Chi sono i Curdi? // Who are the Kurds?

[ENGLISH VERSION BELOW]

La recente attenzione posta sugli avvenimenti legati allo Stato Islamico e alla sua conquista del Levante ha fatto riemergere con tutta la sua forza una questione lasciata irrisolta da decenni – le vicende del popolo curdo.

I curdi contano tra i 25 e i 35 milioni di persone: è impressionante come, pur componendo il quarto gruppo etnico, per numero, in Medio Oriente, questo popolo non abbia mai costituito uno stato sovrano. I curdi, infatti, oggi si trovano sparsi tra Siria, Turchia, Iraq, Iran e Armenia. La frammentazione di questo popolo risale ai tempi della fine della prima guerra mondiale, e proprio a quei tempi si deve guardare se si vuole avere una visione più completa e sostanziale della questione curda. Dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano, venne immediatamente firmato il Trattato di Sèvres, che prevedeva, in un generale rimodellamento dei territori dell’Anatolia, la costruzione di uno stato-nazione per il popolo curdo, sotto influenza inglese. La dissonanza tra questo atto e il Trattato di Losanna, firmato nel 1924 dopo la fondazione della Repubblica Turca, può essere considerato il punto di partenza dei fermenti del popolo curdo. A Losanna, infatti, si era deciso di lasciare invariati i confini della Turchia, e quindi di non creare un Kurdistan autonomo. Questo rispondeva all’ ondata di nazionalismo, unitarismo e anti-colonialismo portata da Mustafa Kemal Ataturk, il padre di tutti i turchi, che trovò supporto, almeno in piccola parte, anche dalla popolazione curda.

È facile comprendere come da questo punto in poi, le vicende del popolo curdo abbiano iniziato a frammentarsi. La storia, come sempre, ci dona il punto di partenza perfetto per comprendere al meglio gli avvenimenti più recenti, che vedono i curdi avere approcci, idee e perfino direzioni molto diverse.

“I curdi non hanno amici se non le montagne” recita un antico detto in lingua curda, e nessuna frase sembra essere più appropriata. Oggi i curdi si trovano frammentati in diversi stati, e praticamente in ognuno di essi la loro ricerca di autonomia e di autogoverno è osteggiata dalle autorità centrali. L’avvento dello Stato Islamico non ha fatto altro che aumentare le tensioni in un’area in cui già la situazione era precarissima. Nonostante ciò, anche in questo caso, le generalizzazioni non funzionano. Bisogna infatti scindere la situazione dei curdi di Siria e Turchia da quella più avanzata dei curdi d’Iraq, che amministrano la regione autonoma del Kurdistan Iracheno. Il Kurdistan è auto governato e può gestire in maniera autonoma le risorse del sottosuolo delle sue province: questo non significa che la situazione del Banshur sia stabile, in quanto ci sono numerosi territori contesi tra Kurdistan e governo centrale, che sono, non sorprendentemente, quelli più ricchi di petrolio e gas naturale, fuori dalle aree di Erbil, Duhok e Sulaymaniya (aree amministrate dai curdi). Gli sforzi dei peshmerga curdi nella lotta all’ISIS hanno in un certo senso dato una migliore posizione negoziale ai curdi, aumentandone il prestigio soprattutto a livello internazionale.

Anche qui la storia ci torna molto utile, soprattutto rispetto alle speranze dei curdi nei loro sforzi contro lo Stato Islamico. La sensazione che si ha è che i curdi percepiscano un parallelo con gli anni del regime di Saddam Hussein, quando gli venne riconosciuto un ruolo fondamentale nella lotta al dittatore, che, dopo il crollo del regime portò allo status di regione autonoma che sussiste ancora oggi. In questo senso, il supporto internazionale è stato fondamentale: il primo passo di questo appoggio fu la risoluzione 688 delle Nazioni Unite, che sancì una no-fly zone per preservare la vita dei curdi dell’Iraq del nord che si era popolato di rifugiati viste le rappresaglie di Hussein dopo la guerra Iraq-Iran in cui i curdi avevano sostenuto ed erano stati armati dall’ayatollah Khomeini.

