Brexit: come hanno reagito Scozia e Irlanda del Nord // Brexit: how Scotland and Northern Ireland reacted

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Il 16 marzo scorso la Regina Elisabetta II ha apposto il sigillo reale sul testo di legge approvato il lunedì precedente, in seconda lettura, alla Camera dei Comuni britannica, che permetterà di avviare la procedura di uscita dall’ Unione Europea del Regno Unito. Il testo definitivo ha respinto gli emendamenti proposti dalla Camera dei Lord, che chiedevano da un lato maggiori garanzie per i cittadini europei e per i loro familiari già residenti nel territorio britannico, e, dall’ altro la possibilità per il parlamento di porre un veto al futuro accordo dopo i negoziati con l’Unione Europea.

Stando alla stampa britannica, Theresa May potrebbe comunicare ufficialmente l’avvio della procedura di uscita dell’art. 50 del Trattato di Lisbona proprio questa settimana. Le contromosse di Scozia e Irlanda del Nord non si sono però fatte aspettare.

In Scozia il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea aveva visto una netta vittoria del remain (62% dei votanti), in totale controtendenza con il resto del paese, in particolare con l’Inghilterra. Proprio in virtù di questa divergenza, agli scozzesi si è aperta l’inestimabile opportunità di chiedere un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito.  Ricordiamo che questo tema non è una novità per Edimburgo, che dalla devolution del 1997 ha avuto la possibilità di ampliare le proprie materie di competenza in politica interna, godendo di maggiore autonomia nella gestione dei propri territori. Un primo referendum sull’indipendenza scozzese si era tenuto a settembre 2014, e aveva visto la vittoria degli unionisti: al giorno d’oggi le cose cambiano molto, perché la Brexit, così come sottolineato più volte dai leader scozzesi, avrebbe degli effetti molto dannosi sull’economia della nazione, che gode di ampio supporto finanziario dall’Unione Europea, soprattutto in fondi strutturali.

Per questo motivo, la first minister Nicola Sturgeon ha sottolineato la necessità di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, che si terrà probabilmente tra l’autunno 2018 e la primavera 2019: in quel momento i termini delle negoziazioni tra UE e Regno Unito saranno già ben definiti, e quindi sarà più semplice per gli elettori comprendere le condizioni e le conseguenze di una eventuale indipendenza.

Ma quali sono le questioni più delicate a riguardo? Innanzitutto andrebbe ponderata la scelta della moneta che si andrebbe ad utilizzare in Scozia (euro o sterlina). Inoltre, andrebbero gestiti i problemi legati all’apertura o meno dei confini con il Regno Unito, e quindi della mobilità tra i due paesi, che prenderebbe le caratteristiche di migrazione tra Unione Europea e paese extraeuropeo. Infine, per l’Unione, l’indipendenza scozzese sarebbe un caso molto sensibile anche per le implicazioni che potrebbe avere sulle altre autonomie regionali, in particolare sulla Catalogna.

Per quanto riguarda l’Irlanda del Nord, la situazione è anche più complicata. In generale, il 56% dei votanti si era espresso al referendum di giugno per rimanere nell’Unione Europea, con un forte distacco tra le province più territorialmente vicine all’Irlanda, favorevoli alla permanenza, e quelle più esterne, che hanno sostenuto il leave.

Solo poche ore dopo l’annuncio del nuovo referendum in Scozia, il partito Sinn Fein, di matrice nazionalista indipendentista, che ha largo seguito in Irlanda del Nord, ha annunciato la volontà di tenere un parallelo referendum anche in terra irlandese, per l’uscita dal Regno Unito e la riunificazione dell’Irlanda sotto un’unica bandiera.

La possibilità di un referendum di questo tipo era stata inclusa nel Good Friday Agreement del 1998, l’accordo apice dei processi di pace in Irlanda del Nord negli anni ‘90, che sanciva lo status dell’area, e le relazioni politiche ed economiche della nazione con il Regno Unito e con l’Irlanda. Secondo questo accordo, il governo britannico è impegnato a rispettare i risultati di un referendum relativo alla riunificazione dell’Irlanda.

La leader Michelle O’Neill ha sottolineato che la Brexit causerebbe ingenti danni dal punto di vista economico: da un lato, infatti, i territori nordirlandesi sono sostenuti ampiamente dai fondi europei, in particolare quelli legati alla Politica Agricola Comune; dall’altro essi dipendono largamente dai commerci con l’Irlanda, paese membro dell’Unione Europea.

Nonostante ciò, alcuni sondaggi dimostrano che la volontà di riunificare l’Irlanda non è così scontata: uno studio di Ipsos MORI, tenuto a settembre, mostra che solo il 22% dei votanti supporterebbe una riunificazione con l’Irlanda, mentre il 63% preferirebbe restare nel Regno Unito.

