Il caso Battisti e la “difesa degli intellettuali”

A prima vista sembra impossibile, senza senso. Com’è pensabile che fior fiore di intellettuali, stimati scrittori e filosofi abbiano difeso Cesare Battisti, un terrorista implicato in quattro omicidi e condannato a due ergastoli? Com’è possibile che abbiano sostenuto – e sostengano tuttora – l’opportunità che Battisti sia libero? Libero di viaggiare, di scrivere libri, di vivere come meglio crede?

L’elenco comprende intellettuali italiani, francesi e sudamericani: grandi firme come Bernard Henri-Lévy, Daniel Pennac e Gabriel Garcìa Márquez, oltre a figure meno conosciute ma apprezzate nei loro campi, dal collettivo bolognese Wu Ming a Erri De Luca, dal filosofo Giorgio Agamben fino al vignettista Vauro. A volte bollati come «cattivi maestri», a volte come «membri di una sinistra radical chic tutta ostriche e champagne».

Ma parlano davvero a vanvera, sono fuori dal mondo? O forse si muovono a un diverso livello di riflessione – più astratto e forse profondo –, con tesi «scandalose» che mettono in dubbio certezze e paradigmi acquisiti? Le loro idee non nascono dal nulla: si possono comprendere (cosa diversa dal condividere) solo calandosi nelle dinamiche degli «anni di piombo», anni incredibilmente ideologizzati. In un’Italia molto diversa da quella di oggi.

La storia di uno e di molti

Le ragioni per cui Battisti fu condannato sono spesso raccontate sbrigativamente; la sua storia è ricca di aspetti poco chiari, con elementi dati per scontati ma che scontati non sono. Cesare Battisti è nato nel 1954 a Cisterna di Latina. Da adolescente si iscrisse al Partito Comunista ma ne uscì poco dopo, facendosi conoscere dalle forze dell’ordine per piccoli crimini, soprattutto rapine. Nel 1977 finì quindi in carcere, dove conobbe Arrigo Cavallina, fondatore di un gruppo terrorista di estrema sinistra – i Proletari armati per il comunismo (PAC) –, a cui si unì.

Fino ad allora Battisti sembrerebbe essere stato un criminale comune, politicizzatosi in seguito all’incontro con Cavallina. In realtà distinguere nettamente tra delinquente comune e terrorista non è semplice. La dimensione criminale e quella politica appaiono inestricabilmente legate: dalla prospettiva di Battisti e dei PAC non si trattava di rapine ma di «espropri proletari».

La dimensione politica si intensificò nelle azioni a cui Battisti partecipò una volta uscito dal carcere: rapine a banche e supermercati, sabotaggi alle fabbriche, varie aggressioni e omicidi. Per quattro di questi omicidi i processi hanno riconosciuto la partecipazione, diretta o indiretta, di Battisti. Processi che si celebrarono senza di lui: nel 1981 Battisti riuscì a evadere dal carcere di Frosinone e fuggì in Francia. Poi in Messico e di nuovo in Francia. Infine in Brasile, dove ha vissuto da rifugiato politico.

Gli omicidi nei quali Battisti risulta coinvolto avvennero tra il 1978 e il 1979. Prima l’assassinio di Antonio Santoro, un maresciallo della polizia penitenziaria accusato dai PAC di avere torturato alcuni detenuti; poi l’uccisione di un macellaio veneto, Lino Sabbadin, militante del MSI. Lo stesso giorno, a Milano, venne ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani. Secondo le sentenze Battisti sparò a Santoro, prese parte all’azione contro Sabbadin e contribuì a organizzare l’agguato contro Torregiani.

Per comprendere la logica in base alla quale agivano i PAC vanno ricordate le circostanze della morte dei due negozianti, che nei mesi precedenti si erano difesi da tentativi di rapina uccidendo i rispettivi rapinatori. Da ciò la «vendetta» dei Proletari armati, che rivendicarono gli omicidi di Sabbadin e Torregiani come gesto di solidarietà alla piccola malavita che «con le rapine porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro»; gesti contro due «giustizieri di estrema destra che praticavano l’autodifesa». Sempre a Milano, i PAC uccisero l’agente della Digos Andrea Campagna, impegnato nelle indagini sulla morte di Torregiani. Secondo le sentenze Battisti fu l’esecutore materiale dell’omicidio.

Giuseppe Memeo, ex membro dei PAC, nella foto simbolo degli anni di piombo

In difesa di Battisti (ma non solo)

Battisti ha sempre negato la sua partecipazione agli omicidi. Ha ammesso di aver finanziato con furti e rapine i movimenti in cui ha militato, ma ha sostenuto di non aver mai sparato e che nel 1978 non faceva più parte dei PAC. In base a una serie di contraddizioni e aspetti poco chiari, nel tempo si è quindi creato un movimento d’opinione che si batte per la sua innocenza. Ma quali sarebbero i punti deboli dei processi e delle successive condanne?

