I confini danno sicurezza?

Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia.

Così scriveva il sociologo polacco Zygmunt Bauman in un articolo pubblicato sul Corriere Della Sera il 24 maggio 2009. La certezza che lo spazio in cui ci troviamo, a partire dalla nostra proprietà privata alle frontiere nazionali, sia definito e sicuro si collega automaticamente a una sensazione di benessere. È un concetto che trascende la riflessione sociologica e, anzi, è più chiaramente percepibile nella realtà pratica di tutti i giorni: la convivenza comporta come conseguenza la necessaria delimitazione degli spazi. Tutto funziona finchè si ha la certezza che il proprio spazio rimanga intangibile e protetto, il che corrisponde, nella società contemporanea, a una garanzia di salvaguardia dell’identità personale: il fatto che i confini che noi consideriamo sicuri vengano minacciati, oltrepassati, distrutti o in qualsiasi forma messi a repentaglio suscita un senso di disorientamento, l’impressione di essere stati in qualche modo violati, che può facilmente sfociare nella paura.

Si teme ciò che non si conosce, e se ciò che non si conosce si spinge fino ad arrivare a diretto contatto con noi, fino a infiltrarsi nella nostra quotidianità e a modificare ciò a cui siamo abituati, il timore iniziale sfocia in risentimento e poi in rabbia. E il risentimento e la rabbia sono sorprendentemente facili da tradurre nella pratica. Ciò avviene nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump minaccia lo scontro con il Congresso, con il rischio di shutdown, nel caso in cui non dovesse ottenere i finanziamenti per la costruzione del muro al confine con il Messico, uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Ciò avviene, se non vogliamo spostarci così lontano, nel momento in cui l’Ungheria costruisce effettivamente un muro, una barriera di filo spinato alta quasi 3,5 metri e lunga 175 km al confine con la Serbia, per respingere l’ingresso dei migranti provenienti dalla rotta balcanica. Ciò avviene, se non vogliamo spostarci affatto, nel momento in cui una dei primi atti del nuovo Ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, è il rifiuto di accettare l’arrivo in Italia della nave Aquarius della ong Sos Mediterranée e di Medici Senza Frontiere, accompagnato da una delle solite frasi ad effetto, in questo caso “Chiudiamo i porti”.

Il problema dei confini e tutto ciò che questo comporta, dal loro superamento, al loro mantenimento e al loro rafforzamento, sta diventando sempre più presente e pressante, forse senza che noi ce ne rendiamo completamente conto. Con il fenomeno delle migrazioni verso il continente europeo accentuatosi in modo così evidente e rapido a partire dal 2011, in seguito allo scoppio delle rivoluzioni della primavera araba nell’Africa settentrionale, ma soprattutto durante il 2015, durante la cosiddetta crisi dei rifugiati, il mantenimento della stabilità dei confini è diventato sinonimo di battaglia per la salvaguardia dell’identità nazionale. Le manifestazioni della nuova ondata di nazionalismo nei Paesi dell’est Europa stanno raggiungendo proporzioni allarmanti: sempre in Ungheria, la commissione parlamentare ha votato una modifica della Costituzione, in seguito alla quale sarà permesso rifiutare l’accoglienza ai migranti economici irregolari. Bisognerà attendere mercoledì per l’approvazione in aula, ma dato che Fidesz, il partito di destra del primo ministro Viktor Orbán, gode della maggioranza dei due terzi dell’assemblea, l’esito è pressoché scontato. I membri del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, sono strenui oppositori del criterio di ricollocamento dei migranti all’interno dell’Unione Europea che prevede l’inserimento di un sistema di quote, in quanto lo vedono come una violazione della loro sovranità nazionale.

Nonostante Matteo Salvini si sia sempre schierato apertamente dalla parte di Orbán, condividendone la linea dura sui migranti (tanto che si è arrivato a parlare di un “asse” tra Italia, Austria e Ungheria), recentemente il presidente della Camera Roberto Fico ha dichiarato che “se Orbán non vuole le quote dev’essere multato” e si è espresso a favore di una soluzione più morbida, lontana da posizioni estremiste e incentrata sulla collaborazione con Francia e Germania. Emmanuel Macron e Angela Merkel, che si sono incontrati oggi nell’ambito di un vertice ministeriale franco-tedesco, stanno tentando di dar vita a una convergenza sul tema dell’immigrazione, che parta da una reale cooperazione tra i paesi di transito dei migranti e l’Unione Europea e ce non scarichi l’intero impegno della gestione dei flussi migratori sulle spalle dei paesi di frontiera, specialmente l’Italia e la Grecia. Un altro dei punti chiave della politiche di Matteo Salvini, infatti, è che l’Italia non può più essere lasciata sola ad affrontare l’arrivo dei migranti, posizione che ha reso estremamente limpida nel momento in cui ha deciso di chiudere i porti.

“I confini ci danno sicurezza”, perché rimanere chiusi all’interno di uno spazio familiare è senz’altro più rassicurante e meno complicato del rapportarsi con una realtà di cui non si conosce poco o nulla. Ma in un mondo sempre più connesso e sviluppato, in cui, da un lato, spostarsi non è mai stato così semplice, ma dall’altro, paradossalmente, non ha mai creato così tanti problemi, incontrare qualcosa che non sia diverso o sconosciuto è praticamente impossibile. Prima o poi ci troveremo di fronte a ciò che è ”inatteso” e ”imprevedibile. Sta a noi scegliere come reagire.

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