[APPROFONDIMENTO] Cosa si diranno Kim Jong-un e Donald Trump a Singapore – Analisi e previsione

Introduzione

Il mio primo articolo dell’anno per Atlas, in cui analizzavo il discorso di capodanno del leader nordcoreano Kim Jong-un, si concludeva così:

Tutto il mondo resta con il fiato sospeso in attesa di ulteriori sviluppi. Di certo il 2017, come già detto in precedenza, è stato un anno in cui Kim è riuscito a mostrare tutta la sua abilità strategica. Sicuramente la sua opera si trova ancora in una fase iniziale ed il 2018 lo vedrà, ancora una volta, come uno dei protagonisti principali.

Senza ombra di dubbio, era una previsione alquanto scontata, ma ad onor del vero, dubito che molti potessero immaginare degli sviluppi così importanti e storici per la Corea del Nord, per la penisola coreana ed in generale, per tutte le relazioni internazionali.

Ricapitolando, Kim in questi mesi ha incontrato due volte Xi Jinping e quest’ultimo ha accettato l’invito del Supremo Leader di recarsi a Pyongyang.

Altrettanti sono stati i colloqui che ha avuto con Moon Jae-in, il primo dei quali ha fatto sì che, non solo i due presidenti delle Coree si incontrassero per la prima volta dopo undici anni, ma che Kim Jong-un fosse anche il primo presidente nordcoreano ad entrare in Corea del Sud dal termine della Guerra di Corea (1953).

I due hanno inoltre rilasciato la Panmunjom Declaration for Peace, Prosperity and Unification of the Korean Pensinsula in cui i due leader hanno stabilito di voler cooperare per riuscire a stabilire e costruire, finalmente, un clima di pace sulla penisola, ponendo le basi per edificare una nuova era basata sulla riconciliazione e prosperità tra le due entità territoriali che possano finalmente porre fine alle decennali divisioni.

Kim e Moon si incontrano a Panmunjom

L’esigenza di un cambiamento a questa situazione di conflitto, la costruzione delle relazioni pacifiche e solide che possano condurre ad un progressivo riavvicinamento tra le due Coree, erano già stati toccati (2001 e 2007), ma questa volta il testo sembra essere più completo e dinamico: si fa riferimento, ad esempio, alla ripresa dei dialoghi multilaterali ed a nuovi incontri tra le famiglie della penisola divise dalla guerra dal 1953.

Quasi due settimane dopo, il presidente americano Donald Trump, attraverso il suo celebre profilo Twitter, ha annunciato che avrebbe incontrato il Supremo Leader nordcoreano, il 12 giugno a Singapore, aggiungendo che i due avrebbero cercato di porre le basi per costruire una World Peace.
Lo stesso Trump aveva accettato, nel mese di Marzo, la richiesta di un dialogo diretto avanzata da Kim sulla questione nucleare e sui vari temi che da sempre affliggono le relazioni tra Stati Uniti d’America e la Corea del Nord.

Il tweet del presidente americano

L’incontro, che lo stesso Trump ha rischiato di far saltare nei giorni scorsi, alla fine si terrà e sicuramente sarà un momento storico di grande portata per i due stati e per tutta la comunità internazionale.

Nelle prossime righe, vi illustrerò quali sono le posizioni dei due stati e dei due leader, cercando anche di darvi una previsione, ovviamente personale, sul possibile esito dell’incontro.


Quali sono le posizioni di Donald Trump e di Kim Jong-un? Il dialogo è veramente possibile?

A mio modesto parere, credo che il dialogo tra le due parti sia estremamente difficile e complesso ed ancora oggi, a poco meno di cinque giorni dallo storico incontro, i dubbi e le perplessità sovrastano di gran lunga le certezze e l’ottimismo, anche alla luce delle recenti dichiarazioni dell’amministrazione americana.

Ma cerchiamo di procedere con ordine.

La fitta rete di dialoghi e la strategia nord-coreana.