Chi difende Battisti mette in dubbio l’attendibilità di Pietro Mutti, ex membro dei PAC e suo principale (ma non unico) accusatore, che grazie alla «legge sui pentiti» – una delle «leggi speciali» approvate negli anni 70 e 80 per combattere il terrorismo – ottenne un forte sconto di pena come collaboratore di giustizia. Il sospetto è che ne abbia approfittato per scaricare su Battisti le responsabilità più gravi. Inoltre nella sua ricostruzione e in quella di altri testimoni ci fu qualche passaggio poco chiaro: un altro membro dei PAC confessò di aver commesso l’omicidio di Campagna con un complice alto e biondo, identikit che non corrisponde a quello di Battisti; la pistola che sparò all’agente della Digos sarebbe poi stata trovata a un altro militante, che avrebbe confessato il delitto.

In secondo luogo, Battisti ha denunciato difficoltà a difendersi nel processo in contumacia, che – per l’ordinamento italiano – non deve essere ripetuto in caso di arresto dell’imputato. Sul punto si è comunque espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2006 ha dichiarato equo il processo perché Battisti aveva potuto difendersi tramite gli avvocati.

Proprio questi elementi fecero sì che durante il suo soggiorno francese fosse applicabile la «dottrina Mitterrand», in base alla quale la Francia si rifiutava di «estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili», in caso di richieste avanzate da Paesi «il cui sistema giudiziario non corrisponda all’idea che Parigi ha delle libertà». Paesi come l’Italia, di cui il presidente Mitterrand criticò la legislazione antiterrorismo (con lo status di collaboratore di giustizia) e la procedura in contumacia.

Dal 1982 la Francia diede quindi ospitalità a qualche decina di terroristi italiani, Battisti incluso, a condizione che lasciassero la lotta armata e la violenza. Di una simile protezione Battisti ha poi goduto in Brasile, dove negli anni 2000 il presidente Lula gli accordò lo status di rifugiato politico, nella convinzione che in Italia la sua incolumità fosse in pericolo per via delle sue idee politiche.

Ci sono poi diversi intellettuali che non difendono Battisti in quanto singolo imputato, non ne sostengono l’innocenza sulla base di presunte irregolarità nei processi, ma tendono a difenderlo in quanto simbolo di un’intera stagione della storia italiana; su un piano di riflessione che ruota attorno all’incapacità del Paese di fare davvero i conti con ciò che è stato. Come lo scrittore Gianni Biondillo:

Il problema per me non è mai stato difendere Battisti, non ho problemi ad accettare l’idea che possa o non possa essere colpevole. […] Ma anche in Italia va fatta una pacificazione, come è avvenuto in Sudafrica e in Irlanda del Nord, dove hanno capito che a un certo punto determinati discorsi vanno chiusi. Ma prima, a differenza nostra, se la sono raccontata tutta. Prima o poi la storia deve finire: il terrorismo, sia di sinistra che di destra, appartiene definitivamente al passato. Parliamo di una generazione che ha perso.

O come Christian Raimo, scrittore e assessore in un municipio di Roma, secondo cui il caso di Battisti va collocato in una discussione più generale:

La sua vicenda non si chiude con la consegna al carcere. La priorità dovrebbe essere aprire una nuova riflessione su quell’epoca di violenza politica, che ha contribuito anche al giudizio penale e politico su Battisti. Ci sono modelli luminosi, come quello messo in piedi da padre Guido Bertagna insieme a Luigi Manconi; un’altra fonte di ispirazione è la commissione con cui il Sudafrica ha cercato di superare l’apartheid.

Per me l’ergastolo andrebbe abolito, andrebbe abolito il carcere: sono abolizionista non per ragioni di buon cuore ma di pura razionalità, perché ho studiato il sociologo Nils Christie e ho riflettuto sugli scritti di Angela Davis. La riflessione e l’azione rispetto a Battisti dovrebbero comprendere altre forme di giustizia storica e penale, forse anche l’amnistia.

Idee a dir poco minoritarie, oggi più che mai. Considerazioni di un altro pianeta, tanto più nel mutato scenario italiano e internazionale. Simili posizioni non hanno niente in comune con quelle egemoni nella società italiana di oggi, dove a dominare sono parole ben diverse: per dirla come il ministro dell’Interno, con toni raccapriccianti ma di una forza disarmante, «Anche per lui la pacchia è finita! L’assassino comunista Cesare Battisti torna nelle patrie galere. Marcisca in cella». Oppure, per dirla come Mattarella, «Battisti sconti la pena per i crimini di cui si è macchiato».

L’immagine con cui Matteo Salvini ha annunciato su Twitter l’arresto di Battisti

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