CFA franc: le reliquie coloniali francesi – pt. 1

Nel nostro Occidente, culla di cultura, appare spesso difficile confrontarci con l’evidenza storica dell’imperialismo europeo. Alzare il velo di Maya sui crimini, lo sfruttamento e le diseguaglianze che gli europei generarono nascosti dietro l’ormai famosissimo “fardello dell’uomo bianco”, è sempre abbastanza complicato; e preferiamo, piuttosto, relegare quelle consapevolezze da scuole elementari in un qualche angolo della nostra mente.
Odiamo parlare di colonizzazione per farla breve. E ancor più odiamo studiarla. Quel che un po’ ci rincuora è sapere però che è avvenuta anche la decolonizzazione e quindi, l’Europa progredita e civilizzata ha ritrovato, per così dire, il giusto percorso.
Il discorso sulle conseguenze positive o meno dei processi di colonizzazione da parte dell’Occidente lo lasceremo agli storici, i sociologi e gli economisti. Ciò di cui parliamo oggi è l’evidenza, portata alla luce dal mondo accademico, per la quale, sotto molti punti di vista, la decolonizzazione francese sembra un processo ancora da concludersi.

Le chiavi di lettura che possiamo trovare per questa affermazione sono svariate; ma due più delle altre sembrano rompere il muro del mondo accademico per trasformarsi in conversazione e dibattito all’interno dell’opinione pubblica.
Il sistema economico e il sistema di istruzione che vige nelle ex-colonie francesi.

Il sistema economico – i cenni storici
La ricerca di Ndongo Samba Sylla pubblicata su Africa at LSE riporta che il 26 dicembre 1945 il generale De Gaulle, con la ratifica di Bretton Woods, istituisce il CFA franc. Il significato iniziale era “Franc des Colonies Françaises d’Afrique” per poi divenire, post decolonizzazione, “Franc de la Communauté Financière Africaine”. L’obbiettivo della moneta era quello di rafforzare l’integrazione economica delle colonie e preservare la stabilità monetaria sotto l’amministrazione francese. Nascono così le prime bozze di quella che verrà definita Franc Zone.

Durante la presidenza De Gaulle poi, a decolonizzazione ormai avviata, la Francia registra ancora necessità di risorse naturali africane, così come l’Africa, che si avviava all’indipendenza, necessitava degli investimenti francesi. Forte quindi dell’aiuto di Jacques Foccart, uomo d’affari vicino al presidente, la Francia sviluppò una fitta rete di contatti tra politici e imprenditori, africani e francesi per solidificare l’influenza sui nuovi Stati indipendenti. A questa rete venne dato il nome di Francafrique e molte sono le inchieste che evidenziano come la Francafrique abbia contribuito a diversi colpi di stato, brogli elettorali e assassini nei paesi africani con l’obbiettivo di mantenere saldo il controllo.

Nel 1994 poi gli Stati africani dell’Ovest e quelli dell’Africa centrale stringono due unioni economico-monetarie: l’UEMOA (Union Économique et Monetaire Ouest-Africaine) e la CEMAC (Communauté Économique et Monetaire De l’Afrique Centrale). Attualmente queste due unioni danno vita all’odierna CFA Franc Zone (in fig.)

Le caratteristiche del CFA franc e della Franc Zone
Il portale ufficiale della Banque de France riporta chiaramente le 3 condizioni stabilite per il franco africano; e le ricerche accademiche di Xavier Renou per il Journal of Contemporary African Studies, come quella già citata per Africa at LSE, chiarificano le implicazioni di queste condizioni.

Il dibattito sul CFA franc si apre quindi proprio su questi 3 pilastri e una sezione cospicua del mondo accademico li condanna duramente:

  1. Istituzione di una garanzia francese in termini di convertibilità illimitata dei franchi CFA in euro

Spunti di riflessione: in cambio della garanzia di convertibilità illimitata del Tesoro francese, le banche centrali degli Stati dell’Africa dell’Ovest (BCEAO) e degli Stati dell’Africa Centrale (BEAC) hanno dovuto depositare parti delle loro riserve valutarie in un “compte d’operations” (conto delle operazioni) del Tesoro francese. Post decolonizzazione erano costrette a versare il 100% delle riserve valutarie, dal 1973 al 2005 il 65%, per arrivare all’attuale 50% che confluisce tutt’ora nelle casse del Tesoro francese. A ciò si aggiunga il fatto che, all’interno degli stessi Consigli Di Amministrazione degli istituti bancari sopracitati, la Francia detiene un veto de facto. Basti pensare che a seguito di una riforma della BCEAO nel 2010 la politica monetaria è stata affidata ad un comitato speciale; all’interno del quale, il rappresentante francese è un membro votante mentre il presidente della UEMOA interviene solo a titolo consultivo. E ancora, in termini di convertibilità illimitata tra franchi ed euro si devono considerare i possibili processi corruttivi e lo spostamento illegale dei fondi per gli aiuti pubblici.

  1. Il tasso di cambio fisso con l’Euro (e in passato con il franco) fissato a 1euro = 655.957 CFA

Spunti di riflessione: il punto critico da evidenziare è quello della totale assenza di sovranità economica e monetaria. E ancora si può riflettere sul fatto che, il tasso di cambio fisso CFA/Euro implica chiaramente una politica monetaria che risentirà dell’influenza della Banca Centrale Europea e di tutto quel ramo di politica monetaria ortodossa che può rivelarsi arma a doppio taglio per paesi che hanno necessità di crescere.

