Autonomia differenziata: le ragioni a favore

Questo articolo è la prima parte di un approfondimento dedicato al tema dell’autonomia differenziata.

Nel febbraio 2018 le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno firmato col governo, allora presieduto da Paolo Gentiloni, un accordo preliminare il cui scopo è l’ampliamento delle competenze regionali e l’ottenimento della cosiddetta autonomia differenziata. Quest’ultima si configura come un’attribuzione di maggior responsabilità e potere decisionale alle regioni su alcuni temi sinora determinati dal potere centrale. Il modello a cui le tre regioni si ispirano è quello delle regioni autonome (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) le quali, grazie ad una redistribuzione interna alla regione del gettito fiscale, possono governare autonomamente alcuni importanti settori della vita dei loro cittadini, quali la sanità, l’istruzione, la tutela dell’ambiente. La premessa politica per l’ottenimento dell’autonomia, tuttavia, sussiste grazie all’esistenza di una comunità costituita e che si percepisce come tale, sulla base di fattori linguistici, etnici o storici, e che quindi determina di volersi autotelare e autogovernare. Nel caso di Lombardia e Veneto si è sancita l’esistenza di questi interessi con un referendum consultivo, nel dicembre 2017, che ha portato all’apertura dei tavoli per l’accordo tra le regioni e il governo, a cui si è unita la regione Emilia-Romagna, rappresentata da Stefano Bonaccini, che ha presentato le proprie istanze senza la necessità di una consultazione popolare.

Le trattative sono tutt’ora in corso, con la parte di governo rappresentata dalla leghista Erika Stefani, ministro degli Affari Regionali e le regioni rappresentate dai rispettivi governatori: Luca Zaia per il Veneto, Attilio Fontana per la Lombardia, Stefano Bonaccini per l’Emilia-Romagna. Il 15 febbraio avrebbe dovuto rappresentare la svolta per questa lunga e complessa trattativa: il parlamento avrebbe dovuto varare il provvedimento che avrebbe concesso “ulteriori forme e condizioni di autonomia” . Ma dopo un lungo dibattito sul ruolo del parlamento in merito alla questione non è stato così. A distanza di un mese le entità regionali non danno segnali di cedimento e spingono ancora per ottenere le competenze richieste, appoggiate, tra l’altro, dalle dichiarazioni di Vincenzo De Luca, governatore della regione Campania, che sarebbe disposto a richiedere l’ampliamento dell’autonomia anche per il suo territorio.

Le richieste delle regioni: la ratio giuridica e quella politica

Negli accordi preliminari si richiedeva l’autonomia su circa venti aree di competenza, poi ridotte cinque. La giustificazione. E perchè in questi particolari ambiti le regioni attuerebbero una gestione più accorta rispetto al governo centrale? La motivazione principale fornita dalle regioni è una presunta maggior efficienza economica che ben si sposerebbe con l’autonomia ideologica già presente nei territori presi in causa. Inoltre il regionalismo in Italia è percepito come debole, soprattutto di fronte all’evidenza dei divari economici tra le varie regioni. A livello economico, poi, l’idea di autonomia differenziata si presenta come un’opportunità di riportare nel dibattito politico il federalismo, questione da sempre molto cara alla Lega, che potrebbe sfruttare la sua nuova e consolidata posizione di governo per promuoverla. Le basi costituzionali per gli accordi, inoltre, sono rintracciabili nel terzo comme dell‘articolo 116: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.»

Ma quali sono queste competenze da ampliare? E cosa cambierebbe nel caso si attuasse l’autonomia differenziata?

Istruzione

Le regioni si riserverebbero il diritto di competere su:

  • programmi didattici;
  • modalità organizzative e di gestione degli istituti;
  • sui rapporti tra gli apparati formativi (ad esempio sulle relazioni tra istituti superiori e università o percorsi professionalizzanti);
  • sui fondi per lo sviluppo tecnologico e scientifico;
  • sull’edilizia scolastica per l’adeguamento alle nuove normative anti-sismiche;
  • eventuali modifiche delle modalità di alternanza scuola-lavoro, apprendistati e tirocini.

I vantaggi millantati dalle regioni, in questo caso, non riguardano solo l’efficienza dell’apparato scolastico ma, sostengono, un milgioramento della qualità dell’insegnamento e della vita scolastica. La redistribuzione interna alla regione delle tasse, si legge negli accordi preliminari, determinano la possibilità di concedere più fondi all’insegnamento, aumentando anche gli stipendi degli insegnanti. Resta ancora da capire, tuttavia, quali siano le limitazioni che una gestione autonoma dell’istruzione porti in termini di assunzioni e di determinazione dei programmi didattici.

