Catalogna, il giusto peso del referendum di domenica

Mercoledì, 4 ottobre 2017

Anche nella giornata di oggi si sta assistendo ad un ulteriore capitolo di disagi sul territorio catalano. Lo sciopero generale indetto oggi in tutte le principali città della regione non fa altro che versare ulteriore benzina sul fuoco accesosi con forza dopo il referendum di domenica scorsa, sull’indipendenza della Catalogna.

Molte tesi e diversi commenti, da parte di personalità ben più informate e sul pezzo di chi vi scrive, si sono susseguiti in queste prime 36 ore immediatamente successive alla consultazione; dall’intettitudine del governo centrale madrileno nel gestire la situazione alla violazione dei principi base della democrazia a seguito degli scontri tra polizia, manifestanti e cittadini che hanno tentato di recarsi alle urne.

E’ però utile mettere in ordine alcuni aspetti, i quali aiuteranno a capire meglio chi, in questa accesa schermaglia politica, ha la maggior responsabilità riguardo all’utilizzo, sempre deprecabile, dei manganelli sulle persone, ed approfondire inoltre aspetti dalle differenti sfaccettature come l’autonomia regionale ed il federalismo.

Primo dato di fatto in questa vicenda è la dichiarazione di illegittimità della legge del 6 settembre 2017, approvata dal parlamento catalano con i voti del partito indipendentista Junts Pel Si e della sinistra indipendentista di Candidatura d’Unitàt Popular-Crida Constituent, che avrebbe sancito la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte delle autorità di governo della Catalogna dal governo centrale. Questo non è un vaneggiamento del sottoscritto, bensì una sentenza espressa dal Tribunale Costituzionale spagnolo in data 7 settembre.

Considerazione doverosa si riferisce al fatto che, coloro che hanno cavalcato l’onda di questa consultazione invitando i cittadini a recarsi comunque alle urne per un referendum giudicato illegale, abbiano alla fine dei giochi fatto del male all’ esercizio democratico (e non del bene, come essi vanno dichiarando in più occasioni), in quanto questo prevede regole nei meccanismi del suo svolgimento, almeno per quanto concerne la sua forma rappresentativa. Ciò lasciando, mi si permetta di dire, abbastanza codardamente inermi cittadini alla mercé della forza pubblica la quale ha cercato di fare rispettare la legge. Poco di buono si prospetta inoltre, a seguito delle dichiarazioni odierne del governatore della Generalitàt de Catalunya Puigdemont, riferite alla convocazione del consiglio regionale entro 48 ore, durante il quale si dichiarerà unilateralmente la nascita della Repubblica Catalana, sulla base dei risultati del voto di domenica scorsa.

Secondo aspetto va indubbiamente a considerare la partecipazione effettiva al referendum catalano. La domanda da porsi è: un 42% di affluenza ai seggi, con un 90% di voti validi, il che significa il 38% di voti significativi e “che contano”, sono numeri che portano a definire questa votazione come “un grande esercizio democratico e popolare da parte dei catalani”, oppure molto più semplicemente un esito che si avvicina all’irrisorio dal punto di vista dei dati elettorali, sancendo di fatto che una notevole maggioranza degli abitanti delle Catalogna non sente o non è interessato alla questione indipendentista? Sarebbe opportuno ragionare anche su ciò, considerando che i dati del 2017 non si discostano più di tanto da quelli della consultazione informale tenutasi nel 2014.

Terza ed ultima questione è da riferirsi ad un discorso più generale sul concetto di autonomia. Concetto per altro molto complicato da trattare dal punto di vista degli assetti statali. La questione sul piatto si riferisce alle effettive potenzialità che un nuovo stato come la Catalogna potrebbe avere, nonostante il peso economico rilevantissimo che questa occupa nel tessuto economico spagnolo, in un contesto sempre più tendente alla globalizzazione, dove grandi stati densamente popolati, quali Cina India e Stati Uniti la fanno da padrone sullo scacchiere internazionale. Può quindi avere un senso l’indipendenza catalana, quando nella stessa Europa si sta tendendo sempre più a considerare i singoli stati nazionali membri come inadeguati a competere con le realtà sopracitate?

D’altra parte, è pur vero che l’autonomia e il federalismo continuano ad essere questioni rilevanti, e se da una parte sono i grandi paesi a giocare un ruolo chiave, va altresì evidenziato come oggi siano sempre più cruciali gli specifici distretti economici e le aree metropolitane ad essi collegate. Vista la provenienza del sottoscritto, come non citare i poli bio-medicale, ceramico ed automobilistico, veri e propri fiori all’occhiello dell’economia modenese?

Perchè quindi non avviare un serio dibattito su maggiore autonomia fiscale e politica di queste aree geografiche, qualora si considerasse centrale ed inamovibile l’unità nazionale, sia essa in salsa iberica o nostrana?

 

Nicolò Guicciardi

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