Cina e Corea del Nord: un rapporto difficile

La travagliata vicenda legata alla Corea del Nord solleva non poche preoccupazioni e non pochi interrogativi, ma uno in particolare fatica a trovare risposta e riguarda il motivo per cui l’unica super potenza al mondo avente una qualche influenza su Pyongyang, la Cina, permetta tutto ciò. É ormai pacifico all’interno della comunità internazionale che la Cina sia la chiave di volta in questa intricata vicenda e questa convinzione si basa su due semplici ragioni: Pechino di fatto con i suoi aiuti tiene in vita il regime di Kim Jong-un ed è l’unico alleato che la DPRK ha su questo pianeta. Ma le cose stanno cominciando a cambiare.

Il rapporto fra Cina e Corea del Nord nasce durante la Guerra di Corea (1950-1953) durante la quale l’intervento cinese fu vitale per impedire la creazione di un Corea unita, chiaramente sotto l’influenza statunitense; si rafforzò poi ulteriormente nel 1961 con la firma del trattato Sino-coreano fra i due paesi che li impegna al mutuo soccorso in caso di attacco esterno (non provocato) e che si rinnova automaticamente ogni 20 anni. Il collante, rappresentato dal substrato ideologico, che li ha sempre tenuti insieme sta tuttavia venendo meno negli ultimi decenni. Il declino ebbe inizio quando negli anni ’80 la Cina cominciò ad aprirsi al mondo con le riforme di Deng Xiaoping, mentre la Corea del Nord scelse la strada del dogmatismo politico e la totale rottura col sistema capitalista. Lo strappo lo si raggiunse, infine, quando nel 1992 Pechino riconobbe ufficialmente la Corea del Sud e normalizzò i rapporti con Seul: tale evento provocò un’interruzione totale delle relazioni che si ristabilirono solo nel 2000.

É quanto mai evidente che nel corso dei decenni il Gigante rosso si sia evoluto e abbia cambiato atteggiamento, mentalità e ambizioni, sopratutto in ambito internazionale. Nonostante tutto, però, quando nel 2003 la DPRK cominciò ad attivarsi per dotarsi del nucleare, la Cina decise di sostenere il Paese con aiuti economici e copertura politica internazionale, definendo la volontà nucleare nordcoreana una « difesa » nei confronti della corsa al riarmo di Corea del Sud e Giappone. Da quel momento la Cina continuò a sostenere economicamente il paese, anche nei momenti più difficili, non solo inviando alimenti e attrezzature di varia natura, ma anche agevolando i suoi esigui scambi commerciali con l’estero, mediante banche e porti compiacenti. Un altro elemento di sostegno (neanche troppo implicito) è sempre stata la timidezza cinese (quando non l’aperta opposizione) nell’applicare le sanzioni ONU nei confronti della Corea del Nord, sanzioni che se applicate porterebbero senza ombra di dubbio alla capitolazione del regime di Kim.

Come detto all’inizio, però, le cose stanno per cambiare poiché il regime nord-coreano non solo informa all’ultimo momento il governo cinese delle proprie attività, ma addirittura talvolta non lo fa affatto (basti pensare che il quarto test nucleare, tenutosi nel gennaio 2016, si svolse proprio mentre una delegazione governativa cinese si trovava a Pyongyang e nessuno li informò) e da qualche tempo sta anche tenendo atteggiamenti minacciosi e provocatori (due test nucleari e 78 test missilistici solo nel 2016, per non parlare dei continui affronti verso gli Stati Uniti e del lancio di un satellite proprio durante la festa del capodanno cinese, la più importante). Da un punto di vista miliare e geopolitico, l’ininterrotto sostegno alla Corea del Nord può trovare la propria ragion d’essere nella teoria dello « stato cuscinetto », poiché essa è l’ultimo baluardo rispetto a una Corea unita e allineata alla posizione statunitense. Tale lettura diventa però inaccettabile se la si guarda da un punto di vista economico-strategico, poiché le attività turbolenti della DPRK mettono in seria difficoltà la Cina, per due motivi.

