Atlas Consiglia: Niandra LaDes & Usually Just a T-Shirt

Era la metà del ‘800 quando un tossicomane poeta parigino (invertendo gli addendi, la soluzione non cambia), Charles Baudelaire, scrisse “Del vino e dell’hashish”, trattato poi arricchito e divenuto celebre con il nome “I paradisi artificiali”.

Era la prima metà degli anni ’90 quando John Frusciante, lasciati i Red Hot Chili Peppers, si rinchiuse nella propria casa a Los Angeles per ultimare una raccolta di canzoni, spronato da alcuni amici, tra i quali Perry Farrell (frontman dei Jane’s Addiction), Gibby Haynes (frontman dei Butthole Surfers), Michalel “Flea” Balzary (bassista degli stessi RHCP)  e Johnny Depp.

Quest’ultimo, insieme a Haynes, diresse “Stuff” (1993), corto documentaristico, prima pellicola integralmente diretta da Depp, sulla vita post-“peperoncini” di Frusciante.

 

Parte scritte in gioventù, dall’età di nove anni, parte durante e poco dopo l’esperienza con i “peperoncini”, le tracce confluirono nell’album “Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt” (1994), il primo da solista: ventisei brani, tredici dei quali “Untitled”, senza titolo, scritti a causa della «mancanza di buona musica», quella che John avrebbe «voluto ascoltare».

 

Il viaggio: Red Hot Chili Peppers, Blood Sugar Sex Magic e l’uscita dal gruppo

D. H. [allora chitarrista della band, ndr] presentò a Flea un giovane fenomeno della chitarra di nome John Frusciante. Era un fanatico dei Chili Peppers che andava ai nostri concerti da quando aveva sedici anni. In realtà, avevo conosciuto John prima di Flea. Più o meno quando era uscito “Uplift” [terzo album della band, ndr], avevo suonato a Pasadena, […] ero andato in macchina al concerto, avevo parcheggiato ad alcuni isolati di distanza e, attraverso il parcheggio adiacente il locale, mi ero cercato un posto dove farmi [una] pera. In questo momento, due ragazzi dalla faccia fresca mi erano venuti in contro pieni di entusiasmo. «Oh, mio Dio, Anthony. Volevamo solo farti un saluto. Siamo superfan della tua band».
Avevo chiacchierato con loro un po’, poi ero andato a sedermi su un gradino e mi ero preparato un po’ di droga. Sollevando la testa, proprio mentre mi iniettavo l’eroina, mi accorsi d’essere finito sui gradini del dipartimento di polizia di Pasadena.
Dopo che Flea era rimasto così profondamente impressionato da John, cominciai a uscire con lui. Allo stesso tempo, Bob Forrest [cantante dei Thelonious Monster, ndr] lo colmava di attenzioni perché suonasse nel suo gruppo; [così] John mi disse che andava a fare un’audizione al garage di Bob e ce lo accompagnai in macchina. Nella mia testa stava provando per i Red Hot Chili Peppers. Una sola canzone della sua esibizione e io seppi che era il nostro uomo.

[Scar Tissue – biografia di Anthony Kiedis, cantante dei Red Hot Chili Peppers – traduzione di Giuliana Picco]

Nel 1988 un diciottenne John Frusciante entrò nei Red Hot Chili Peppers, da strenuo fan degli stessi, dopo un provino che colpì Anthony Kiedis e Michael “Flea” Balzary a causa delle doti del ragazzo, ma anche della sua quasi pedissequa imitazione di Hillel Slovak, ex chitarrista della band morto per overdose qualche mese prima.

Nella sua prima esperienza con i Red Hot, ai quali si unì ben presto il batterista Chad Smith, John incise “Mother’s Milk” (1989) e “Blood Sugar Sex Magic” (1991).

Quest’ultimo, fu scritto e registrato in The Maison, villa nel Laurel Canyon di Los Angeles di proprietà del producer (dell’album) Rick Rubin. Casa, a detta dei “peperoncini”, ma anche di Slipknot e System of a Down, infestata dai fantasmi. «Molto cordiali» secondo Frusciante, i quali fornirono «vibrazioni calde e felicità» alla band, immersa nel proprio processo creativo (documentato in “Funky Monks”, 1991, diretto da Gavin Bowden, cognato di Flea).

