Cinque stereotipi sull’America Latina che l’Europeo medio crede siano reali

Il professor Loris Zanatta, storico dell’America Latina, è solito iniziare i suoi corsi con una domanda provocatoria: Quanti di voi conoscono Hugo Chávez? Immediatamente, tutte le mani si alzano, mentre dalle ultime fila si sente il riso un po’ strozzato di chi è convinto di aver fatto bingo e avere appena pescato dal mazzo il corso da 30 facile nel libretto universitario. Passa qualche secondo, e il professore domanda di nuovo: E quanti di voi conoscono Ricardo Lagos? (Presidente liberale cileno dei primi 2000) Silenzio. Sguardi persi nel vuoto. Mulinello di polvere alla film sul Far West. Chi strozzava risate ora tossisce, aspettando l’anima pia di turno che rompa l’impasse e salvi l’intera platea da una potenziale figura barbina.

La domanda, in sé e per sé, prevede esattamente questo tipo di reazione. Non serve affinché gli alunni capiscano che il professore ne sa molto più di loro (verità incontestabile!), quanto piuttosto perché si rendano conto del fatto che quello che la stampa e i mezzi di comunicazione di massa europei filtrano riguardo al continente latinoamericano è una mistificazione, un’accozzaglia di stereotipi il cui unico obiettivo è quello di creare agli occhi degli ignari lettori/spettatori un mondo esotico, surreale, equamente diviso tra calcio, samba, banditi che sparano per la strada, spacciatori e colpi di stato. Un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che –diamine!- quanto ci piace! Più bello di una serie Netflix la sera dopo cena!

Insomma, per noi europei l’America Latina è un grande, immenso, infinito luogo comune. Quello che proverò a fare oggi è proprio la lista dei cinque stereotipi più grossolani in cui crediamo ciecamente, la cui falsità si può dimostrare dopo appena qualche giorno trascorso in America Latina (nella fattispecie, in Cile):

L’America Latina è Spagna

Falso. Tutt’al più, si può dire che in America Latina si parla lo spagnolo, e anche qui ci sarebbe da ridire (vedere il punto 2. per maggiori delucidazioni). Al di là dell’antico passato coloniale, i rapporti tra i paesi latinoamericani e la penisola iberica sono le classiche, normalissime, “banali” e “tediose” relazioni internazionali che si innescano tra stati sovrani nel mondo. Sarebbe come dire che gli Stati Uniti sono Gran Bretagna: eppure nessuno si sogna mai di azzardare una simile affermazione. Lo straordinario potere di una storia scritta dai vincitori.

In America Latina si parla lo stesso spagnolo di Madrid

Falso. Ogni paese del continente ha una sua variante dello spagnolo, alcune più simili alla lingua iberica (Messico, Perù), altre molto differenti (il cileno su tutte). Certo, nei documenti ufficiali si usa il castigliano della RAE (Real Academia Española), ma questo non significa che la lingua parlata sia una sterile trasposizione omologata di un qualcosa che è stato dato/imposto da altri. La lingue si evolve, cresce, si adatta alle persone che la parlano e al melting pot di etnie che vivono in una determinata area. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per il portoghese brasiliano. Senza dimenticare che in America Latina c’è anche una terza lingua: il francese di Haiti.

I latinoamericani sono tutti fratelli

Sarebbe bello pensarlo, ma nei fatti, questa idea di unità latinoamericana è molto più simile ad un film con gli unicorni e gli arcobaleni che alla realtà dei fatti. In America Latina esistono tre principali componenti etniche, e ogni paese ha la sua dominante. Così, se in Cile e Argentina i bianchi europei sono la stragrande maggioranza, in Bolivia e Perù il grosso della popolazione è formato da discendenti di indigeni e meticci, mentre Haiti e alcune aree del Brasile sono in prevalenza composti da neri, eredi degli schiavi africani vittime della barbarie del commercio coloniale. Le differenze etniche, in aggiunta ai livelli di sviluppo economico, hanno creato delle gerarchie interne non molto dissimili da quelle a cui siamo abituati in Europa, per cui non è affatto insolito che un cileno di Santiago si possa lamentare degli haitiani che “vengono in massa e ci rubano il lavoro” o dei boliviani che “entrano solo per spacciare droga”.

In America Latina i buoni sono comunisti e i cattivi dittatori fascisti

Incredibile ma vero, gli unici governi dittatoriali ancora in piedi oggi sono quelli che si richiamano all’ideologia socialista (Venezuela, Cuba, in parte Bolivia). Ancora più incredibile, in America Latina non ci sono colpi di stato quotidiani, né coprifuoco, né generali armati che sparano all’impazzata sulla popolazione civile per sfizio. Nella maggior dei casi, ci sono democrazie liberali, inclusive, tolleranti, pluraliste, a tratti persino più avanzate di quelle europee, in alcune materie come l’aiuto ai diversamente abili e la tutela dell’ambiente. Con tutti i dovuti distinguo del caso, ovviamente, il percorso verso la democrazia è saldamente avviato.

I latinoamericani sanno tutto di noi europei, e noi siamo il loro punto di riferimento

Nonostante il nostro eurocentrismo ci porti sempre ad immaginarci al centro dell’attenzione del mondo intero, l’America Latina sa di noi esattamente quello che noi sappiamo di loro: nel complesso, una discreta gamma di stereotipi. E così, gli spagnoli sono i pigri, quelli che fanno festa dalla mattina alla sera; gli italiani, d’altro canto, sono quelli coi governi corrotti, la mafia e l’immancabile pasta. Niente di diverso da ciò che si potrebbe sentire a New York o Londra. Non è assolutamente vero, dunque, che per i latinoamericani l’Europa è il paradigma da seguire, il faro che li guida nel mare in tempesta del sottosviluppo e della miseria. Se c’è qualcosa che si capisce fin da subito, è che l’America Latina è il modello di se stessa, nel bene e nel male. Senza bisogno di qualcuno che la faccia da balia, colonialista di egemonie culturale e importatore di un oceano di luoghi comuni.

 

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