Salute

Le regioni si riserverebbero maggiore autonomia in merito a:

  • vincoli di spesa, ora sottoposti a normativa statale;
  • accesso alle scuole di specializzazione;
  • proposte di contratti a tempo determinato in ambito specialistico che sostituiscano le scuole di specializzazione;
  • tariffe, prezzi e modalità gestionali del sistema amministrativo;
  • edilizia e gestione degli edifici;
  • test sui farmaci e valutazioni tecnico-scientifiche;
  • redistribuzione diretta dei farmaci ai cittadini.

Tuttavia il ministro della Salute Giulia Grillo è disposta a concedere alle regioni competenza solamente in merito alla gestione e organizzazione dell’assetto istituzionale e dell’offerta ospedaliera, all’ampliamento della rete informativa, all’abolizione del ticket fisso in favore di un ticket territoriale e alla programmazione di investimenti per l’edilizia ospedaliera.

Politiche per il lavoro

Le competenze attribuite alle regioni verrebbero ad essere:

  • organizzazione e gestione di politiche attive per il lavoro.

Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ritengono che una politica centrale limiti lo sviluppo economico regionale locale. La concertazione delle competenze regionali sull’istruzione, unite a quelle sulle politiche per il lavoro, permetterebbero un inserimento più rapido dei giovani nel mondo lavorativo e uno sgravio sui costi dei contributi per i datori di lavoro. Quest’area di competenze, tuttavia, sembra destinata a scontrarsi con il ministero presieduto da Luigi Di Maio e dalla sua volontà di gestire centralmente le politiche attive per il lavoro. Il ministro grillino, inoltre, non è disposto a cedere o arretrare, perdendo competenza sull’attuazione del reddito di cittadinanza.

Erika Stefani, ministro per gli Affari Regionali, e Luca Zaia, Presidente della regione Veneto. Entrambi militano nella Lega.

Politiche per la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema

Le regioni richiedono maggiore competenze riguardo a:

  • organizzazione, funzioni amministrative, norme di principio e regolamenti per la tutela dell’ambiente territoriale;
  • sottoscrizione di accordi con altre regioni per lo smaltimento dei rifiuti (competenza non richiesta dal Veneto);
  • individuazione autonoma di siti non adatti allo smaltimento dei rifiuti e gestione integrata dello smaltimento degli stessi;
  • gestiona organizzativa dei fondi per la prevenzione e il ripristino ambientale;
  • gestione dei finanziamenti per eventuali bonifiche;
  • soltanto la Lombardia ha richiesto di poter gestire autonomamente la fauna e gli eventuali abbattimenti selettivi sul territorio.

Lateralmente rispetto a quella dell’ambiente si colloca la gestione del sistema di trasporti, le regioni, per implementare il trasporto pubblico e ridurre l’impatto inquinante hanno chiesto maggior autonomia sul sistema ferroviario e le sue strutture. Soprattutto tra il Veneto e il ministero rappresentato da Toninelli, poi, si è aperto un braccio di ferro sulla gestione degli aeroporti. L’impatto ambientale di questi ultimi non è indifferente ma il governo centrale non è disposto a cedere competenze alle regioni. Nel caso delle autostrade si paventa l’attribuzione di competenze a società esterne gestite da enti locali, come avviene per l’AutoBrennero.

Rapporti internazionali e con l’Unione Europea

Le regioni chiedono maggiore autonomia anche nei rapporti internazionalie e con l’Unione Europea. Al momento hanno ottenuto, negli accordi preliminari, la possibilità di rafforzare la propria rapprsentanza nella formazione di atti normativi comunitari. Lo scopo è quello di gestire in modo più semplice e di avere più voce in capitolo sull’organizzazione delle macroregioni europee e dei rispettivi fondi. La Lombardia, inoltre, è interessata alla gestione autonoma di accordi con la Svizzera che favoriscano i lavoratori transfrontalieri.

Ovviamente Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia sono solo i casi più eclatanti: una ridiscussione delle competenze e l’attribuzione di maggiore autonomia, al momento, risulta essere tra gli interessi di ben tredici regioni italiane su venti.


Per saperne di più:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DOSSIER/0/1067303/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione11

https://temi.camera.it/leg18/temi/tl18_lautonomia_differenziata_delle_regioni_a_statuto_ordinario.html

http://http://documenti.camera.it/leg18/resoconti/commissioni/stenografici/pdf/01c01/audiz2/audizione/2018/09/18/leg.18.stencomm.data20180918.U1.com01c01.audiz2.audizione.0004.pdf

www.affariregionali.gov.it/comunicazione/notizie/2018/giugno/autonomia-differenziata-accordi-preliminari-con-le-regioni-emilia-romagna-lombardia-e-veneto/

https://www.dirittiregionali.it/wp-content/uploads/2019/03/documento-integrale-1.pdf

http://www.irpet.it/wp-content/uploads/2018/08/presentazione-aisre-2018-regionalismo-differenziato-inviata.pdf

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