Brexit: a che punto siamo?

Il 29 marzo 2019 doveva essere il giorno X nella storia del Regno Unito. A tre anni dal referendum con cui il popolo britannico si è espresso a favore dell’uscita dall’Unione Europea, la Brexit si sarebbe dovuta concretizzare oggi. O almeno, questa era la data accordata in origine tra le due parti, scadenza che il primo ministro britannico Theresa May ha tentato di difendere il più a lungo possibile. In realtà, oggi il Regno Unito non esce dall’Unione Europea, un piano coerente e definitivo sul “divorzio” non è ancora stato presentato, la Camera dei Comuni è più frammentata che mai e May è uno dei primi ministri più impopolari di sempre.

La domanda, quindi, è: a che punto siamo con la Brexit?

Where were we?

Per rispondere, facciamo un passo indietro di qualche mese e vediamo come si è arrivati al rinvio dell’uscita. Nonostante May sembrasse intransigente rispetto a questa data, non le sono rimaste valide alternative nel momento in cui il Parlamento ha rifiutato per ben due volte il piano da lei proposto per la Brexit. Ecco un riassunto degli ultimi eventi principali:

  • 15 gennaio 2019 – il Parlamento britannico rifiuta l’accordo proposto da Theresa May nella sconfitta più pesante mai subita dal governo alla Camera dei Comuni nella storia del Regno Unito. Nei 432 voti contrari (solo 202 sono stati quelli a favore), oltre alla quasi totalità del partito laburista, figura anche più di un terzo di quello conservatore, il partito della premier, segno della mancanza di una maggioranza compatta a sostegno del governo.
  • 12 marzo 2019 – si tiene un secondo voto sul piano proposto da May: com’era prevedibile, la Camera dei Comuni rifiuta per la seconda volta, con 391 voti contrari e 242 favorevoli.
  • 13 marzo 2019 – il Parlamento rifiuta l’opzione di lasciare l’UE senza un accordo (no-deal Brexit).
  • 14 marzo 2019 – May ottiene dal Parlamento l’autorizzazione a chiedere all’UE un periodo di estensione per la negoziazione dell’articolo 50. Viene anche bocciata la proposta di un secondo referendum sulla Brexit.
  • 21 marzo 2019 – l’Unione Europea accetta di posporre la data della Brexit, offrendo due alternative: se entro la settimana successiva il Paramento britannico approverà un piano, l’uscita sarà rimandata al 22 maggio; se ciò non accadrà, entro il 12 aprile il Regno Unito dovrà uscire senza un accordo, proporre un’alternativa o chiedere un’ulteriore proroga, partecipando però alle elezioni europee.

Il problema è che, oltre alle già numerose incognite legate alla Brexit (soprattutto riguardo al backstop, il nodo del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord), si aggiungono le elezioni europee, previste per la fine di maggio. Questo perché, se il Regno Unito dovesse restare all’interno dell’Unione Europea ancora per molti mesi, pur con la certezza dell’uscita finale, dovrebbe comunque far eleggere dei rappresentanti al Parlamento europeo. Quindi, al momento non è scontato che il Regno Unito non parteciperà alle europee di maggio.

Leave? Remain? Not sure

Il referendum tenutosi il 23 giugno 2016 ha indicato che il 51.9% della popolazione del Regno Unito era favorevole a lasciare l’Unione Europea: una maggioranza, sì, ma di certo non schiacciante. Se si considerano, inoltre, i toni decisamente forti e le informazioni di dubbia attendibilità che hanno caratterizzato la campagna a favore del Leave (soprattutto da parte dello Ukip, United Kingdom Independence Party, e del suo leader di allora Nigel Farage), è lecito interpretare il risultato più come un atto di protesta che come una scelta ponderata. È stato criticato anche il fatto che i minori di 18 anni non avessero avuto accesso al voto, sulla base del fatto che saranno le generazioni più giovani ad affrontare per la maggior parte della loro vita gli effetti della Brexit. Nel referendum del 2014 sull’indipendenza della Scozia dal resto del Regno Unito, ad esempio, il voto era stato esteso anche ai cittadini di 16 e 17 anni di età.

Nonostante questi fattori, e nonostante il referendum fosse di per sé legalmente non vincolante, l’allora governo di David Cameron aveva promesso che l’esito del voto sarebbe stato rispettato. In seguito alle dimissioni di Cameron, May (anche se durante la campagna era stata dalla parte del Remain) ha sempre respinto l’ipotesi di un secondo referendum, dichiarando di voler rispettare la volontà dei cittadini.

Allo stesso tempo, il fronte favorevole a un secondo referendum si è rafforzato progressivamente soprattutto nelle ultime settimane, probabilmente come reazione alla situazione di deadlock attuale. La petizione per revocare l’articolo 50 e rimanere nell’UE, proposta la settimana scorsa, ha superato la quota record di 5 milioni di firme: l’appello “A People’s Vote may not happen – so vote now” dimostra quanto la concezione che ha May della volontà dei cittadini non combaci con ciò che i cittadini effettivamente vogliono. C’è da dire che, probabilmente, un numero non indifferente di persone ha deciso di supportare la permanenza nell’UE solo dopo aver realizzato cosa avrebbe realmente comportato la Brexit.

Sabato 23 marzo si è tenuta a Londra una delle manifestazioni più imponenti della storia del Regno Unito, che ha visto più di un milione di partecipanti sfilare per le strade della capitale, da Hyde Park’s Corner fino alla piazza del Parlamento a Westminster, chiedendo che venga invertito il processo di uscita dal Regno Unito. Anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, si è schierato in favore della revoca dell’articolo 50: «È ora che il popolo britannico abbia l’ultima parola sulla Brexit», ha dichiarato.

What now?

Lunedì la Camera dei Comuni di Londra ha votato a favore di una mozione per privare May dei poteri di controllo sulla Brexit e attribuirli al Parlamento stesso. Ciò significa che il Parlamento potrà tenere una serie di voti “indicativi” per tentare di capire la strada da intraprendere, che sia con il proseguimento dei negoziati, l’idea di una Brexit più morbida o anche la decisione di fermare definitivamente il processo, revocando quindi l’articolo 50.

Mercoledì, i suddetti voti indicativi si sono tenuti riguardo a otto alternative al piano May, inclusa l’opzione no-deal, un’unione commerciale e un secondo referendum, ma nessuna di queste ha ottenuto la maggioranza. Come ultimo, disperato tentativo, May ha allora fatto quello che gran parte dei suoi oppositori, soprattutto tra le fila dei Tories, speravano da tempo: ha offerto le proprie dimissioni. Nell’ottica di «fare ciò che è giusto per il Paese e per il partito», May ha accettato di lasciare l’incarico da primo ministro se il suo piano verrà approvato entro oggi, dando quindi inizio all’uscita vera e propria del Regno Unito dall’Unione Europea. Diversi deputati conservatori, tra cui l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, hanno affermato di sostenere l’iniziativa di May.

Non ci sono certezze sul fatto che le dimissioni di Theresa May sbloccheranno la situazione. I dubbi e le criticità della Brexit permangono a prescindere dal leader che la porterà a termine, se mai verrà portata a termine. Nel frattempo, le proteste della popolazione si fanno sempre più sentire e le firme alla petizione per la revoca dell’articolo 50 stanno per toccare quota 6 milioni. Fra spaccature sempre più profonde, il rebus Brexit è lontano da una soluzione.

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