Autonomia differenziata: le ragioni contro

Questo articolo è la seconda parte di un approfondimento dedicato al tema dell’autonomia differenziata.

La discussione sulle autonomie differenziate è tutt’ora in corso, anche se i negoziati sembrano essere giunti ad un punto di stallo in seguito al mancato voto in Parlamento dello scorso 15 febbraio. Nonostante la richiesta di maggiore autonomia fiscale ed amministrativa non sia una novità per regioni quali Veneto e Lombardia, la questione ha ricevuto maggiore rilevanza nel giro dell’ultimo anno e mezzo: più precisamente, dalla fine del 2017, quando nelle regioni sopra menzionate si è tenuto un referendum consultivo in cui ha vinto il “sì” all’autonomia con oltre il 90% dei voti in entrambi i casi (anche se in Lombardia l’affluenza è stata relativamente scarsa, sotto al 50%).

In seguito alla firma, nel febbraio 2018, di accordi preliminari tra l’allora governo Gentiloni e le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna (aggiuntasi, però, senza aver effettuato un referendum consultivo), la questione dell’autonomia differenziata è entrata a far parte del contratto di governo fra gli alleati Lega e MoVimento 5 Stelle. Ma il punto è che, al momento, non si è ancora verificato nulla di concreto, nonostante le tre regioni (numero che potenzialmente potrebbe ampliarsi) ribadiscano la necessità dell’attuazione del provvedimento, possibilmente in tempi brevi.

Quali sono, quindi, le difficoltà di cui tener conto nella concessione dell’autonomia differenziata, e quali i possibili svantaggi di tale assetto istituzionale?

Divisioni interne

Il primo punto riguarda le divisioni interne al governo. La Lega di Matteo Salvini, fin dalla sua formazione agli inizi degli anni Novanta (quando era ancora Lega Nord), è sempre stata spiccatamente a favore della concessione di maggiori autonomie regionali. Mentre alle origini, però, tale progetto era destinato esclusivamente al nord Italia, negli ultimi tempi le posizioni della Lega al riguardo sono diventate meno aggressive e più generali: il ministro dell’Interno, infatti, ha espresso il suo sostegno anche verso i politici delle regioni del Sud Italia che vogliono avvicinarsi all’autonomia.

Tale posizione è condivisa anche dal ministro degli Affari Regionali, Erika Stefani, anche lei della Lega. Infatti, dopo che il governatore della regione Campania, Vincenzo De Luca, si è detto disposto a procedere nella direzione dell’autonomia anche per la sua regione, il ministro l’ha invitato a presentare una richiesta formale. «Autonomia significa responsabilizzazione degli amministratori locali. Noi vogliamo avvicinare il più possibile le decisioni ai cittadini. Comprendo i timori per la novità, ma non dobbiamo avere paura di cambiare per trovare le soluzioni migliori per risolvere problemi che oggi sono oggettivi», ha spiegato Stefani.

Di tutt’altro avviso è il MoVimento 5 Stelle. È altamente improbabile che il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ceda nel lasciare la gestione delle politiche del lavoro direttamente in mano alle Regioni. Il punto su cui il MoVimento preme di più, però, è il coinvolgimento del Parlamento durante i negoziati con i governatori regionali: è ritenuto impensabile sacrificare la partecipazione delle Camere per far sì che il processo si concluda più rapidamente. Come ha ripetuto anche il presidente della Camera Roberto Fico in un convegno a Napoli, «è importante, importantissimo, che il Parlamento abbia un ruolo centrale nella questione delle autonomie. Non può avere un ruolo marginale in un’attività così importante». In questo caso, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è sbilanciato in favore di Fico, sottolineando come il Parlamento non possa essere un destinatario passivo di un progetto di tale portata.

Italia a due velocità

Passando oltre gli aspetti prettamente tecnici, si arriva alla riflessione sule implicazioni politiche dell’autonomia differenziata per le regioni. Nonostante i sostenitori della proposta siano sicuri nell’affermare che non ci saranno conseguenze negative per le regioni non destinatarie dell’autonomia, chi invece è dalla parte dell’opposizione la pensa diversamente. Il timore principale è che il risultato sia un’Italia a due velocità, con le regioni che godono dell’autonomia classificabili come di “serie A”, mentre le altre rimarrebbero di “serie B”. Queste preoccupazioni derivano dal fatto che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sono, obiettivamente, fra le regioni più ricche e produttive in Italia, e la loro volontà di gestire autonomamente le loro finanze può essere vista come una minore disponibilità a collaborare a livello nazionale. Questa “secessione dei ricchi (altro termine usato per riferirsi all’autonomia differenziata) porterebbe come conseguenza un trattamento di favore nei confronti delle regioni più benestanti e come rischio, magari non immediato, un ulteriore depauperamento delle Regioni tuttora più dipendenti dai fondi pubblici.

Osservando il tema da un punto di vista più ideologico, si potrebbe criticare la richiesta di maggiore autonomia fiscale secondo quanto sostenuto anche da Fico, ovvero che «nella nostra Costituzione noi abbiamo l’equa distribuzione delle risorse, quindi da questo punto di vista non deve accadere niente»: a beneficiare della spesa pubblica dovrebbero essere i singoli cittadini, indipendentemente da dove sono nati o risiedono.

La protesta dei medici

Oltre alla questione finanziaria, è da discutere ciò che comporterebbe effettivamente l’autonomia di queste regioni nelle altre aree di competenza. Oltre alle già citate posizioni del ministro Di Maio per quanto riguarda le politiche lavorative, la sanità è un altro punto difficile nelle discussioni sull’autonomia. Riducendo i vincoli per le Regioni nella gestione delle politiche sanitarie, infatti, si potrebbe correre il rischio che il sistema sanitario nazionale si trasformi in una somma disomogenea di sistemi sanitari regionali. È quello che sostiene il Sindacato dei medici italiani (Smi) nella petizione rivolta a Giuseppe Conte, Erika Stefani e il ministro della Salute Giulia Grillo, con cui si chiede l’apertura di un dialogo fra il governo e il settore sanitario e il rinvio del voto sull’autonomia.

Finchè le divergenze rimangono profonde su così tanti livelli, sarà difficile arrivare a una soluzione unanime per la questione dell’ autonomia differenziata.

 

Per leggere la prima parte dell’approfondimento: https://www.vitactiva.it/autonomia-differenziata-si/

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