati all’esistenza che il più delle volte non riescono a lasciare nemmeno un minimo segno del loro passaggio sul mondo e che svaniscono nell’incomprensione totale di sé stessi e di ciò che li circonda.

Ed è il Giudice Holden, un personaggio maestoso e glabro che sembra essere uno dei pochi ad essere consapevole della farsa in cui tutto si muove, e che quindi nella farsa ha un ruolo attivo, a spiegare a noi e al ragazzo protagonista del romanzo, in cosa consista la vita: “Sul palcoscenico c’è posto per un animale, uno solo. Tutti gli altri sono destinati a una notte eterna e senza nome. Uno dopo l’altro si immergeranno nel buio davanti alle luci del palco. Orsi che danzano, orsi che non danzano.”

Non è un libro che vi lascerà allegri, né vi andrà di leggerlo dopo una giornata faticosa, forse. Ma dopo aver seguito “il ragazzo” nella zona di frontiera fra Stati Uniti e Messico, dopo che lo avrete spiato tra un massacro e l’altro al seguito dei cacciatori di scalpi del terribile Capitano Glanton, chiuderete il libro e non potrete fare a meno di chiedervi se anche voi siate destinati a danzare oppure no.

Non evasione, ma un’immersione vera è propria è quello che regala un libro in grado di riportare l’epica nell’età contemporanea.

 

Time Out, Dave Brubeck Quartet

“Brubeck fu il maggior responsabile della moda di impiegare nel jazz fughe, rondò e altri ostentati prestiti della musica europea. Tutto ciò incontrava il favore del pubblico universitario, che apprezzava un pizzico di cultura sparso sulla musica di consumo. E Brubeck entrò a far parte ufficialmente della cultura americana quando la sua fotografia giunse alla copertina del ‘Time'” – LeRoi Jones

Bene, se volete riprendervi dalla lettura di Meridiano di Sangue, smetterla di pensare all’ineluttabilità della morte e godervi del sano jazz che vi trasporti in lidi più piacevoli, Time Out è il disco che far per voi. E anche se non siete amanti del jazz, probabilmente vi piacerà.

In un perfetto connubio di innovazione e tradizione, dove un approccio molto melodico si associa all’ingresso massiccio dei tempi dispari – non molto comuni nel jazz dell’epoca – Time Out accompagna l’ascoltatore in un procedere di note e improvvisazioni che si vorrebbe non finisse mai.

Il gruppo è composto da Dave Brubeck al pianoforte, Paul Desmond al sassofono contralto, Eugene Wright al contrabbasso e Joe Morello alla batteria. Un quartetto tutto da amare.

Nonostante alla sua uscita sia stato recensito negativamente dalla critica, il disco è diventato successivamente una delle pietre miliari del jazz e non a caso il singolo dell’album, Take Five, è una delle composizioni jazz più ascoltate e famose di tutti i tempi.

Basta, bando alle ciance. Come diceva un saggio uomo, parlare di musica è come ballare di architettura. Il disco è reperibile anche su Spotify.

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