Atlas Consiglia: Ogni cosa è illuminata – un libro, un film, della musica

Jonathan Safran Foer è giovane, americano ed ebreo.
Questa potrebbe essere una prima sintesi del suo romanzo d’esordio Ogni Cosa è Illuminata, il cui titolo è una citazione a L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Milan Kundera. Tuttavia, in nome dell’irriducibilità e della curiosità che caratterizzano la sua scrittura, Atlas ha deciso di analizzare il romanzo di Foer in ogni sua sfumatura. Ogni Cosa è Illuminata, dunque, non è solo la storia di un giovane americano ed ebreo, ma un fiume che scorre a ritroso nella storia e nella memoria del protagonista e che si declina in più forme: letterale, cinematografica, musicale.

Ogni Cosa è illuminata – scena dal film

IL ROMANZO – TRA PASSATO, PRESENTE ED ETERNO

PROLOGO AL COMINCIAMENTO DI UN MOLTO RIGIDO VIAGGIO

Il mio nome per la legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alexi-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo. Se volete sapere perché sempre la ammorbo, è perché sempre sono in altri posti con amici, e seminando tanta moneta e eseguendo così tante cose che possono ammorbare mia madre. Mio padre mi chiamava Shapka per il cappello di pelliccia che calzavo in testa anche nei mesi d’estate. Poi ha smesso di dirmi così perché gli ho ordinato di smettere di dire così. Mi sembrava un nome bambinoso, e io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. (incipit del romanzo)

Il 2002 è un anno particolare per l’arte e la cultura in America: Bush jr. è un presidente che gode di opinabile popolarità, l’America è ancora scossa dagli attentati dell’11 settembre (Foer ne parlerà nel suo Molto Forte, Incredibilmente Vicino), l’integrazione di culture diverse è un argomento quasi tabù. Un giovane scrittore, originario di Washington ma da sempre residente a New York decide che è giunto il mondo di regalare al mondo quello che ha imparato viaggiando. Nel 1999, infatti, Foer è stato in Ucraina a compiere ricerche sul nonno, un ebreo sopravvissuto alle stragi naziste nell’Est Europa. Il ricordo è doloroso e malinconico ma anche estremamente dolce e lieve.

DI INTRECCI TEMPORALI E DI ESPEDIENTI NARRATIVI

Questa è la prima linea temporale su cui si sviluppa l’intreccio: Jonathan e le sue ricerche. La proiezione letteraria dello stesso Foer è un personaggio buffo: un “collezionista di cose” che a partire da una vecchia foto posseduta dal nonno decide di trovare una donna Augustine. Quest’ultima ha salvato suo nonno offrendogli rifugio mentre le truppe tedesche si occupavano di distruggere gli shtetl – gli insediamenti yiddish in Ucraina, sterminandone gli abitanti. Per le sue ricerche Jonathan si affida ad un agenzia viaggi di Odessa, gestita da Alex, un giovane ucraino pieno di illusioni su una vita migliore, per lui possibile solo al di fuori del suo paese, e da suo nonno, autista convinto di essere cieco che tuttavia cieco non è. La contemporaneità di questa parte di intreccio è presentata con un espediente narrativo di incredibile efficacia: Foer finge che a raccontargli gli eventi e le ricerche sia lo stesso Alex, con delle lettere dall’inglese zoppicante e con un divertente tratto folkloristico.

Il secondo livello temporale trattato nel romanzo è, ovviamente, la storia del nonno di Foer, sospesa tra realtà e onirico, narrata, questa volta in prima persona dall’autore. Questa parte di romanzo copre circa i primi trent’anni di vita del nonno di Foer, ricostruendo la sua agrodolce indole da Casanova e raccontando, poi, un profondo dramma storico e personale.

Lo shtetl di origine del nonno di Jonathan si chiama Trachimbrod e, stranamente, non compare su nessuna cartina. Parte da qui l’incredibile viaggio toponomastico e narrativo che ci porta al terzo livello temporale della narrazione: la storia di Brod, tris-tris-tris-tris-trisnonna di Jonathan, il cui nome rimane impresso in quello dello shtetl. Brod è un’orfana adottata dall’usuraio dello shtetl di Trachim dopo essere stata ritrovata nel fiume. Brod è anche un paradossale archetipo di principessa fiabesca. Contro la sua volontà diventa la protagonista di storie che trascendono tempo e spazio e che connoteranno la vita dello shtetl negli anni a venire. Foer, mai stanco di sperimentare, frammenta la struttura narrativa di questa parte di trama affidandola, in alcuni punti, al racconto corale della comunità. I registri, gli archivi, i libri di leggende di piccoli villaggi e città sono material prezioso e un collezionista di cose come Jonathan ne è consapevole e sfrutta al meglio questo immenso potenziale.