  1. E infine, la libera trasferibilità e centralizzazione delle riserve valutarie che ha già trovato una sua parziale spiegazione al punto 1, e le cui implicazioni sembrano essere abbastanza evidenti.

Possiamo dunque riflettere che, quando i nodi vengono al pettine il nodo focale della relazione post-coloniale francese è un nodo tutto economico. La Francia offre, ad esempio, politiche di riduzioni fiscali per coloro che investono nelle regioni africane e all’oggi si contano 80 gruppi aziendali francesi, 1200 affiliati alla Francia e più di 1000 piccole-medio imprese nel territorio delle ex-colonie. Si parla di un fatturato di 100 miliardi di franchi e di chiare conseguenze in termini di: controllo dell’offerta monetaria dei paesi africani francofoni, interferenza nell’istituzione dei loro regolamenti monetari e finanziari, e possibilità di influenzare tanto le attività bancarie quanto le politiche economiche e di bilancio. E potremo continuare…

Le ragioni della politica estera francese in Africa
In primis, successivamente al secondo conflitto mondiale la Francia ha sentito il bisogno di riaffermare il suo ruolo da protagonista nel sistema delle potenze mondiali, stringendo a sé le colonie con l’istituzione del franco africano. Poi, a decolonizzazione avvenuta, nel panorama della Guerra Fredda ha tentato di ribadire ancora, la sua indipendenza dai blocchi e dunque la sua sovranità, lasciando milizie nel continente africano che le permettevano sbocchi più agevoli verso: il Canale di Suez, il Medioriente e verso entrambe le rotte che la connettevano ai due grandi blocchi di influenza.
In secundis, questa politica estera ha risposto alla necessità di mettere al sicuro le fonti di risorse strategiche. Da sempre difatti, la Francia ha una grande dipendenza energetica in materia di importazione di alcune, basilari, materie prime (petrolio, uranio e gas naturale). Nonostante la deviazione verso l’energia nucleare lo Stato francese non è riuscito a sopperire alle sue mancanze e difatti, negli anni ’80, le estrazioni di petrolio della compagnia statale Elf Aquitaine – coinvolta poi in un importante scandalo sul riciclaggio di denaro – ammontano ad un 70% di estrazioni provenienti dalla sola Africa.
E in ultima istanza l’enorme beneficio, tratto dal quasi-monopolio francese che, attraverso la solidificazione di questa “special relationship”, ha goduto di un sistema di preferenze agevolato da manodopera e materie prime a basso costo.

Perciò sembra quasi che, l’istituzione della Franc Zone e la morsa che ha stretto i territori delle ex-colonie si sia travestita da subdolo mecenatismo; la Francia si è fatta guardiana dei nuovi Stati indipendenti assicurandogli da un lato stabilità e assicurandosi dall’altro, diversi, comodi, privilegi.

Ciò non toglie che vi siano diversi sostenitori del CFA franc che lo interpretano invece come uno strumento per una semplice cooperazione monetaria; sostenitori che connettono l’instabilità economica delle ex-colonie non tanto allo sfruttamento “semi-monopolistico” della Francia bensì alla discontinuità e all’incertezza della politica di questi Stati.

Ma sembra ben più realistica la visione dell’economista Ndongo Samba Sylla per la quale:

“The CFA franc is a good currency for those who benefit from it: the major French and overseas corporations, the executives of the zone’s central banks, the elites wishing to repatriate wealth acquired legally or otherwise, heads of state unwilling to upset France etc. But for those hoping to export competitive products, obtain affordable credit, find work, work for the integration of continental trade, or fight for an Africa free from colonial relics, the CFA franc is an anachronism demanding orderly and methodical elimination.”

Non sembra essere un caso che vadano crescendo, le proteste, gli studi accademici a riguardo e l’approdo di queste considerazioni nel dibattito pubblico. Sono nati a questo proposito diversi movimenti, dal mondo economico europeo ed africano con la pubblicazione “Liberate Africa from Monetary Slavery: who profits from the CFA franc?”; alla nascita nel gennaio 2017 dell’ONG “SOS Pan-Africa”, un’ONG che si è occupata di organizzare mobilitazioni e appelli per il boicottaggio dei prodotti francesi. Al posto del franco africano la nuova moneta che è prevista per i membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) doveva entrare in vigore nel 2015 ed è stata rinviata al 2020.

Per ora quindi c’è solo da aspettare, per vedere come si evolverà la situazione e, in attesa del 2020, prendere coscienza che nel panorama della nostra amata e famosa “Europa civilizzata e progredita” ci sono molte più contraddizioni di quelle che vogliamo vedere.

Un pensiero riguardo “CFA franc: le reliquie coloniali francesi – pt. 1

  • 19 Aprile 2018 in 8:46
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    Articolo molto attuale che fa riflettere sul nuovo colonialismo economico e finanziario della Francia che ha sostituito il vecchio colonialismo predatorio ma che alla fine persegue comunque gli stessi obiettivi in modo cinico e spietato nella indifferenza o complicita’ degli organismi internazionali e finanziari .

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