Battuta d’arresto per l’astensionismo: solo un’illusione?

«Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?».

La risposta degli italiani è arrivata ormai da più di una settimana, e mentre gli analisti si scatenano con i dati, le più disparate forze politiche scalpitano per andare al voto anticipato, forti delle dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi.
L’unica notizia che ha riscosso stupore e consenso da ambo le parti, è quella che riguarda l’affluenza elettorale: ben 68,48% in Italia, contando il 30,75% dei voti degli italiani all’estero, il dato si assesta sui 65,47%.
Un dato tanto lontano dall’87% dei votanti per il referendum sul divorzio, che risale ormai a quarantadue anni fa, quanto da quello per le trivelle di appena 8 mesi fa, in cui l’affluenza, a dir poco ridicola, si è attestata (complice anche il fatto che abitanti di diverse regioni non erano interessate alla questione) intorno al 32%.

Analizzando in primo luogo il dato che viene dall’estero, notiamo come chi non è attualmente residente nel Belpaese abbia preferito il Sì: sfiorato il 65%, con il dato più schiacciante offerto dal Brasile, circa 84%.

In Italia è il Veneto a posizionarsi al primo posto nella classifica anti astensionismo, dopo il dato già importante del referendum di aprile: l’affluenza supera il 76%, con una vittoria schiacciante del No, segue l’Emilia-Romagna in cui vince di misura il Sì, con un’affluenza del 75,96%.
Ancora una volta un buon segnale è arrivato dal nord che con una media superiore al 70% ha trainato l’affluenza di tutto lo stivale che, proprio dal Lazio (69%) in giù, inizia a presentare livelli di astensionismo più alti, fino ad arrivare al 56,65% della Sicilia, e al fanalino di coda, la Calabria (54,43%).

Il sì ha vinto in sole tre regioni: Trentino (53,87%), Toscana (52,51%) ed Emilia-Romagna (50,39%) e sempre con uno scarto minimo; inversione di tendenza al Sud dove domina il No, con i picchi rappresentati da Sardegna (72,22%) e Sicilia (71,58%).

L’analisi del dato evidenzia due questioni nella tendenza di voto dei giovani, under 35: l’astensione più alta rispetto alla fascia d’età più adulta e la propensione altissima a bocciare il referendum: da una parte Renzi non ha portato a termine il proposito di mobilitare i giovani, dall’altro gli stessi giovani hanno evidenziato più di tutti l’esigenza di non accettare la riforma.

Dati pesantissimi, la cui spiegazione è da ricercare soprattutto nella decisione dell’ex Premier Matteo Renzi di spostare l’attenzione dalla carta costituzionale alla propria persona (si sono susseguite prima e dopo il referendum diverse manifestazioni per Renzi a casa dopo il 4 dicembre), annunciando le dimissioni in caso di sconfitta: una mossa pagata a carissimo prezzo, che ora lascia l’Italia in grande stato di instabilità mentre M5S chiude gli occhi sull’Italicum, e tutte le forze politiche chiedono il voto anticipato fiutando la grossa occasione di andare al governo.

Rispetto al referendum del 17 aprile si posso notare differenze importanti: il tema non era di grande rilievo per molti, che hanno snobbato il proprio diritto/dovere di votare, e la tendenza negativa ha investito tutta Italia. Complice del fallimento della consultazione elettorale è stato il dibattito dell’opinione pubblica che ha bistrattato il più possibile il tema, senza offrire alcun approfondimento o dibattito sulla questione, se non il giorno dopo il voto.
Lontano ben venti punti percentuali dal raggiungimento del quorum, basti pensare che la regione che si comportò meglio di tutte fu la Basilicata con il 50,16%, staccando la seconda, Puglia, di quasi dieci punti percentuali; affluenza più bassa in Trentino e Campania dove viene superato a stento il 25%, mentre Calabria e Sicilia figurano ancora tra le più astensioniste, sfiorando rispettivamente 27 e 29%.

Vale la pena osservare anche i dati di una elezione politica per notare come cambia il trend di voto negli ultimi due anni in Italia. Le elezioni europee del 25 maggio 2014 furono un altro campanello di allarme per lo stivale: si passò dall’accettabile 66,3% delle europee del 2009, al 58,7%: questo, sicuramente, dovuto alla sempre crescente disinformazione dei cittadini in merito all’Unione Europea, e al ruolo dei suoi eletti al Parlamento Europeo.

Il gap, ancora una volta, è sconvolgente: traina l’affluenza l’Italia Nord-Occidentale con il 66%, seguito da quella Nord-Orientale che si attesta intorno al 64%, quasi al 62% l’Italia Centrale che precede Italia Meridionale (quasi 52%), ed Italia Insulare che chiude con un imbarazzante 42%.

Qualunque sia stata la scelta individuale, l’unico dato da non sottovalutare mai è proprio quello dell’astensionismo: tanto ci siamo abituati alle urne semi vuote che prima ancora di voler sapere l’esito delle elezioni, ci si concentra subito sul capire, stavolta, quante persone si siano mobilitate per esprimere il proprio voto.
Le ragioni sono sicuramente da attribuire alla più classica delle motivazioni: la sempre crescente ed inarrestabile sfiducia nei confronti della politica e della partecipazione dei cittadini.
I dati suggeriscono proprio questo, il referendum costituzionale, indubbiamente più vicino a tutti rispetto a quello dello scorso aprile, ha avuto una altissima affluenza anche per la differenza con cui è stato trattato: al primo posto nell’agenda politica da più di due mesi, è finita inesorabilmente su ogni talk show, telegiornale, quotidiano, blog, social media, fino a mobilitare la coscienza di gran parte degli italiani, sorte diversa è invece toccata al referendum precedente e alle elezioni europee del 2014.
Non solo: il dato che è salito di ben dieci punti percentuali in soli due anni raffigura la scarsissima propensione dei cittadini ad interessarsi della cosa pubblica (soprattutto al Sud), e più in particolare ad informarsi circa l’Unione Europea, e la grandissima attitudine a presentarsi alle urne quanto vengono evidenziati fattori emotivi, quali le ipotetiche dimissioni del Premier.

La domanda che mi pongo, infine, è: se Matteo Renzi avesse evitato il passo falso delle annunciate dimissioni in caso di vittoria del No, e non avesse trasformato il referendum in una prova di fiducia dei cittadini nei confronti del Governo, ed in particolare della sua persona, quante persone si sarebbero davvero recate alle urne per difendere o riformare la propria Costituzione?

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