Così come dopo l’impegno nella guerra contro Hussein, anche in questo caso le speranze dei curdi vanno nella direzione di ottenere più autonomia. Non è probabile che da parte delle autorità del Kurdistan si ricerchi, almeno nel breve periodo, una reale indipendenza dall’ Iraq, ma, al contrario, è chiaro che si vogliono cercare maggiore autonomia e riconoscimento all’ interno dell’Iraq stesso, consolidando lo status del Kurdistan anche nelle province contese che comprendano Kirkuk, Sinjar, Nineveh and Rabiah, confini che sono stati “tracciati con il sangue”, come ha affermato a luglio 2016 il primo ministro curdo Barzani. La ricerca di una reale e definitiva indipendenza sembra poco probabile alla congiuntura storica attuale: nonostante i richiami ad essa siano numerosi e espliciti – basti pensare all’intervista a PBS Newshour di Najmaldin Karim, governatore di Kirkuk, in cui si afferma esplicitamente che la lotta all’IS ha mostrato al mondo che i curdi sono in grado di autogovernarsi – la condizione socio economica del Kurdistan è vicina al collasso. Con un’economia basata nella sua quasi totalità sulle rendite del petrolio, non c’è stabilità, come è emerso nelle ultime crisi del prezzo del greggio: la situazione è aggravata dalla crisi dei rifugiati, che hanno aumentato la pressione demografica nel Banshur, coprendo oggi circa il 35% della popolazione totale. Se il Kurdistan reclama l’indipendenza in virtù della sua stabilità, economia debole e rifugiati sono due punti che vanno analizzati e risolti, in quanto origine di fortissima instabilità interna.

Se spostiamo l’attenzione sulle altre parti della regione dei curdi, in particolare quella siriana e quella turca, il quadro diventa sempre più complesso. Anche in Siria il ruolo dei curdi nella lotta contro lo Stato Islamico è stata fondamentale: in virtù di questo contributo essi chiedono maggiore autonomia dal governo centrale, sul modello del Kurdistan iracheno. Il Consiglio Nazionale Curdo, facendo leva su questo, ha stilato un documento che prevede una riorganizzazione dei territori della Siria del Nord, o Rojava, così come la regione è chiamata dalla popolazione curda. Il progetto, ancora non reso pubblico, prevede una regione autonoma ma che rimanga parte integrante dello stato siriano.

Analizzando brevemente la situazione dei curdi di Turchia, possiamo dire che nei primi 15 anni del nuovo millennio si era avviato un processo di normalizzazione dei rapporti tra curdi e turchi, culminati nei negoziati tra Erdogan e Ocalan nel 2012. La non formalizzazione degli accordi raggiunti – ritiro delle milizie del PKK in Iraq in cambio di riconoscimento dell’identità curda e della sua tutela – ha però creato una situazione di impasse, in cui nessuna delle due parti era disposta ad avviare realmente la normalizzazione dei rapporti. La vicenda si è legata ben presto anche alla volontà di Erdogan di accentrare  i poteri nelle sue mani, cementando il passaggio ad una repubblica presidenziale, per il quale il voto dei curdi sarebbe stato fondamentale. Il rifiuto dei curdi di sostenere questa transizione, con una forte campagna elettorale anti-presidenzialista, ha cambiato nuovamente le carte in tavola e ha sancito l’inizio di un nuovo periodo di rivalità tra le parti. Questa rivalità ha portato a nuovi scontri militari tra governo e milizie curde nelle regioni dell’Anatolia sud-orientale, che si sono intensificati dopo il fallimento del colpo di stato anti-Erdogan in Turchia.

Quando parliamo di curdi, non dobbiamo mai commettere l’errore di non porre le necessarie differenziazioni: come questo articolo ha cercato di spiegare, diverse sono le condizioni, gli obiettivi, le speranze dei curdi nei loro diversi stati di appartenenza. Ma non possiamo commettere un altro importante errore: dimenticare che il sogno di un Kurdistan unito e indipendente non verrà mai cancellato dalle menti di nessun curdo, sia esso iraniano, iracheno, siriano o turco.

KURDS: “NO FRIENDS BUT THE MOUNTAINS”

The attention posed nowadays on the events linked to the Islamic State and its reach of the Levant has put new light on a question left unresolved for decades: the one of the Kurdish people.

The Kurds count between 25 and 35 million of people: it is impressive how such an amount of people, which compose the forth ethnic group of middle east, has not managed to build up a sovereign state. The Kurds are spread across the Levant, in particular in Syria, Turkey, Iraq, Iran and Armenia. The fragmentation of Kurdish peoples has its basis on the end of the first world war, and we must analyze those times if we want have a more complete glimpse of the Kurdish issue. After the debacle of the Ottoman Empire, the Treaty of Sèvres reshaped the Anatolia area, building a nation-state for Kurdish people, under English influence. The differences between this act and the following Treaty of Lausanne, signed in 1924, after the foundation of the Republic of Turkey, can be considered as the starting point of the turbulences of  Kurds. As a matter of fact, this treaty prevented the creation of an independent Kurdistan, leaving the borders of Turkey as they were before. This was the response to the wave of nationalism, statalism and anti-colonialism brought by Mustafa Kemal Ataturk, who was largely supported, even by some Kurds.

