Cara Italia, ricordati chi sei: Non chiudere le tue porte

Cara Italia,

Ormai siamo lontani da quasi quattro mesi, e devo confessarti che mi manchi. Non che in Cile stia male, davvero: ho incontrato gente meravigliosa, visto posti fantastici, trovato nuovi stimoli, conosciuto una cultura diversa dalla mia. Diversa, appunto. Per questo mi manchi così tanto. Per quanto possa confrontarmi con questa diversità, casa mia è lì con te. Non mi sono mai sentito tanto italiano come qui in Cile: e questa è la ragione più bella per la quale viaggio, conosco il mondo, mi relaziono con la diversità. Non mi voglio uniformare: sempre, per sempre, sarò un italiano in Cile, o in Australia, in Russia, in Somalia, o dovunque mi porti il destino.

Qui a Santiago, mi chiedono tutti di te. Non ne sanno tantissimo, in realtà, ma vogliono conoscerti. Cerco di raccontare loro tutto, badando bene di non diventare pedante: del cibo, delle spiagge, dei monumenti, delle montagne. Della nostra storia: la Resistenza, la liberazione, Bella Ciao, che tutti cantano dopo aver visto La casa de papel senza sapere cosa significhi per te e per noi. Racconto loro dei partigiani che ci hanno liberato dalla barbarie del fascismo e del nazismo, di De Gasperi, Nenni, Togliatti, Pertini, della nostra straordinaria Costituzione, che potrebbe essere svecchiata in alcune parti ma resta il simbolo più forte della tua e della nostra libertà.

Da quando me ne sono andato, le cose per te sono cambiate molto, da quel che ho potuto vedere. Gli italiani si sono espressi per darti un nuovo governo, hanno esercitato il loro diritto più importante come cittadini liberi di una terra libera. Tra di loro, mi hanno detto, ci sono tante persone che hanno votato per chi, sotto mentite spoglie, dice le stesse, identiche brutalità di quei nazisti e fascisti contro cui i partigiani hanno lottato per anni. De Gasperi, Nenni, Togliatti, Pertini, e tutti gli altri, hanno lottato per il voto di tante persone che nel 2018 continuano a dire Viva il Duce, Quando c’era lui, Viva la Patria sovrana. Non sono ingrati, cara Italia: è democrazia. Può piacerci o no, ma è l’espressione di un diritto, di una libertà.

Ho saputo che quell’uomo straordinario che vive al Quirinale si è battuto per difendere te e la tua Costituzione, e che per questo si è beccato parecchi pesci e pomodori marci in faccia. Si è battuto perché tu potessi rimanere integrata nella grande famiglia europea, della quale sono così contento di fare parte. E si è battuto per avere un governo che rispettasse davvero il voto degli italiani, e non le facilonerie dei tanti demagoghi maghi di Oz che dichiarano di agire in tuo nome.

Eppure, a questi demagoghi uno spazio se lo doveva pur lasciare. È la democrazia, e volente o nolente, mi pare di capire, le elezioni le hanno vinte loro. È giusto così. È giusto che loro formino il governo, e che io e chi la pensa come me stia all’opposizione.

Hanno iniziato occupandosi di immigrazione. C’era da aspettarselo, d’altronde. Da anni, ormai, non fanno altro che parlarne, come se fosse davvero una questione di vita o di morte. Hanno iniziato dicendo che La pacchia è finita, come se davvero vivere alla giornata, di microcrimine e espedienti, si possa davvero definire in maniera tanto becera e fasulla. Una pacchia. E poi, hanno bloccato i porti, lasciando quella nave, la Aquarius, sola in mezzo al mare, abbandonata a se stessa, con a bordo bambini, donne, persone malate, per un ricattino politico, per poi chiosare con la faccia tosta che Alzare la voce paga.

Lo mascherano bene, questo razzismo. O almeno, lo edulcorano un poco. Parlano della fine del business dell’immigrazione. Dicono di farlo per gli italiani. E per te, cara Italia. Lo fanno in tuo nome. Come se davvero un paese che ha visto centinaia di migliaia di suoi figli partire per cercare di ricominciare una vita degna di questo nome possa voler chiudere le sue porte a chi vuol fare lo stesso. Come se davvero un paese che ha sconfitto al costo di migliaia di vite gli incubi totalitari possa tollerare di tornare sotto il giogo della xenofobia, del razzismo, del fanatismo nazionalista.

E poi, cosa verrà, mi chiedo? Ci chiederanno di denunciare gli immigrati irregolari, se ne conosciamo? Di svelare i loro nascondigli? Istituiranno un corpo di polizia specifico per rimandarli a casa loro? E noi, come risponderemo, cara Italia? Facendo ciò che ci verrà imposto come lecito, o ciò che sappiamo essere giusto? Che tu, la tua storia, la tua impareggiabile bellezza ci ricordate ogni giorno essere il Giusto?

Voglio tornare da te, cara Italia, impegnarmi in prima persona perché la tragedia – non trovo altre parole per descriverla – dell’Aquarius non si ripeta mai più. Voglio tornare da te perché l’Italia è la terra della solidarietà, e i suoi cittadini, liberi e di una terra libera, liberati dalla più bieca tirannia, ricordino sempre il loro dovere umanitario verso il prossimo che soffre.

Andavano verso l’America, i tuoi figli. Esattamente dove sono io ora. L’America. In tanti, non sono tornati. Oggi, l’America sei tu, cara Italia, per tanti figli di tanti paesi che guardano a te come a un faro di speranza, il punto di approdo per una vita migliore. Non si può chiudere la speranza. Se lo faremo, non saremo dei patrioti migliori. Soltanto, dimostreremo di non volerti bene davvero, perché è l’apertura alla diversità, e non l’orgoglio nazionale, a fare di noi quello che siamo. Veri italiani. Fieri di essere italiani.

Tuo

Marco

 

 

 

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