Da un lato abbiamo Kim Jong-un che negli ultimi mesi ha ottenuto una serie di risultati sorprendenti, a partire dalla partecipazione alle Olimpiadi Invernali in Corea del Sud, non per meriti sportivi, ma di immagine e politici. L’immagine simbolo dei Giochi Invernali è stata, senza ombra di dubbio, quella della rappresentativa di hockey femminile che si è presentata alla cerimonia di inaugurazione sfilando sotto la bandiera della Corea Unita.
Inoltre, la presenza della sorella minore del leader nordcoreano, Kim Yo-jong, ha contribuito, non solo a mostrare il lato dolce del regime, ma anche ad avviare un dialogo con il presidente sudcoreano Moon.

Kim Yo-jong incontra Moon Jae-in durante i Giochi Olimpici invernali

Mission Accomplished, direbbero dall’altra sponda del Pacifico, dato che, come abbiamo visto nell’introduzione, i due leader si sono incontrati dopo undici anni di interruzione dei rapporti tra i due paesi.

Kim è stato anche ricevuto due volte da Xi Jinping, forse la figura più decisiva e rilevante di questi ultimi mesi per la poltica di distensione nord coreana.
La Cina infatti è da decenni il primo partner commerciale del regime di Pyongyang, sempre pronto ad aiutare lo stato nordcoreano pesantemente sanzionato dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
I motivi? Meramente strategici e, in percentuale minore, politici.

La Cina non può, da una parte, permettere che il regime di Kim collassi, poiché questo porterebbe ad una probabile riunificazione della penisola sotto la bandiera sudcoreana, stato vicino militarmente agli Stati Uniti che, al giorno d’oggi, dispiegano quasi trentamila soldati in Corea del Sud.

Dall’altra invece, da sempre Pechino predica e cerca di mantenere una stabilità politica in tutta l’Asia e specialmente nei suoi confini più caldi.  Lo scorso anno la Cina ha deciso di sanzionare la Corea del Nord, a causa dei ripetuti test che contribuivano a deteriorare una situazione già di per sé estremamente fragile.

Il punto di svolta di tutta questa escalation di eventi, è stato proprio quello. Kim Jong-un non può permettersi di sopravvivere senza il suo più grande partner commerciale, pertanto si è spogliato dai panni di Rocket Man, nomignolo all’americana affibbiatogli da Trump, ed ha cominciato a tessere una minuziosa tela del dialogo sia con la Cina, che di certo è soddisfatta di questo clima relativamente più mite attorno ai suoi confini ed è anche disposta a proteggere il regime di Kim da una eventuale spregiudicata offensiva americana, sia con la Corea del Sud.

Kim e Xi durante il loro secondo incontro

L’opera di dialogo di Pyongyang non finisce qua. Il 31 Maggio, Kim Jong-un ha ricevuto nella capitale Sergey Lavrov, il ministro degli esteri della Russia, il quale si è detto ben disposto ad aiutare e a collaborare con le due Coree affinché si possa, a distanza di sessantacinque anni trovare un accordo per porre fine ad un conflitto che formalmente non è mai terminato. Lavrov ha anche affermato che il presidente Vladimir Putin sarebbe lieto di accogliere Kim in Russia.

Si susseguono, infine, delle voci che prevedono un imminente incontro, intorno alla giornata di domenica dieci maggio, di Kim Jong-un con Bashar al-Assad.

Sergej Lavrov in visita a Pyongyang

A giudicare dai nomi e dai paesi coinvolti in questo dialogo multilaterale con Pyongyang, direi che non ci sia bisogno di un Archimede per comprendere che l’amministrazione Trump e gli Stati Uniti d’America debbano cercare di adottare una strategia altrettanto fine e ben costruita prima di presentarsi all’incontro del 12 giugno a Singapore e per cercare di sviluppare dei nuovi piani per contrastare questi nuovi scenari che si stanno creando nel nordest asiatico.

Purtroppo per The Donald questo non sta accadendo.


Washington brancola nel buio?

Potrebbe essere azzardato dirlo, ma credo di sì.

Da semplice studente di scienze politiche, mi permetto di espormi dicendo che, a pochi giorno dallo storico incontro, la tattica e la strategia militare non sembra essere assolutamente chiara e pronta per un avvenimento di questa portata.

Per tale motivo credo che il dialogo tra le parti possa essere estremamente complicato.

Presumo che questo sia uno dei motivi per cui  Kim, sotto caldo consiglio della Cina, stia cercando di ampliare sempre più la sua rete delle relazioni diplomatiche con paese disposti a trovare una soluzione vantaggiosa per Pyongyang .
Una soluzione che possa permettere alla Corea del Nord di trovare alleati (o amici) che possano garantirgli supporto e protezione contro qualsiasi offensiva americana.


Quali sono stati finora gli errori di Trump e della sua amministrazione?

Innanzitutto, Trump ha accettato di incontrare Kim senza precondizioni.
Non credo sia stata una delle mosse più scaltre, se vogliamo utilizzare dei toni pacati, e cercherò di spiegarvi il perché di questa mia affermazione. I motivi sono principalmente tre.


Il primo: la storia è da sempre maestra di vita e purtroppo questa ci mostra che la Corea del Nord, quando parla di denuclearizzare il paese, non l’ha mai fatto.

E’ pur vero che Kim ha smantellato il sito nucleare di Punggye-ri e lo ha fatto invitando la stampa estera, affinché possa essere testimone dell’avvenimento e della sua buona volontà.
Il problema è che la medesima azione venne progettata dal padre nel 2008, con l’abbattimento di una torre di raffreddamento che però fu ricostruita qualche anno più tardi.

Come se non bastasse vi è un precedente estremamente rilevante e poco rassicurante per gli Stati Uniti.

Nel 2002, gli Stati Uniti scoprirono, anche a loro sorpresa, che la Corea del Nord stava violando l’accordo siglato otto anni prima (1994, Ginevra) sullo smantellamento dei reattori nucleari in cambio di una ingente assistenza energetica ed elettrica.
Pyongyang decise dunque, una volta scoperte le sue attività illecite, di ritirarsi dal TNP (Trattato di Non Proliferazione Nucleare) nel 2003.

Il secondo: incontrare Kim senza precondizioni e assicurazioni equivale a legittimarlo, riconoscere il fatto che è a pieno titolo un leader di uno stato dotato di un arsenale nucleare.
Questo rovescia e getta via anni di diplomazia e tattica militare degli Stati Uniti che hanno sempre mostrato prudenza estrema in queste situazioni ed hanno costantemente cercato di delegittimare figure del calibro del dittatore nordcoreano.

L’ultima falla, non per importanza, nella strategia americana sta nelle dichiarazioni confuse e nella strategia comunicativa mal organizzate sia dei collaboratori di Trump, sia del presidente stesso.

Mi riferisco alle parole usate prima da John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, ribadite, a mo’ di minaccia, dal vicepresidente Mike Pence.
I due hanno ipotizzato un utilizzo del cosiddetto Modello Libia al fine di risolvere le controversie con Kim Jong-un.

Tale modello, è lo stesso che fu utilizzato con il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, e con il leader iracheno Saddam Hussein: questo prevede, in un primo momento, l’abbandono di tutti gli armamenti nucleari, che verranno poi distrutti, e solo successivamente vi sarà la ricompensa per l’azione effettuata.

Un metodo che, nel gergo diplomatico e accademico viene definito carrot-and-stick, traducibile con il più volgare bastone e carota.

Tale modello però, come ha affermato anche il Vice Ministro degli Esteri nordcoreano Kim Kye-gwan, ha dei precedenti sinistri e terrificanti per chi li ha accettati. Gheddafi e Hussein sono stati entrambi delegittimati del loro potere ed uccisi qualche anno dopo.