It is easy from this point of view to understand how the events of the Kurdish people started to fragment. History, as usual, gives us a perfect starting point to understand better more recent occurrences, which make Kurds from different region have approaches, ideas and directions sometimes even opposite.

“The Kurds has no friends but the mountains” as a famous saying in Kurdish language states, and no sentence seems more appropriate to Kurdish situation than this one. Today Kurds are split in diverse state, and practically each of them look for more autonomy and independence, with the strong opposition of the central authorities. The advent of the Islamic State strengthened the tensions in an area which was already very precarious. Nevertheless, generalizations never work. Because of this, we should separate the situation of Kurds in Syria and Turkey from the more stable one of the Iraqi Kurdistan, which is an autonomous region from Baghdad. Iraqi Kurds can administrate their territories, in the provinces of Erbil, Duhok and Sulaymaniya, and can manage the resources of these lands. This doesn’t mean that a total stability is achieved in Northen Iraq: several territories are disputed between Baghdad and Erbil, and there is no surprise in the fact that these territories are really rich in natural resources. The struggles of Kurdish Peshmerga against ISIS have given them a better position in the bargaining table, especially by reinforcing their prestige in the international arena.

History helps us at this point too, especially supporting us in understanding the hopes of Kurds in their efforts against the Islamic State. Our sensation is that Kurds perceive a parallelism between the time being and the years of Hussein’s regime, when the Kurds were given more autonomy, in the territories of Northern Iraq, as reward for their internal struggle against the dictatorship. In this direction, the international backing has been essential: the first step of this has been the resolution 688 of UN, setting up a no-fly zone to protect the Kurds of Banshur (Northern Iraq, or Southern Kurdistan) which had become the safe land of millions of refugees after the Iran-Iraq war, in which Kurds had backed the ayatollah Khomeini. 

As in the struggle against Hussein, the hopes of Kurds nowadays go in the same direction: more sovereignty from Baghdad. Probably Kurdish authorities are not going to ask for a total independence, but, on the contrary, to gain more autonomy and identity within Iraq, strengthening the status of Kurdistan in the disputed regions too (Kirkuk, Nineveh, Rabiah), where the borders are “drawn in blood” as stated the Kurdish Prime Minister Barzani in July 2016.

Looking for a total independence seems not so probable at the present time: despite the calls are several, frequent and explicit – you can see, for example, the interview of Najmaldin Karim, governor of Kirkuk, to PBS Newshour, where he points straight out that curds are able to self-govern – the socio-economic condition of Kurdistan is on the brink of collapse. With an economy, which is almost-totally based on oil renting, there is no stability, as the last crisis in oil prices has demonstrated: the situation is worsened by the refugees crisis, which has augmented the demographic pressure on Banshur, bringing refugees to cover almost 35% of the total population. If Kurdistan claims for independence are based on its internal stability, the weak economy and the refugee crisis are two points that must be fixed because they originate great instability.

If we shift our focus on the other parts of historical Kurdistan, in particular the Syrian and the Turkish areas, the framework is even more complex. In Syria, the role of Kurds in the fight against IS has been essential: due to this, they ask for more autonomy from Assad’s government, on the model of Iraqi Kurdistan. The Kurdish National Council, following this line, has produced a document which reorganize the territories of northern Syria, or Rojava, as the region is called by Kurdish population. The project, not public, is a sort of constitution of an autonomous region which remains part of the Syrian state.

Giving a shot of the situation of Turkish Kurds, we can say that the first 15th years of the new millennium has been driving a process of normalization in the relations between Turks and Kurds, which saw its peak with the negotiation between Erdogan and Ocalan in 2012. The lack of formalization of the deal reached – withdrawal of the PKK forces in Iraq for the recognition of Kurdish identity, language, traditions and their protection – had created an impasse, in which nobody wanted to do the first step. Moreover, Erdogan needed the Kurds for gaining the majority in the parliament, in order to reinforce the role of the president in the Turkish constitution, and as the Kurds rejected this reform, a new period of rivalries opened. This led to new armed clashes in the region of South-eastern Anatolia, which intensified in the last years, especially after the failed coup in Turkey.

Talking about Kurds, we cannot make the mistake of forgetting the necessary differentiations: as this article briefly tried to explain, the conditions, the objectives, even the hopes of Kurds are becoming increasingly different. But we cannot make another mistake: forgetting that the dream of a united independent Kurdistan will never be put out of the minds of Kurds, be it Iraqi, Iranian, Syrian, or Turkish.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *