Come B. Alexander risolse i problemi di tossicodipendenza dei topi (e forse anche i nostri)

Uno spettro si aggira per il mondo intero, quello della Demon Drug. Questo l’appellativo assegnato da Bruce Alexander, psicologo e professore canadese, al mito che rappresenta per milioni di persone l’unico riferimento per la percezione del concetto di droga e di dipendenza.

Un po’ di storia: agli esordi degli anni ‘70, negli Stati Uniti, numerosi studi ed esperimenti venivano finanziati dal governo federale con l’intento di dimostrare l’intrinseca malvagità delle droghe. Tali esperimenti – seppur, come vedremo, incompleti e parziali – fornivano e forniscono tutt’ora la base scientifica necessaria a una solida diffusione del mito della Demon Drug, nonché alla mastodontica guerra alle droghe. La famosa War on Drugs, famosamente inaugurata negli anni ‘70 dall’amministrazione Nixon con ingenti investimenti statali, si estese a macchia d’olio a ogni livello, politico e sociale, in varie forme e in tutti i paesi dell’Occidente. Secondo la visione generalmente promossa, ogni sostanza psicoattiva viene additata come generalmente nociva, distruttiva e, di conseguenza, illegale; tutto questo senza operare alcuna distinzione nella pur sterminata varietà nel mondo delle sostanze psicotrope.

Gli esperimenti che all’inizio degli anni ‘70 legittimavano le misure restrittive e coercitive operate dal governo federale su milioni di americani erano molto semplici: dei ratti di laboratorio venivano messi singolarmente in piccole gabbie, spoglie di qualsiasi stimolo eccetto due abbeveratoi. Di questi, uno conteneva semplice acqua zuccherata, all’altro veniva invece aggiunta una quantità variabile di morfina, la versione farmaceutica dell’eroina, conosciuta per le sue proprietà altamente assuefacenti. Come chiunque si aspettava – a patto che fosse convinto della totale e completa responsabilità della sostanza nell’innescare comportamenti dipendenti e autodistruttivi – i ratti finivano per abbeverarsi compulsivamente alla fonte “drogata”, cadevano rapidamente servi della sostanza e infine morivano per overdose. La conclusione era ovvia: la droga è la causa della tossicodipendenza e pertanto, al fine di proteggere e tutelare l’umanità, il suo possesso e uso deve essere severamente proibito, nonché pesantemente punito.

Alexander non ha mai negato la porzione di verità contenuta in questi esperimenti: il potere assuefacente di alcune sostanze stupefacenti è un fatto. Ciò che lo psicologo canadese metteva in dubbio era che la droga fosse la sola responsabile dell’enorme problema della dipendenza che vessava un’intera generazione.

L’esperimento originario prevedeva, infatti, l’osservazione di ratti posti in isolamento in un ambiente inospitale: non esattamente una condizione ottimale per evitare il presentarsi di comportamenti compulsivi. Per questo nel ‘77 modificò l’esperimento originale, creando un altro polo di osservazione: una grande gabbia collettiva popolata da alcune decine di topi, che potevano interagire, riprodursi e tenersi attivi con stimoli di vario tipo. A Rat Park – questo il nome della gabbia collettiva, nonché dell’esperimento in generale – vi è la stessa scelta tra liquidi, uno contenente morfina e l’altro semplici additivi zuccheranti. Con stupore, il team di Alexander notò che nessun abitante di Rat Park cadeva vittima della droga; semplicemente, la fonte contenente morfina, anche se più zuccherata e appetitosa, veniva ignorata, mentre nelle gabbie isolate, comunque mantenute sotto osservazione nell’esperimento, i topi in solitudine continuavano ad abusare compulsivamente della sostanza.

A questo punto si passò alla seconda fase dell’esperimento: si introdussero a Rat Park alcuni topi provenienti dalle gabbie isolate, ormai considerati cronicamente dipendenti. Giorno dopo giorno, si osservarono i “junkies” integrarsi nella comunità e diminuire a poco a poco l’uso di morfina, fino a smettere completamente. Sorprendentemente – ma forse non troppo – per i ratti una normale vita sociale era ritenuta preferibile al volatile sollievo dato dalla sostanza, che finiva con il rimanere pressoché intoccata.

Applicate sugli esseri umani, le conclusioni dell’esperimento di Alexander si rivelano estremamente importanti. Rat Park insegna, infatti, che la retorica della Demon Drug, che impernia sulla sostanza in sé l’intero problema della dipendenza, alimenta la semplificazione riduttiva che metterebbe una D maiuscola alla parola Droga, mistificandone il significato: essa sarebbe così un’entità quasi trascendente e sempre in agguato che opererebbe una malvagia e letale seduzione della psiche umana. Ma come verrebbe allora spiegata la volontaria interruzione dell’abuso di droga all’interno di Rat Park, con le felici conseguenze a livello individuale – nonché di comunità – che ne derivano? É evidente, considerando i risultati di questo esperimento, che l’intera nostra concezione delle droghe, così come le misure prese per combatterle, vanno radicalmente ripensate.

Questo anche alla luce del chiaro, anche se negato, fallimento della campagna per la War on Drugs: il problema della dipendenza imperversa tutt’ora, e le misure di recupero dei tossicodipendenti si limitano ancora oggi, nella maggior parte dei casi, a fornire semplici palliativi, e non cure, per la loro condizione. Di conseguenza, un’altissima percentuale cade nuovamente vittima di dipendenza da sostanze stupefacenti.

In questo scenario poco incoraggiante è importante che Alexander, come altri insieme e dopo di lui, abbia provato e continui ancora oggi a ricreare una sorta di genealogia delle droghe, criticando la comune concezione che le indica come le uniche cause, responsabili in sé, della dipendenza. La società stessa che presenta il problema della tossicodipendenza deve finalmente essere presa in considerazione come diretta responsabile e va, di conseguenza, radicalmente modificata o, per usare le parole dello scienziato, “addomesticata”. Da dove partire? Come sempre, dalla radice del problema: il capitalismo ormai globalmente diffuso e le relative politiche di libero mercato avrebbero, secondo lo psicologo canadese, una parte considerevole nel far emergere il problema della dipendenza in generale, ben lontano dall’essere innato e incorreggibile nell’essere umano (è sempre bene diffidare dei sostenitori della naturale corruzione umana). Secoli di storia ci insegnano che, se la dipendenza è sempre stata un problema riconosciuto, non lo è stato in tutte le società. Una semplice deduzione ci mette di fronte al fatto che una società basata sui valori di possesso, accumulo e consumo ha un alto potenziale alienante sulla comunità: il numero medio di legami sociali di un individuo diminuiscono, mentre quello di oggetti posseduti aumenta; oltre alla dipendenza, numerosissime patologie sociali sono in aumento, come la depressione, l’ansia e i disturbi alimentari. La solitudine e l’incomunicabilità sono le cause riconosciute e dimostrate alla base di ogni problematica legata al comportamento umano: perché la tossicodipendenza dovrebbe fare eccezione?

Forse un motivo c’è: quando Alexander iniziò i propri studi negli anni ‘70, era probabilmente conscio del fatto che la posizione comunemente diffusa sulle sostanze psicoattive serviva con ogni probabilità scopi politici, economici e sociali prima ancora che scientifici; la funzione emotiva che il mito della Demon Drug esercita nel mondo è evidente all’occhio critico, a cui non sfugge il potenziale creato dall’annuire incondizionato di un’intera popolazione globale messa di fronte a un divieto senza spiegazioni. Tale divieto proibisce di fatto e in modo arbitrario il possesso e il consumo di sostanze comunemente presenti e reperibili in natura – è il caso delle droghe cosiddette naturali, come la cannabis, l’oppio, le foglie di coca– così come quello di sostante sintetizzate in laboratorio a partire dai principi attivi presenti nelle stesse fonti naturali – le cosiddette droghe sintetiche, più concentrate e dagli effetti nettamente più intensi e potenzialmente nocivi, come LSD, ecstasy e anfetamine. Una strategia non nuova: si pensi al proibizionismo degli anni 20, in cui l’accesso all’alcol è stato proibito e reso illegale a milioni di persone negli stati Uniti. Oggi, nella cultura dello spritz e dell’aperitivo, questo ci sembrerebbe intollerabile; abbiamo elaborato modalità di comunicazione e coesione sociale basate sul consumo di alcolici, e tutto ciò ci sembra estremamente naturale.

A questo punto un campanello d’allarme dovrebbe scuotere il pensatore critico che ricordi, innanzitutto, l’etimologia del termine “droga”: proveniente dall’olandese drooch, o dall’inglese dry, “secco”, indica l’usanza di essiccare le foglie delle piante per usi farmacologici; nel linguaggio contemporaneo drug in inglese significa generalmente “sostanza”, e solo più tardi acquisisce il significato specifico con accezione negativa che possiede oggi. Spesso e volentieri, le cosiddette droghe proprio in virtù delle proprietà alteranti su organismo, comportamento, percezione e psiche umane (ma non solo), fungono da veri e propri catalizzatori sociali, se usate nelle dosi, ma soprattutto nei contesti giusti. “Ogni virtù consiste nella misura”, scriveva Seneca a Lucilio, e sembra che nel corso dei secoli la storia abbia ormai dimenticato, o abbia voluto dimenticare, anche sotto l’influenza del potente mito della Demon Drug, che nell’antichità i primi gruppi sociali complessi si sono probabilmente assemblati – questa l’opinione del filosofo statunitense Terence McKenna – grazie all’uso di erbe e radici di origine naturale con il potere di espandere la coscienza. Da qui l’emergere del pensiero astratto con le sue esigenze di espressione e il suo strascico di secoli di cultura. D’altronde, su queste pratiche si basa l’intera cultura dimenticata degli sciamani e degli stregoni che, un tempo diffusa in tutta l’America meridionale, l’Africa e non solo, oggi è ancora in auge in quei tristemente residuali, minuscoli gruppi indigeni sfuggiti alla colonizzazione e alla globalizzazione e oggetto di studio di numerosi antropologi.

Se si tiene a mente questo, allora una sana demistificazione delle droghe non è poi così lontana. Nonostante la censura di cui Alexander e molti altri sono stati vittima, molti sono coloro che, oggi, si attivano per diffondere un’informazione consapevole e libera da isterismi sulle sostanze stupefacenti.
Le motivazioni che hanno spinto Alexander a intraprendere la difficile strada della sensibilizzazione su basi scientifiche sono forse intuibili: per uno scienziato consapevole della differenza tra nuda materia e vita, col meraviglioso corredo della psiche che la anima, è forse inaccettabile assistere al processo per cui una semplice sostanza, chiaramente inanimata e non dotata di volontà propria, viene resa un’entità agente in grado di annientare gli uomini. Che la responsabilità di un simile potere, che le droghe indubbiamente possono arrivare a esercitare, sia degli uomini stessi e dei loro errati stili di vita? Che siano gli uomini, ancora una volta, a fabbricarsi le condizioni della propria miseria?

Lara Barbara

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