Ci siamo. Domani (non) si vota

Ultime battute di campagna elettorale, dominate dal rigido clima siberiano che si abbatte in Italia in questo inizio marzo. Le forze politiche provano a giocarsi le ultime carte. La legge elettorale in vigore è un po’ difficile da capire, perché nei collegi uninominali costringe le forze politiche a correre in coalizione, nella speranza di mettere le mani sull’unico seggio parlamentare disponibile espresso da ogni collegio. Ma c’è poi la parte proporzionale, quella dei collegi plurinominali. È qui, che invece, i partiti sono incentivati a correre da soli e a porre l’accento sulla propria “diversità” o sulla propria ideologia distintiva rispetto agli altri, essendoci più seggi in palio per ogni collegio ed aumentando dunque la rappresentatività del risultato. Inutile far notare che, questa doppia tendenza, da un lato proporzionale, dall’altro maggioritaria, porta a tensioni opposte: incentivo a formare coalizioni per l’uninominale, incentivo ad andare da soli nel plurinominale. Ciò causerà la classica dinamica italiana delle coalizioni frammentate e litigiose. Costrette ad andare d’accordo in campagna elettorale ma poi a disgregarsi, causa divergenze personali e/o ideologiche, durante i logoranti anni di governo.

La novità di questa tornata elettorale è che la litigiosità delle coalizioni si concretizza addirittura prima del voto. Ne è un esempio il centrodestra, chiaramente diviso tra un’ala radicale (Salvini e Meloni), un’ala moderata (Noi con l’Italia e Forza Italia) e, sullo sfondo, un soggetto imprevedibile come Berlusconi. Risulta chiaro a tutti come questa coalizione – sarebbe meglio definirla “somma di partiti diversi” – cerchi di comunicare all’elettore un “mantello” di unità nella pluralità in vista del voto di domenica. Ma, finita la campagna elettorale, la rottura della fragile alleanza sembra destinata a realizzarsi su di una serie di temi. Immigrazione ed Europa in primis. Già è difficile, per i quattro litiganti, esprimere un candidato premier comune. Chissà cosa ne sarà della spartizione delle cariche di ministro, sottosegretario ecc.

I problemi che affliggono la coalizione di centrodestra non si trovano nell’altro lato dell’asse ideologico. Il centrosinistra, già famoso per la sua cronica capacità di dividersi fino a raggiungere la famosa “scissione dell’atomo”, stavolta non si è posto alcun problema: ognuno va per i fatti propri. Il Pd va con i suoi piccoli alleati (Insieme, +Europa e popolari sudtirolesi). Liberi & Uguali, Potere Al Popolo e comunisti di diverso revisionismo, ma anche ortodossi, rigorosamente da soli. Andare da soli sembra essere un’ottima risposta all’esigenza e al sentimento di voler rimanere “fedeli alla linea” e alla propria identità, fornendo così, ai propri elettori, una formula più pura della propria essenza ideologica. Ma, a causa del suddetto meccanismo elettorale, sembra essere una strategia che non pagherà elettoralmente. Va infatti considerata un’ulteriore variabile: l’invalidità del voto disgiunto tra uninominale e plurinominale. Sia alla Camera che al Senato. Non si può più scegliere, tramite un “voto di appartenenza”, il partito più vicino alle nostre preferenze nel proporzionale e poi magari optare, tramite il cosiddetto “voto utile” (detto anche “realista”), un’altra lista, quella verosimilmente dotata di più chances di conquistare l’unico seggio in palio nell’uninominale. Bisogna scegliersi un partito (o un candidato) e votare solo per lui (o lei).

Tocca dunque capire se l’elettore sceglierà di votare con la “testa”, o con il “cuore”. Ed ecco che, con queste due parole, si arriva alla lista singola più favorita nei sondaggi: il M5S di Di Maio. I “candidati” ministri pentastellati sono stati svelati in queste ultime giornate di competizione. Sono professori, esperti, specialisti. In due parole, tecnicamente competenti. Una qualità (o un difetto) che ricorda vagamente l’ultima esperienza di governo tecnocratico, quella di Monti. Ma Di Maio ce lo ripete da giorni: “loro non sono come quelli di Monti. Loro ci metteranno testa e cuore nelle decisioni che prenderanno”. Ammesso che i professori di Monti fossero fredde macchine ciniche, piuttosto che professori sentimentali e romantici come ci vengono ritratti quelli del movimento, il problema sta tutto da un’altra parte: Di Maio ha qualche speranza di avere i numeri alla Camera e al Senato solo con i voti dei suoi? I 5 stelle riusciranno a stra-vincere sia nel plurinominale che nell’uninominale? Si tratta, considerando l’oramai consolidato “tripolarismo” della politica italiana, di un’impresa molto complicata. Non dimenticando, inoltre, i già citati meccanismi pro-coalizionali della legge elettorale, sembra essere più una mission impossible.

Per concludere, non va dimenticato il grande convitato di pietra della politica italiana di questi anni. Quella che i sondaggi danno come scelta elettorale, in termini percentuali, più poderosa: coloro che non andranno a votare. Alle solite ragioni già dette e ridette in chissà quante analisi, vanno aggiunte due peculiarità tutte nuove dell’astensionismo nostrano. La prima è intuibile dall’articolo appena letto: la legge elettorale è incomprensibile (possano i lettori perdonare il superficiale tentativo di semplificarla nelle righe sopra) e sembra non essere in grado di dare un risultato chiaro e netto. Circola l’ipotesi di elezioni non “decisive” (non in grado di esprimere una maggioranza di governo). Diversi commentatori politici, da mesi, fanno ventilare la possibilità di un governo Gentiloni bis “di scopo”. Una soluzione chiaramente poco auspicabile, perché sennò “cosa serve andare a votare?”. Una seconda ragione, brand new potremmo dire, in riferimento al non-voto, è sicuramente il buon vecchio meteo. Solitamente, in occasione soprattutto delle campagne referendarie del passato, molti partiti, nella speranza di non far andare a votare su di un tema per loro scomodo, invitavano ad “andare al mare”, date le possibili calde domeniche di maggio. Ma stavolta il problema sembra essere il contrario. Stavolta il freddo potrebbe costringere molti, soprattutto i più anziani e chi vive in montagna, a non uscire di casa. Sembra quasi una metafora della monotonia e della poca originalità di questa campagna elettorale. Stavolta si rimane a casa. Stavolta non si va da nessuna parte.

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