I can see a blue sky with stars. Can EU?

Il 25 marzo si è tenuta a Roma la Marcia per l’Europa organizzata dal Movimento Federalista Europeo in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della firma del Trattati di Roma. Nel 1957 i rappresentanti dei sei Paesi fondatori – Belgio, Germania Federale, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi – si sono dati appuntamento nella Sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio per dare vita alla Comunità Economica Europea (CEE) e alla Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA o EURATOM). Pioveva molto quel giorno, e presumibilmente quel lunedì 25 marzo di sessant’anni fa, alle ore 18, gli italiani non hanno nemmeno affollato i bar per assistere all’evento in televisione, come invece avveniva il giovedì sera per “Lascia o raddoppia o il sabato per il “Musichiere”. C’era molta apprensione nell’aria, ad essere onesti: all’ultimo momento il cancelliere tedesco Konrad Adenauer aveva deciso di partecipare personalmente. Immediatamente furono apportati i dovuti cambi al protocollo, permettendo così la partecipazione anche del Presidente del Consiglio italiano Antonio Segni, fin allora non prevista. Tuttavia, i capi di governo belga, olandese e soprattutto francese hanno preferito delegare i loro ministri degli Esteri. Sembrano sciocchezze di poco conto, tipo cavilli da cerimoniale, ma se ci pensiamo, con la guerra da poco alle spalle, certe ferite, benché si cercasse di guarirle, dovevano fare ancora un po’ male. Questo non aveva impedito, tuttavia, a una numerosa folla di ritrovarsi intorno alla statua equestre di Marco Aurelio che troneggia sul Campidoglio. Come ricorda Silvio Fagiolo, ex diplomatico italiano, “dopo l’ultima firma del ministro degli Esteri dell’Olanda Luns, le campane medioevali erano state sciolte sulla torre del Palazzo Senatorio”. Voci dicono che avesse anche smesso di piovere, ma qui la storia si fa leggenda, e lascio alle fantasie del lettore piena libertà. Di certo una cosa: il cammino verso un’unione europea era solennemente iniziato.

Sessant’anni dopo, sabato 25 marzo splendeva un sole bellissimo. Alle 11 del mattino noi partecipanti della manifestazione ci siamo radunati a Bocca della Verità dove era allestito un palco per gli interventi. La piazza iniziava pian piano a riempirsi di gente di ogni età e provenienza: dai ragazzi delle scuole superiori agli anziani, dagli italiani ai polacchi fino agli inglesi (ebbene sì, ed erano pure in tanti!), tutti avvolti dal blu della bandiera stellata. Ovviamente la componente giovanile era maggioritaria, ma non sarei onesto se non riconoscessi che una buona fetta dei manifestanti – quella più saggia e adulta, diciamo – è stata tra le più attive. La giovinezza a volte rimane una pura questione anagrafica, quando ci sono degli ideali che la mettono in marcia. E allora sabato permettetemi di dire che eravamo tutti giovani e tutti avevamo qualcosa da dire: che siamo europeisti, siamo europei, siamo cittadini europei che vogliono un’Europa unita, forte e sociale! Quel che non vogliamo è dunque questo tipo di Europa.

Perché non è la nostra Europa quella che si ostina a promuovere solamente politiche economiche di rigore e austerità che non permettono investimenti strategici e mortificano la crescita.

Non è la nostra Europa quella che trascura il disagio sociale che i popoli europei gridano a gran voce: non è dunque la nostra Europa quella che si è accanita contro la Grecia, inducendo pesanti tagli al welfare e sfibrando il tessuto sociale della società in nome di ottusi principi neoliberisti.

Non è la nostra Europa quella che chiude le frontiere e costringe masse di disperati a rischiare la propria vita pur di averne una degna di essere chiamata tale: non è quindi la nostra Europa quella che abbiamo visto a Idomeni e a Calais, e che continua ad andare in scena nel Mediterraneo.

Non è la nostra Europa quella dove egoismi e interessi nazionali prevalgono su un sacrosanto principio di solidarietà che, per una comunità di Stati in quanto tale, dovrebbe essere il minimo comune denominatore.

Non è nostra l’Europa delle ipocrisie e delle doppie misure: se la guerra è un male, allora basta vendere le armi alle varie fazioni in lotta mentre si sostengono i processi di pace; se la difesa è una priorità, basta pensare ognuno al cortile di casa sua e collaboriamo, così da renderci forti e indipendenti dal sostegno di Paesi terzi; se la crescita e il benessere è un obiettivo reale, basta applicare ricette economiche stantie. Rinnoviamoci, re inventiamoci e andiamo incontro alle esigenze di chi sta soffrendo quest’interminabile crisi. Perché gira e rigira è la gente che vive quotidianamente il disagio creato da politiche malsane o da politiche inesistenti, e che perde di conseguenza fiducia nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarla.