La copertina di Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers (fonte: wikipedia)

John, nei ritagli di tempo, accanto alla pittura, si dedicò alla scrittura e all’incisione del suo primo album da solista: registrato nell’ordine in cui appare, l’ultima traccia fu incisa appena dopo l’uscita di Frusciante dal gruppo.

Ma insieme al successo, iniziarono i problemi.

«Siamo già popolari. Non ho bisogno di questo genere di successo. Voglio solo essere fiero di suonare questa musica nei club come facevamo due anni fa» diceva John. […] Ribattevo: «E che cazzo, siamo qui per loro. Non dobbiamo odiarci e avercela con loro perché succede questo». Era incazzato, si nascondeva, teneva il broncio. […] Ma, ironia della sorte, più lui disprezzava il successo, più cresceva la nostra popolarità, più lui pestava i piedi, più dischi vendevamo, più cresceva il suo disincanto sul numero di persone che venivano a sentirci, più ne venivano.
[…] Le mie tensioni con John arrivarono a un punto di non ritorno durante un concerto a New Orleans. […] Scesi dal palco ci affrontammo. «John, non mi interessa cosa stai pensando, dove hai la testa o dove preferiresti essere: quando arrivi a un concerto e c’è tanta gente che paga per vederci, e che è interessata a noi e che vuole sentire le nostre canzoni, il minimo che puoi fare è farti vedere, cazzo, e suonare per loro» urlai.
[…] Dopo una breve pausa venne il tour europeo. John non solo era sempre più distante dalla gioia di far parte del gruppo, ma aveva iniziato a perdere la battaglia del benessere mentale. Passò un periodo in cui era convinto che qualcuno […] stesse cercando di ucciderlo: […] dovevamo continuamente lottare per convincerlo che non c’era nessuno con quell’intenzione. «Beh, non so» diceva «ho visto il nostro autista parlare con un tipo in strada, e penso che quel tale sia collegato alla gente che mi vuole morto». Credo che stesse sperimentando la buona vecchia paranoia dell’erba portata all’estremo. Ne fumava a camionate e beveva litri e litri di vino, costretto a continuare il tour controvoglia.

[Scar Tissue – Anthony Kiedis]

John era in profonda depressione, insofferente per (le fatiche della e) la tournée e costantemente sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Uno tra i più celebri punti di rottura tra John ed Anthony si ebbe, on stage, davanti a milioni di persone, al Saturday Night Live.

 

Andò ancora peggio, prima di intravedere qualche miglioramento. Interrompemmo il tour europeo [per] partecipare al Saturday Night Live: fu un disastro dall’inizio alla fine. […] Avevamo programmato Under the bridge come secondo pezzo, e per me cantare quella canzone era sempre una specie di sfida. Dipendevo da John per l’attacco del pezzo e durante le prove lui la suonò in una chiave differente, stonata, con un tempo diverso, sostanzialmente reinventando la canzone per sé stesso e basta. Ero sconcertato. Ci chiudemmo in camerino per cercare di risolvere la questione, ma non ci fu modo di parlargli. […]
Lo show cominciò, […] facemmo il nostro primo pezzo, […] poi tornammo per Under the bridge. È da allora che sento dire che John fosse sotto l’effetto dell’eroina durante lo spettacolo, ma per quello che ne so avrebbe anche potuto essere su un altro pianeta perché cominciò a suonare una qualche merda che non avevo mai sentito. Non riuscivo a capire né che canzone stesse suonando, né con quale tonalità. Stava in un altro mondo. […] Secondo lui, stava sperimentando come avrebbe fatto se avessimo provato la tonalità. Beh, non stavamo provando, eravamo dal vivo in TV di fonte a milioni di persone, e fu una tortura. Comincia a cantare in quella che mi parve la tonalità giusta, anche se non era ciò che stava suonando lui. Mi sentivo come se mi stessero pugnalando alla schiena e mi stendessero ad asciugare di fronte a tutta l’America mentre quel tipo, in un angolo, all’ombra, sperimentava singolari dissonanze. Pensai lo facesse apposta, solo per fregarmi. Alla fine sembravamo quattro estranei che suonavano quattro canzoni diverse.
[…] Il lato assurdo della partecipazione al Saturday Night Live fu che dopo una settimana il nostro disco era alle stelle. Forse si trattò di una coincidenza, o forse la gente, intuendo qualcosa, era rimasta colpita da quella caotica esibizione.