Per concludere, l’instabilità del Regno Unito di fronte all’incertezza della Brexit è molto forte, ed ha risvegliato quelle volontà nazionaliste e autonomiste che sembravano ormai assopite da anni. Specialmente quelle aree che avevano votato per rimanere parte dell’Unione Europea non vogliono subire le decisioni del governo britannico: ma per fare una scelta coerente, non bisogna solo seguire il cuore. I leader scozzesi e nordirlandesi dovranno mettercela tutta per trovare delle soluzioni che non alterino il benessere della propria popolazione, e che rafforzino la propria posizione negoziale con Londra e Bruxelles. Solo in questo modo la prospettiva di lasciare il Regno Unito potrà realmente concretizzarsi.

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On Thursday, 16 March 2017, Queen Elizabeth II formally gave the Royal Assent to the Brexit trigger bill, approved last Monday in the House of Commons, which open up the possibility to activate the procedure of leaving the European Union. The text rejected the amendments proposed by the House of Lords: on one hand more guarantees for the EU citizens and their families already living in United Kingdom; on the other hand the possibility for the parliament to have final veto power on the agreement between EU and British government.

As stated by British media, Theresa May could activate the procedure of art. 50 of the Treaty of Lisbon already this week. But Scotland and Northern Ireland reacted swiftly to this announcement.

In Scotland, the referendum on United Kingdom European Union membership had turned strongly in favor of the remain (62% of voters), totally opposed to the rest of the country, in particular to the English result. This has opened an inestimable window of opportunity for Scottish people, for asking a new independence referendum. As we all remember, this issue is not new for Edinburgh, where, with the devolution of 1997, Scottish government was given the possibility to expand its area of competence in domestic policy, enjoying more autonomy in the administration of its territories.  A first referendum on Scottish independence had been held in September 2014, having turned in favor of the unionists: things are strongly different now, especially because, as Scottish leaders underline, Brexit would have extremely damaging effects on the economy of the nation, which enjoys financial support from the EU, especially in terms of structural funds.

For all these reasons, the first minister of Scotland Nicola Sturgeon highlighted the necessity of a new referendum, which is going to be probably held between fall 2018 and spring 2019: at that moment, the terms of negotiation between the European Union and United Kingdom would be more defined, and it would be easier for the electorate to have processed a concrete vision of the effects and of the condition of the independence.

Which are the crucial issues of Scottish independence? First, the choice on the currency that would be used in Scotland after Brexit, is without any doubt a key issue. Secondly, another fundamental one is border controls with the United Kingdom: mobility between the two countries would eventually become migration between the EU and a third-country, having strong implications on jobs and commerce. Finally, independence of Scotland could be an interesting precedent for the implication it could have on the other regional autonomy issues, for example Catalonia.

Moving to Northern Ireland, the situation is even more complicated. Generally speaking, the 56% of the referendum voters were against leaving the European Union, with a strong territorial division: proximity to Ireland seemed to reinforce determination in remaining in the EU.

Back to the present, only few hours after the announcement of a new referendum in Scotland, the Sinn Fein party, which lies on Irish-nationalist basis, made a parallel statement on the will of holding a referendum in Northern Ireland on leaving the United Kingdom and joining the Republic of Ireland. This possibility was left open in 1998 Good Friday Agreement, the major political development in the Northern Ireland peace process of the 1990s, which settled the status of the region, as well as its political and economic relations with UK and Ireland. This agreement gave the possibility to hold a referendum on reunification and required British government to respect its results.

Michelle O’Neill, leader of Sinn Fein, underlined how Brexit would cause enormous damages from the economic point of view to its nation, which depend heavily on EU funding, especially on the Common Agricultural Policy, as well as on the commerce with Ireland, member state of the European Union.

Nevertheless, some polls show that peoples’ vote in favor of the reunification of Ireland has not to be taken for granted: for example, Ipsos MORI analysis of September 2016 shows that only the 22% of voters support the reunification, with a large share of undecideds.

To conclude, the instability of the United Kingdom facing the uncertainties of Brexit is enormous, and it reawakened the nationalist and autonomist cleavages which seemed resolved by years.

Especially those areas where the vote was in favor of remaining in the EU don’t wont to suffer the decisions of British government: but to make a comprehensive choice, decision-makers don’t have to follow only their heart. Scottish and Northern Irish leaders should make an effort to find a solution which would not alter the wealth of their population, and, on the other hand, which would put them in a better position with London and Brussels at the bargaining table. Only achieving these tasks the perspective of leaving the United Kingdom would be effectively possible.

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