Sono discorsi da populista? No, sono i populisti semmai che si sono furbamente impadroniti di questi temi per fomentare la loro narrativa tossica, colpa di una politica che negli ultimi decenni è stata irresponsabilmente assente. Dobbiamo allora levare il monopolio della critica a chi cerca solamente di demolire: questo è un imperativo. A chi fomenta il nichilismo, a chi vorrebbe buttare tutto nel cesso sperando di cavarne un pugno di voti in più alle prossime elezioni e fregandosene delle conseguenze dei loro progetti caterpillar, bisogna rispondere invece costruendo un progetto solido, credibile e sostenibile, che sappia guardare al futuro e che si faccia capire dai cittadini. Sono loro i primi a doversi sentire parte attiva di un processo di rinnovamento e capire che, oltre alla globalizzazione delle ingiustizie e delle disuguaglianze, esiste una globalizzazione delle opportunità. Occorre, come cemento di questo progetto, maggior partecipazione di popolo. Come diceva saggiamente qualcuno tempo fa, libertà c’è solo laddove esiste la partecipazione. Tutti siamo allora chiamati a creare la nostra Europa!

Avviamo dunque un grande dibattito su scala continentale e lanciamo una nuova fase costituente. Riapriamo il cantiere aperto nel decennio scorso dalla Convenzione Europea che aveva redatto una Costituzione per l’Europa. Riapriamolo, ma aggiorniamolo alle esigenze di oggi, imponendo una tempistica di lavoro seria, efficiente ed adeguata. Come dieci anni fa, tre sono le fasi cruciali: di ascolto (dove vengono poste sul tavolo le questioni da risolvere); di riflessione (dove si discute sulle questioni formulate) e di proposta (dove vengono presentate le soluzioni alle questioni analizzate), il tutto in un arco di tempo che vada dai 15 ai 18 mesi. Sul piano dei contenuti, di fondamentale importanza sono le riforme istituzionali: affidare il potere legislativo in maniera paritaria ad un Parlamento Europeo più snello con deputati eletti in collegi meno estesi ed a un Senato Europeo, composto dai rappresentanti dei governi su debito mandato dei rispettivi parlamenti nazionali. Un sistema di checks and balances deve prevedere inoltre sistemi di voto che non inficino sull’operatività stessa degli organi legislativi. Il Parlamento deve essere l’unico deputato ad esprimere la fiducia all’organo esecutivo, la Commissione Europea – eletta per suffragio diretto – composta da numero di ministri non superiore a quindici. Il mandato dell’esecutivo deve necessariamente coincidere con il periodo di legislatura di cinque anni. In questo modo si legano le constituencies con gli organi deputati a rappresentarle, eliminando il deficit democratico. La legittimità democratica infatti deve essere il parametro di ogni valutazione delle politiche pubbliche: la politica in questione rinforza o indebolisce il patto democratico tra elettorato e istituzioni? Avvicina o aliena la popolazione dal regime politico in vigore? In nome del principio di efficienza economica, fino a che punto si possono ignorare i principi cardine di un tessuto democratico? Trovata la risposta a questo tipo di domande, la nuova Europa federata può occuparsi in maniera esclusiva di materie dette ‘sensibili’, prima su tutte la politica economica e di sviluppo. Si deve partire innanzitutto con l’armonizzazione delle imposte sul reddito, sul lavoro e sul patrimonio. La lotta all’evasione fiscale deve essere una priorità, ma non una priorità di facciata, che si annuncia nei talk show per poi cadere nel dimenticatoio. Ricordo che in Europa vale 1000 miliardi all’anno, per cui un vincolo che obbligherebbe l’azione del governo in questa direzione sarebbe la costituzionalizzazione della materia. Solo in seguito ci sarà la messa in comune del debito a livello federale. Si prende un certo lasso di tempo, gli ultimi due o tre anni, e si fa la media dello spread registrato da ogni singolo paese, poi lo si confronta con il bund tedesco a dieci anni. Parallelamente, misure di previdenza sociale e di valorizzazione del lavoro devono poter godere di ampie risorse di budget da destinare obbligatoriamente a programmi di assistenza sociale e di riduzione della disoccupazione, in particolare quella giovanile. Una volta per tutte: investire nei giovani richiede innanzitutto un piano multi settoriale che preveda politiche educative e di inclusione in grado di attrarre la grossa fetta di under 25 non impegnata nello studio, né nel lavoro né nella formazione (i cosiddetti NEET). Ci vorrà una decina di anni, ma tutto dipende dalla volontà politica: la storia dell’integrazione europea dimostra che, se lo si vuole, certi risultati possono essere raggiunti in tempi relativamente brevi. Ovviamente il tutto richiederà la creazione di un Ministero dell’Economia europeo, con deleghe allo sviluppo economico. Il nucleo di partenza per quest’integrazione fiscale sarebbe costituito dai Paesi dell’eurozona che hanno già una base di esperienza di condivisione di regole comuni. Quest’ultime, tra l’altro, necessitano ormai di essere riviste, a 25 anni dalla loro prima formulazione. Per concludere, la Banca Centrale Europea, la cui politica monetaria deve essere approvata annualmente dal Parlamento Europeo, deve inserire tra i propri obblighi di mandato anche la crescita economica oltre al (necessario) mantenimento della stabilità dei prezzi.