[Scar Tissue – Anthony Kiedis]

Durante il tour giapponese, John Frusciante decise di lasciare la band.

In un clima descrivibile appieno da una conversazione che John ebbe, un anno prima durante il tour nordamericano, con Flea. Quando quest’ultimo chiese a John: «C’è qualcosa che ti piace dell’essere nella band?», «No, non c’è niente che mi piace dell’essere nella band, proprio niente». «Niente?», «Niente, a parte suonare con te, ti voglio bene, è per questo che sono nella band, perché amo suonare con te», «Uhm… Dio… Non c’è ragione di stare nella band se non sei felice».

Arrivammo in Giappone all’inizio del marzo 1992. […] Attorno a John si percepivano vibrazioni chiaramente instabili, imprevedibili. Era fuori di testa per il fumo, e si attaccava alla bottiglia, al punto che non mi stupiva più di tanto che fosse sempre ubriaco. Non so se per via della combinazioni di vino ed erba, ma aveva l’effetto di qualche strano intruglio. Il suo era il tipico comportamento inebetito, rintronato, incerto dell’alcolizzato, ma anche quello di chi è strafatto di feniciclidina. Era come se si trovasse in un’altra dimensione.
Il mattino seguente raggiunse il luogo del concerto con la troupe, [noi] avevamo preso il treno e arrivammo più tardi, e Mark Johnson ci informò che John aveva lasciato il gruppo e aveva intenzione di tornarsene a casa, immediatamente. […] Dovevamo parlargli subito, [così] andammo a cercarlo nella stanza in cui si era rintanato. «Devo lasciare il gruppo, devo andarmene. Devo tornare a casa subito, non posso più andare avanti così» mi disse. «Morirò se non uscirò da questa band, adesso».
Lo guardai negli occhi, e capii che non c’era scelta. […] Alla fine John accettò di suonare ancora una sera, prima di salire su un aereo e tornarsene a casa. Fu il concerto più brutto della nostra vita. Ogni nota, ogni parola era una pugnalata perché capivamo di non essere più un gruppo. Continuavo a guardare John e vedevo una gelida maschera di disprezzo. […]
Quella sera John scomparve dal mondo in subbuglio dei Red Hot Chili Peppers.

[Scar Tissue – Anthony Kiedis]

 

L’album: “Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt”

It’s, it’s like I’m in the fourth dimension and somebody is asking me to describe it verbally and that’s what the fourth dimension is all about, is no words, no symbols, no images, all pure, real energy and vibrations. And, and if I thought about how cruel of a world this is, I would probably just commit suicide after a while, if that was what I spent my energy thinking about. I would definitely not have any strength left to create music. 

((È come se fossi nella quarta dimensione e qualcuno mi chiedesse di descriverla verbalmente, e il fatto sulla quarta dimensione è proprio questo, non è parole, non è simboli, non è immagini, è solo pura e reale energia e vibrazioni. E… e se mi mettessi a pensare alla crudeltà di questo mondo probabilmente dopo un po’ mi suiciderei, se spendess tutte le mie energie a pensare a questo. Non mi resterebbe nessuna forza per creare musica)).

[John Frusciante – opening del documentario “Funky Monks”]

“Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt”, rilasciato il 22 novembre 1994, combina differenti elementi da differenti tradizioni artistiche, dal rock sperimentale al noise-punk dissonante, dallo stream-of-consciousness all’avanguardia. Attraverso l’utilizzo di strumenti quali chitarra (classica ed elettrica), basso, pianoforte, mandolino e clarinetto, tutti suonati, prodotti, mixati e accompagnati (rarissime le eccezioni) da John Frusciante con un cantato tenue e acuto, introverso e acidamente sprezzante, a tratti sfociante nella dissonanza vocale, se non nel grido vero e proprio. 

L’album si compone di due parti, “Niandra LaDes“, registrata prima della dipartita dai Red Hot, e “Usually Just a T-Shirt“, registrata nel periodo successivo.

Tredici tracce la prima (“As Can Be”, “My Smile Is a Rifle”, “Head – Beach Arab”, “Big Takeover”, “Curtains”, “Running Away Into You”, “Mascara”, “Been Insane”, “Skin Blues”, “Your Pussy’s Glued to a Building on Fire”, “Blood on My Neck From Success”, “Ten to Butter Blood Voodoo”); tredici la seconda (“Untitled #1“, “Untitled #2“, etc., fino ad “Untitled #13“); per una durata di poco superiore ai 70 minuti.