Il romanzo è lungo, come lo sono tutti quelli di Foer (l’ultimo, Eccomi, conta ben 667 pagine), ma non pecca in scorrevolezza. Abbiamo infatti tre trame affidate a tre diversi narratori (Alex, Jonathan, Brod e lo shtetl) che non corrono parallele ma convergono tutte nello straordinario finale dove tutto acquista senso, dove tutto viene spiegato e dove ogni cosa è – finalmente – illuminata.

Ogni Cosa è Illuminata – copertina del libro

IL FILM – TRA DELICATEZZA E IRONIA

Non passa molto tempo che Liev Schreiber, esponente ebraico del jet-set Hollywoodiano, decide di prendersi carico della trasposizione cinematografica del romanzo di Foer. Esce così, nel 2005, il film Ogni Cosa è Illuminata.
Il film è ben riuscito, bello, forse non eccellente, la classica opera indipendente da Sundance che forse in Italia non viene abbastanza pubblicizzata.
Cos’è dunque che lo arricchisce?

Per prima cosa la stessa Ucraina. I paesaggi, i personaggi, la tradizione: tutto rimanda ad un Est Europa post sovietico che anela all’adattarsi, all’essere occidentale, ma che non riesce ad abbandonare la sua essenza (emblematica, in questo senso, la scena del primo pasto di Jonathan in albergo). La consulenza dello stesso Foer per la sceneggiatura è in questo senso fondamentale, aiuta a ricostruire con estrema precisione gli ambienti da lui visitati e ricreati in seconda battuta nel romanzo. Il dolore di una minoranza, quella yiddish in Ucraina, tradita dai borghesi e dai contadini Ucraini è trattata con compostezza, leggerezza (nel senso Calviniano del termine, priva di superficialità). Nel film si riconosce che sì, quel dolore è vero e legittimo. Interi shtetl scomparsi dalle cartine trovano in qualche modo una forma di memoria.

Per motivi di lunghezza e per la più spiccata semplicità del mezzo audiovisivo rispetto a quello letterario Schreiber ha deciso di eliminare completamente la sotto-trama riguardante Brod e la storia di Trachimbrod, concedendo più spazio al profondo legame spirituale e fisico tra Jonathan, suo nonno e il ricordo di un paese martoriato dai nazisti. Se sia stata una scelta efficace lo deciderà lo spettatore.

Il cast scelto per l’interpretazione è un valore aggiunto al film. Elijah Wood interpreta Jonathan, e in qualche modo gli somiglia anche fisicamente. Il giovane Alex, invece, è affidato al musicista ed artista Eugene Hütz, leader dei Gogol Bordello

MUSICA – IL GYPSY PUNK E L’IMPORTANZA DEL RICORDO

All’inizio del film Ogni Cosa è illuminata c’è la scena dell’arrivo di Jonathan alla stazione di Odessa. Alex aspetta l’Americano con così tanto entusiasto da aver invitato un’intera banda al binario per accoglierlo. Quella band on-screen e off-screen sono i Gogol Bordello, il gruppo di Eugene Hütz.

Eugene Hütz, inizialmente, s’incontrò con Liev Schreiber per parlare della colonna sonora del film, di cui si è poi occupato insieme alla sua band. L’impressione che il regista ebbe di Hütz fu tale che decisa di scritturarlo come co-protagonista.

Ogni Cosa è Illuminata ha un grande merito a livello musicale: ha cercato di rendere noto al grande pubblico quello che è il filone del Gypsy Punk, detto anche Immigrant Punk, di cui i Gogol Bordello sono i maggiori esponenti a livello mondiale. Il Gypsy Punk è un genere dal suono duro, punk, ma caratterizzato da sonorità che richiamano alla tradizione est-europea e sovietica, con qualche influenza russa ed ebraica. E’ una musica gypsy perché è nomade: lo stesso Hütz vive negli Stati Uniti, dove ottenne lo status di rifugiato politico in fuga dall’aria di Chernobyl, ma prima dovette sostare, in attesa del visto, in Polonia, Ungheria, Austria ed Italia. E’ un genere radicato non nel territorio di origine ma nelle persone che lo portano in giro per il mondo: con fisarmoniche, chitarre, percussioni, archi e suoni acustici che restano potenti e pervasivi. E’ proprio questa la tematica della memoria – più attuale che mai – che lega a filo doppio Ogni Cosa è Illuminata e il Transglobal Gypsy Punk Rock (punk rock zingaro transglobale) dei Gogol Bordello. La capacità di incanalare un dolore e la propria storia e di trasformarla in arte, bellezza. Brod, scrive Foer, vive vicino ad una cascata: il suono dell’acqua che scorre non lascia pace a lei e suo marito finchè una mattina, al risveglio, si accorgono di non sentirlo più, vi si sono abituati. Non bisogna abituarsi mai al suono della cascata e dei fantasmi del proprio passato, ma bisogna imparare a trasformarli in bellezza, tesoro, racconti per gli altri. 

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