Comunicare in politica. Parole e trucchi base

Non pensare all’elefante! È così che George Lakoff, scienziato cognitivo e insegnante all’Università di Berkeley apre uno dei suoi corsi con gli studenti. E loro che fanno?

In primis sicuramente, ancor prima di rimanere sorpresi da un inizio del genere, pensano ad un elefante. L’immagine dell’animale, per quanto inconsueta, è saldamente radicata nelle nostre menti, al contrario di quanto sia riconosciuto e percepito l’ordine di non pensare, ed ecco che appare, l’elefante; nonostante l’obbiettivo fosse tutto il contrario.

Da qui nasce una parte rilevante delle teorie di Lakoff, che lega le scienze cognitive e del linguaggio alla politica moderna. Gli studi a riguardo hanno sottolineato la possibilità che le nostre menti funzionino attraverso dei “frames” che nel corso della nostra esperienza abbiamo fatto nostri, interiorizzato e che inconsciamente vengono evocati da specifiche immagini o parole.

“Il nostro cervello è una macchina complessa che deve gestire una quantità impressionante di informazioni. Appena può, utilizza schemi che ha già elaborato e che già conosce. Quando qualcosa di nuovo attira la sua attenzione, prima di cominciare da zero guarda se al proprio interno ci sono immagini e concetti che possono essere utilizzati.”

Così spiega Lakoff nell’intervista dello scorso anno a Repubblica; e riporta poi altri esempi simili a quello dell’elefante; riflette sui richiedenti asilo, che migrano perché il più delle volte nelle loro case non si può più vivere in pace, anzi spesso si muore, ed enumera la terminologia che utilizzano invece, diversi schieramenti politici per definire il fenomeno dei flussi migratori: “invasione”, “onda”, termini che eliminano il frame che disegna i migranti come vittime e lo sostituisce con quello di un’onda pronta a sommergerci. E alla luce della politica italiana odierna, dalla crescita progressiva della Lega Nord, ai manifesti di FN “Difendila dai nuovi invasori”, la riflessione sembra fatta a puntino.  E talvolta sembra quasi che la teoria del framing venga utilizzata anche da coloro che non ne conoscono l’esistenza.

Quello che questa scienza ha evidenziato, è come questo tipo di sovrastrutture della mente siano infatti sempre esistite; l’abissale differenza col passato è che ora sappiamo come e perché si innescano e abbiamo imparato ad utilizzarle.
Lakoff ha presto preso posizione nello sviluppo delle sue ambiziose teorie, appellandosi ai Democratici e alla loro scarsa attitudine nel centrare i frames; al contrario i Repubblicani, sembrano essere nati per introiettare queste teorie e da sempre riescono, anche abbastanza abilmente, ad evocare le giuste cornici per conquistare l’elettorato.
Dietro di loro c’è lo zampino di un altro rinomato cognitivista, Frank Luntz, repubblicano doc, insegnante ad Oxford e UPenn; a lui si attestano molti dei successi linguistici dei Repubblicani grazie ai diversi scritti pubblicati circa il linguaggio che l’Elefante, per l’appunto, deve utilizzare.

La teoria del framing ha condotto perciò all’introduzione subdola ed efficace di varie locuzioni che sono in grado di modificare la cornice di riferimento che abbiamo dentro. Così Luntz, sotto l’amministrazione Bush, si occupò magistralmente del passaggio da global warming a climate change; dove seppe interpretare la grande differenza tra i due frames: da un lato il riscaldamento globale che ha una causa circoscrivibile all’umanità, un termine quindi evocatore di nostra, forte, responsabilità; dall’altro, il cambiamento climatico che riporta le caratteristiche di un cambiamento imputabile alla natura, un frame completamente deresposabilizzatore.
Se ci fermiamo solo un attimo a riflettere quante volte sentiamo, diciamo, leggiamo, scriviamo la parola climate change possiamo percepire la forza propulsiva per un piano di comunicazione politica di questo tipo.
C’è ancora poi lo zampino di Luntz, nella stesura del “A Contract with America” storico contratto firmato nel 1994 dai Repubblicani, che era metafora di un impegno preso, una promessa sicura di un piano d’azione per i primi 100 giorni di governo. Infatti, nonostante la presidenza di Bill Clinton, l’8 novembre del 1994 il partito repubblicano conquistò la maggioranza dei seggi in Parlamento rinominando quella vittoria The Repubblican Revolution.

