Atlas consiglia: The act of killing // Il lupo della steppa

The act of killing – Joshua Oppenheimer

 

“Anwar Congo: Le persone che ho torturato si sono sentite come mi sono sentito io ora? Posso sentire ciò che loro hanno sentito. Perché qui la mia dignità è stata distrutta, e la paura è arrivata, qui e ora. Tutto il terrore ad un tratto ha posseduto il mio corpo. Mi ha pervaso, e mi ha possesso. Joshua Oppenheimer: In realtà, le persone che hai torturato si sono sentite molto peggio, perchè tu sapevi che era solo un film. Loro sapevano che stavano per essere uccise. Anwar Congo: Ma posso sentirlo, Josh. Davvero, lo sento. Ho fatto questo a tanti, Josh. Questa mi sta tornando addosso? Spero davvero di no. Non lo voglio, Josh.”

 

Se “La banalità del male” di Annah Arendt fosse un film, sarebbe di certo “The Act of Killing”. “L’atto di uccidere”, un titolo essenziale e spersonalizzato, neutro. Senza morale, uccidere è semplicemente un atto, come spostare un oggetto o saltare sul posto, un atto a ben vedere piuttosto naturale . E’ il 1965, e il terzo partito comunista più grande al mondo viene cancellato dall’Indonesia, sterminato dalle milizie del generale Suharto, futuro dittatore del paese.

Il grande pubblico non sa molto di questo massacro, dove oltre 300.000 persone (non solo comunisti) furono torturate e giustiziate. Joshua Oppenheimer sceglie di parlarne in un modo completamente inedito: col silenzio e con il cinema. The Act of Killing è privo di voce narrante, si limita a “mostrare”: Anwar Congo, ex-carnefice, è convinto di girare una sorta di documentario celebrativo dei suoi crimini dove però interpreta le sue stesse vittime. Un simpatico vecchietto gentile e appassionato di cinema americano mostra alla telecamera la sua tecnica di uccisione preferita, lo strangolamento con fil di ferro dopo diverse ore di pestaggi e torture. Quando Congo, un “gangster”, recita come vittima, pare aver momenti di vero pentimento, e implora Oppenheimer di stoppare la scena, sentendosi rispondere dal regista che “le persone che hai torturato si sono sentite molto peggio, perché tu sapevi che era solo un film”.

Nessuna corte internazionale ha mai giudicato questi bizzarri assassini, goffi, ingenui e amanti del cinema americano, cresciuti col mito del Far West e dei pistoleri, ma anche dei musical di Hollywood: oggi sono veri e propri eroi della patria. Se il male è banale, lo è però anche il bene: ad atti di palese rivendicazioni dei suoi crimini, Congo alterna forte malessere psicologico e fisico, confessioni riguardanti notti insonni e  dolorose percezioni del dolore inferto alle vittime, strangolate e gettate a decine nel fiume.

The act of killing mostra la realtà grottesca dell’atto di uccidere attraverso il cinema, ricordandoci però che se Congo ancora respira, se pur pentito, ciò non si può dire delle centinaia di uomini che ha ucciso, privi ormai di questo lusso.

 

Il lupo della steppa – Hermann Hesse

 

“    A noi immortali non piace essere presi sul serio, ci piace scherzare. La serietà, caro mio, è una nota del tempo: nasce, te lo voglio confidare, dal sopravvalutare il tempo. Anch’io una volta stimavo troppo il tempo e desideravo perciò di arrivare a cent’anni. Ma nell’eternità, vedi, il tempo non esiste; l’eternità è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo.”

 

La fine della borghesia e l’ascesa del lupo della steppa sull’Europa, mezzo cittadino borghese e mezzo bestia sociale.

1927: Sacco e Vanzetti vengono giustiziati negli Stati Uniti, il Partito fascista, dopo le leggi fascistissime, consolida il proprio potere e Herman Hesse pubblica “Il lupo della steppa”. La Belle Epoque della Ville Lumiere è solo un ricordo sbiadito e l’Europa vive anni feroci e cupi, fiammeggianti e concitati: la crisi economica che due anni dopo flagellerà il continente non è neppure immaginabile, ma già tira vento di militarismo e di scontro ideologico. E’ proprio in questa Europa che Harry Haller arranca, oppresso dall’angoscia dell’esistenza. Cinquantenne ormai disilluso, intellettuale un tempo brillante e ora sull’orlo del suicidio, Haller vive come “lupo della steppa” metà uomo-cittadino (amante dell’arte e della bellezza, corrotto e pavido) e dall’altra lupo-bestia (solitario e scontroso, istintivo e tormentato), scisso e sempre più lontano dalla società borghese, che vede come troppo distante e protesa verso la guerra.

Il lupo della steppa incarna perfettamente l’Europa borghese che ha il sentore del declino imminente, ma non è pervaso esclusivamente da una pars destruens (come tutti i romanzi di Hesse): la pars costruens ha il nome di Erminia (figura che ricorda l’androginia), donna conosciuta in una sera tra le tante. La misteriosa seduttrice non rappresenta la banale figura dell’amante, ma è un vero e proprio Virgilio per Harry, il quale lo conduce per un viaggio spirituale che ha il semplice obiettivo di salvargli la vita.

Il finale è allucinante e allucinatorio, straniante rispetto alla piega che il romanzo sembra prendere sin dalle prime pagine e assolutamente non immaginabile. Hesse non si accontenta di un banale romanzo di morte e vuole parlare anche di vita, riuscendoci.

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