Prima di tutto poiché Pechino necessita di calma e tranquillità per gestire i propri affari, le proprie attività e le controversie riguardanti il Mar Cinese Meridionale, senza la continua minaccia di pericolose escalations e corse agli armamenti nell’area. In secondo luogo, poiché gli atteggiamenti del regime nord-coreano stanno provocando un avvicinamento fra Seul e Tokyo, che nel Novembre del 2016 hanno firmato un accordo, il GSOMIA (General Security of Military Information Agreement), ma sopratutto fra Seul e Washington. Il Gigante d’oltreoceano, infatti, dopo il quarto test nucleare di Pyongyang, ha fornito alla Corea del Sud il nuovo sistema anti-missilistico THAAD e, più recentemente, ha schierato una flotta, composta dalla portaerei USS Carl Vinson seguita da diversi cacciatorpedinieri Aegis, per non parlare del sottomarino nucleare USS Michigan, un messaggio « diplomatico » da 18mila tonnellate, armato con 154 missili da crociera (apparentemente a testate convenzionali) per mostrare che la nuova amministrazione Trump non starà con le mani in mano. In altre parole, la bellicosità della DPRK si sta rivelando un problema per la sicurezza cinese poiché spinge Seul e Tokyo a potenziare i rispettivi arsenali, ma sopratutto perché rappresenta un valido pretesto per gli USA per intensificare la loro presenza militare nel Pacifico.

Se si considera che dopo ogni test nucleare, Corea del Sud e Giappone ne approfittano per dispiegare i loro armamenti strategici e gli Stati Uniti sono sempre più vicini e presenti nello « spazio vitale » del Dragone, non è difficile capire perché Pechino si sta tanto adoperando per evitare il prossimo. Proprio per questo, la Cina è diventata molto più rigida e fredda con il turbolento vicino e le dichiarazioni di condanna sempre più dirette e aperte; ne sia prova il fatto che è la prima volta che un presidente cinese si reca a Seul prima che a Pyongyang. Dall’inizio del suo mandato, infatti, il primo cittadino della Repubblica rossa, Xi Jinping, non ha ancora incontrato di persona Kim Jong-un, quando invece ha già stretto la mano diverse volte a Park Geun-hye. Nulla di sorprendente visti gli enormi interessi cinesi in Corea del Sud, il cui volume d’affari ammonta all’incirca a 300 miliardi di dollari, 40 volte superiore a quello con Pyongyang, senza contare il supporto che la Corea del Sud ha manifestato di recente a importanti iniziative cinesi, come l’Asia Investment and Infrastructure Bank e One Belt One Road. Elementi, questi, che incentivano non poco la Cina a mantenere e migliorare i rapporti con Seul: è quanto mai evidente che, arrivati a questo punto, Pyongyang non è che una spina nel fianco.

Il futuro sembrava buio per la Corea del Nord, specialmente dopo l’approvazione, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della risoluzione 2270, che vieta a tutti i Paesi membri l’acquisto di ferro, carbone e altri minerali dalla Corea del Nord (si noti che la vendita di carbone, da sola, rappresenta il 25% del totale delle esportazioni), prevede l’inserimento di istituzioni ed individui, coinvolti nei programmi militari di Pyongyang, in una lista nera e la riduzione del personale nord-coreano nelle missioni all’estero, oltre che dei fondi per ogni missione. Tali misure erano mirate ad impedire al regime del Nord l’acquisto di strumenti e materiali per perseguire il suo programma di sviluppo nucleare. Sfortunatamente, però, l’ostinazione della Corea del Nord non conosce confini e nel Settembre 2016 ha attuato il suo quinto test nucleare, il più potente di sempre. Tale test, tuttavia, sembra aver mosso gli animi della comunità internazionale, che non ha esitato con le dichiarazioni di condanna (fra le più decise, guarda caso, proprio quella della Cina), ma sopratutto del Consiglio di Sicurezza, che pochi giorni dopo il test ha approvato la risoluzione 2321, che prevede ulteriori sanzioni per ridurre del 25% l’export nord-coreano, in particolare puntando sulla diminuzione del 60% di carbone.

Inutile dire che tali misure avranno davvero l’effetto sperato solo se verranno pedissequamente osservate. Tutto sta nelle mani della Cina, (dal momento che rappresenta il 90% del commercio estero nord-coreano) la quale però, se da un lato condanna il modus operandi della Corea del Nord, dall’altro non sembra neanche essere interessata alla caduta del regime che, oltre all’ondata di profughi, le porterebbe altre funeste conseguenze. Insomma, forse non è ancora giunta l’ora del regime di Kim Jong-un, ma i rapporti fra i due paesi si stanno raffreddando e allontanando sempre di più e solo un ritorno alla ragione (se mai sarà possibile) del leader del regime potrà aprire le porte ad investimenti economici da parte cinese e ad una, seppur graduale, normalizzazione dei rapporti, sempre che di normalizzazione si possa parlare. Ma queste, al momento, sono solo congetture.

L’unica cosa invece assolutamente certa in questa intricata e contorta vicenda, è che i tempi in cui 180mila volontari cinesi attraversavano il fiume Yalu per aiutare i fratelli nord-coreani in nome dell’alleanza formatasi durante la guerra e della comunanza ideologica, sono oramai solo un lontano e sbiadito ricordo.

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