Curioso pensare poi, alla luce delle prossime elezioni, che già nel 2001 e nel 2008 Silvio Berlusconi esportò il modello proposto da Luntz proponendo il “Contratto agli Italiani”. Divertente poi, che Cavaliere promise allo show di Vespa di non ricandidarsi più se non avesse portato a termine 4 sui 5 macro-punti del programma. Al livello di strategia comunicativa possiamo facilmente leggere delle assonanze con le promesse di Matteo Renzi nella campagna referendaria 2016. Ma tornando al Cavaliere, ancor più spassoso, è scoprire che Berlusconi raggiunse un livello di comunicazione politica tale da progettare la nozione di scudo fiscale, per poi trasformarla in norma.  Lo scudo fiscale altro non è che un condono per i detentori di grandi patrimoni offshore illeciti, che permetteva entro un certo limite di tempo, di regolarizzare tutte le attività finanziarie e patrimoniali con un’imposta pari al 5%, così da farle rientrare nel Belpaese. Ora, che si sia favorevoli o meno a questo tipo di norme, poco importa, ciò che ci interessa è il termine scudo, che evoca chiaramente un frame di protezione e spinge dunque l’opinione pubblica poco informata ad un’approvazione silente.
Si evince dagli esempi suddetti la spettacolarizzazione della comunicazione politica berlusconiana che raggiunge l’obbiettivo ultimo; quello di dar vita al più ampio frame che ha influenzato le scelte politiche degli italiani: l’imprenditore che si mette in gioco, sacrificandosi per il bene comune, per un’Italia migliore. 

Il lamento di George Lakoff circa la mancanza di una guida essenziale per la comunicazione politica dei progressisti, ha trovato forse qualche attimo di sollievo con la presidenza Obama; che fin dal primo istante ha saputo utilizzare dei frame corretti, in grado di spostare l’attenzione sulle tematiche in cui egli era più capace di contraddistinguersi. Evocò, in uno dei video della candidatura del 2008, il problema economico dell’America, terra dell’abbondanza, attraverso gli occhi di una madre di classe media e del suo frigo ripartito tra i vari membri della famiglia, per permettere ai figli di avere sempre dei pasti completi e per fargli comprendere che nel proprio comparto c’era il cibo di cui disponevano per l’intera settimana. L’utilizzo della narrazione per introdurre tematiche di rilievo è una tecnica fondamentale della comunicazione politica, poiché le storie hanno il potere di aumentare l’interesse del singolo, lo coinvolgono emozionalmente e vengono ricordate più nitidamente nel tempo. La comunicazione politica di Obama vinse nel mettere insieme due elementi fondamentali: in primis la narrazione, e in secundis il passaggio dal concreto all’astratto che rende tangibile un problema “fumuso”, per molti incomprensibile appieno, come ad esempio la crisi economica. E con la teoria del framing appare evidente anche l’importanza della metafora; per dirla come Lakoff, “utilizziamo qualcosa di noto e familiare per meglio comprendere qualcosa di nuovo e insolito. Il guaio è che se la vecchia immagine è troppo forte, troppo potente, la metafora ci porta fuori strada. Anziché conoscere e comprendere qualcosa di nuovo, ripetiamo qualcosa di vecchio. E non capiamo quel che sta accadendo”. Quello che lo scienziato sostiene possiamo comprenderlo attraverso la pressione fiscale, termine che fa convergere l’astratto sistema fiscale con la pressione che è qualcosa di concreto. La miscela invoca un frame per cui le tasse ci opprimono fino quasi a schiacciarci, ed esclude quello che invece porta alla luce tutti quei servizi che senza le tasse potrebbero scomparire.

In sostanza, in attesa del 4 marzo si spera che la consapevolezza dell’esistenza di queste teorie, permetta, anche solo a qualcuno, un approfondimento del proprio giudizio e della propria capacità di distinguere la politica dai meccanismi di comunicazione che la avvolgono.
La comunicazione politica rimane un universo di ricerca stimolante e ancora infinito e il contributo delle scienze cognitive e linguistiche come quello delle scienze sociali alla lettura del mondo odierno, amplia ed innalza sicuramente la conoscenza e la visione che abbiamo della contemporaneità.

 

Un pensiero riguardo “Comunicare in politica. Parole e trucchi base

  • 27 Gennaio 2018 in 22:21
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    Un articolo molto interessante , di certi temi come i frame e la narrazione nella comunicazione politica se ne dovrebbe iniziare a parlare fin dal primo anno delle superiori per aiutare i giovani a comprendere meglio la politica ed i politici che ci governano……
    I nostri politici fanno ampio uso di queste tecniche di comunicazione con risultati abbastanza mediocri vista la scarsa fiducia che provocano nell’elettorato che oggi purtroppo si rifiuta in buona parte di andare a votare lasciando progressivamente il proprio futuro in mano ad un oligarchia ristretta di politici che salvo rare eccezioni hanno dato prova di grande mediocrità.

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