Sugli altri fronti: politica estera, politica di difesa e politica di sicurezza. Primo, costituire un esercito europeo superando l’attuale sistema delle cooperazioni strutturate permanenti (corpo europeo di frontiera, comando operativo unificato etc.). È chiaro che la “Capacità di pianificazione e condotta militare” (MPCC, in inglese) recentemente istituita dai ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione europea non basta: serve un Ministero della Difesa europeo. Questo tuttavia deve saper mantenere un certo grado di decentralizzazione per poter garantire flessibilità e operatività all’intero sistema. Il tema sicurezza, inoltre, rientrerebbe tra i compiti di questo dicastero, promuovendo maggiore integrazione dei servizi di Intelligence e di investigazione in grado di operare su scala continentale. La sfida del terrorismo pone infatti degli obiettivi chiari di cooperazione che non possono essere più ignorati. L’azione esterna infine deve poter essere diretta da un Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con effettivi poteri decisionali e di rappresentanza esterna. Questa centralizzazione di competenze renderebbe l’Europa più autonoma da alleanze militari (es. la NATO) e con un peso politico di notevole entità da sfruttare nell’arena internazionale. Un’ Europa forte può far rivendicare meglio il suo ruolo di potenza civile e incidere con maggior forza nei negoziati internazionali sfruttando il proprio vantaggio comparato. Una volta conclusa la fase costituente, il nuovo testo deve essere approvato con referendum popolare: i Paesi che lo approveranno costituiranno il primo nucleo di Europa federale.

L’Europa deve ritornare ai cittadini in forma di speranza, quella che ha animato fin dall’inizio questo strambo progetto. Dopo il 1945, i padri fondatori avevano compreso qualcosa di profondo: che la vendetta non porta a nulla. Che non si costruisce un bel niente di duraturo sull’abbattimento e l’umiliazione dell’altro. Con la nascita della CECA, si è terminata quella spirale di “occhio per occhio, dente per dente”, cercando, attraverso l’innovazione creativa, altre maniere di convivere sullo stesso straccio di terra. Ripudiamo allora a gran voce i rigurgiti di un nazionalismo cieco e pericoloso, che sa solo guardare al proprio ombelico ignorando che il XX secolo è finito da un pezzo e il terzo millennio ci aspetta a braccia aperte. I nazionalisti ignorano le sfide di domani mentre fanno la corte a Donald Trump, anche se costui, ripiegando su un protezionismo decisamente anacronistica, beffardamente li danneggia. La rincorsa all’uomo forte deve perciò essere ripudiata nel ventunesimo secolo e bollata come anatema. E poi lasciatemi dire un’ultima cosa: abbiamo passato decenni a inseguire l’America e a prenderla come modello di governance da imitare. Ora che con il Tycoon la Casa Bianca farà una pericolosa inversione di tendenza, noi europei dovremmo smetterla di rincorrere gli Stati Uniti e di preoccuparci (oltre il dovuto, si intende!) di quel che fanno o non fanno, ma concentrarci su quello che potremmo fare noi tutti insieme. La nuova amministrazione americana si è dichiaratamente posta in antagonismo con il Vecchio Continente: prendiamone atto e andiamo per la nostra strada. Emancipiamoci e proviamo a costruire insieme un modello di governance che mantenga alti i traguardi che contraddistinguono da oltre sessant’anni l’esperimento politico più riuscito dell’ultimo secolo.

Verso le 14.30 il corteo è giunto al Colosseo, unendosi con un altro gruppo di manifestanti. Eravamo in tanti. Si respirava, si riusciva quasi a palpare un’euforia contagiosa. Eravamo tutti lì e sapevamo che, nel nostro piccolo, avevamo lasciato un segno. Lo stesso che il sole ha voluto regalarci accompagnandoci in questa luminosa giornata.

 

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