 

«Ero fatto durante ogni singola nota che ho suonato». Dapprima accompagnato da cannabis e alcol, poi da un massiccio uso di cocaina ed eroina. Per John, infatti, la droghe rappresentavano l’unico modo per «essere certi di stare in contatto con la bellezza, invece di lasciare che la bruttezza del mondo possa corrompere la tua anima».

La copertina di Niandra LaDes & Usually Just a T-Shirt, prima album solista di John Frusciante (fonte: wikipedia)

Un primo ascolto non inganni: tutt’altro che consegnato al caso (e per alcuni tutt’altro che musica), l’album è in prima istanza “ricerca”. Di creatività, libertà (espressiva) e identità. Ma, soprattutto, della sopracitata, indescrivibile “quarta dimensione”.

Si prendano quattro esempi.

My smile is a rifle“. Seconda traccia dell’album, è probabilmente la canzone più “pop” dell’intera opera. (Anti-)struttura fumosa, cantato soffiato che scivola nella dissonanza gridata, stream-of-consciousness e avanguardia ne fanno uno dei brani più esplicativi dell’intero album. Così come “Running away into you“, canzone d’amore («Crying inverted love to the back of the room – Play him a tune, down low if the sun could melt like snow – I would run to you and flow into a cloud – While running away into you») mixata fino alla completa distorsione della voce, del testo e in ultima istanza del pezzo stesso.

Oppure “Big takeover“, unica cover presente nell’album. Scritta e pubblicata nel 1982 in “Bad Brains”, prima registrazione in studio dell’omonima band, tra i pionieri dell’hardcore punk, la canzone è stata completamente stravolta da John:

It was just something I had been walking around thinking of in my head. Sometimes I’ll walk around singing punk rock songs to myself, but as if they were regular songs instead of punk rock songs, you know, slow it down and make a melody instead of just yelling them out. And then the idea occurred me to record it like a Led Zeppelin ballad with mandolins and stuff.

((È semplicemente qualcosa in cui mi sono ritrovato a pensare nella mia testa. Qualche volta camminavo cantando tra me e me delle canzoni punk-rock, ma come se fossero brani qualsiasi e non punk-rock, sai, rallentandole e creandone una melodia anziché urlandole. E poi mi è venuta l’idea di registrare tutto questo come una ballata dei Led Zeppelin, con il mandolino e tutto il resto)).

[Intervista del 1994 rilasciata da John Frusciante a Brian Broxvoort per Rockinfreakapotamus, Fan Club Ufficiale dei Red Hot Chili Peppers]

Oltre a “Your pussy is glued to a building on fire“. Ovvero: “Pussy“, i recettori del piacere, impossibilitati a scappare, “glued“, da un luogo all’apparenza sicuro e stabile, “a building“, caotico, al collasso e doloroso, “on fire“. La dipendenza.

L’album, per Frusciante comprensibile solo da coloro i quali «their heads are capable of tripping out», non ebbe grande successo, venendo 45mila copie dall’uscita al 1998, anno (del ritorno nei Red Hot Chili Peppers e) della prima cessazione di stampa, riproposta l’anno successivo. E l’idea di proporre una tournée per promuoverlo fu ben presto accantonata, non riuscendo a trovare dei membri per una band che «understands why Ringo Starr is such a great drummer, can play Stravinsky, and also smokes pot». Nonché per i crescenti problemi fisici dell’artista.

Il quale, in quegli anni, si confidò assai poco al pubblico, rilasciando un’unica, nota, intervista video, nel 1994 all’emittente pubblica olandese VPRO.

 

Dopo un periodo travagliato, appieno descritto dall’album “Smile From the Streets you Hold” (1997), inciso, a detta dello stesso Frusciante, solo per comprare altro stupefacente, e “disconosciuto” dallo stesso (non figura, ad esempio, nella sua libreria Spotify), l’artista, libero dalla dipendenza, rientrerà nei Red Hot Chili Peppers, incidendo l’album “Californication” (1999). Ennesimo capolavoro, destinato a posteri e contemporanei.

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