Lo stesso Pence, ha ribadito a più riprese, che se la Corea del Nord non collaborerà, l’utilizzo del Modello Libia sarà inevitabile.

Direi che tale atteggiamento non sia il migliore e nemmeno il più adatto per presentarsi ad un tavolo a trattare una delle questioni più spinose degli ultimi decenni.

Trump, ha cercato subito di placare l’indignazione dei vertici nordcoreani affermando che non verrà usato tale metro di riferimento nelle trattative e dopo aver incontrato Kim Yong-chol, vice presidente del Partito dei Lavoratori di Corea, nonché ex generale e braccio destro del dittatore, non ha nemmeno più menzionato il fatto che gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un livello massimo di pressione sulle sanzioni verso Pyongyang.

In molti hanno pensato, per brevissimo tempo, ad un’apertura del tycoon verso un graduale allentamento di queste misure punitive.
Peccato che, poche ore dopo, la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha ribadito che le sanzioni sulla Corea del Nord non diminuiranno e che la hard line sarà mantenuta.

A proposito, durante l’incontro con Kim Yong-chol, John Bolton non era presente poiché Trump lo avrebbe escluso e allontanato in occasione di questi dialogo in quanto persona assolutamente non gradita ai vertici nordcoreani (come dar loro torto, oserei dire).


Cosa accadrà? Temi trattati e previsioni sull’incontro.

Denuclearizzazione

Gli Stati Uniti e Donald Trump, ovviamente cercheranno di portare avanti le loro istanze sulla completa denuclearizzazione del paese. D’altronde la linea americana, già da inizio anno, era stata chiara e decisa “We will never accept the nuclear North Korea” e non credo cambierà.

Il punto è che una totale denuclearizzazione del paese è praticamente impossibile: Kim può anche fermarsi nei vari test che ha effettuato per tutti gli anni precedenti, potrebbe anche spingersi nello smantellare i vari siti di produzione, ma dubito possa mai rinunciare a tutto quello che ha ottenuto.
Pertanto la distruzione dell’arsenale nucleare è da escludere.

Sanzioni

Un altro dei punti sul tavolo sarà quello delle sanzioni.
Il Segretario della Difesa James Mattis ha affermato che le sanzioni rimarranno finché non ci saranno passi in avanti per la denuclearizzazione. Trump è convinto che le sue sanzioni e quelle delle Nazioni Unite siano state il motivo per cui Kim si è reso disponibile al dialogo.

Non è così.

Kim ha deciso di intraprendere questa nuova politica, incentrata sul dialogo, solo dopo che la Cina ha cominciato anch’essa ad imporre sanzioni.
L’azione di Pechino è stata quella decisiva.
Le sanzioni sono state aggirate con una facilità disarmante da parte del regime nordcoreano che trovava nella Cina un porto sicuro a cui affidarsi, sia in termini economici, che di protezione e sicurezza.

A dimostrazione di tutto ciò, ci può tornare utile il resoconto che la Banca di Seoul ha effettuato sulla situazione economica del regime di Kim Jong-un.
Viene sostanzialmente affermato che l’economia e la crescita del paese sia aumentata del +1,24% da quando Kim è al potere, e l’anno scorso, periodo in cui sono incrementate le misure punitive e le sanzioni, ha fatto registrare la più alta crescita degli ultimi diciassette anni.

Pertanto, le sanzioni hanno sicuramente limitato il raggio di espansione commerciale di Pyongyang, ma non ne hanno mai fermato la crescita.

Quest’ultime quindi, sul tavole delle trattative, potrebbero giocare un ruolo relativamente marginale poiché fintanto che la Corea del Nord ha dalla sua parte la Cina, non collasserà mai.

Trattato di pace con la Corea del Sud

L’abbraccio tra Kim e Moon durante il loro primo incontro

Credo che questo potrebbe essere il punto più nevralgico e rilevante dell’incontro.

I due paesi, come già detto in precedenza, hanno posto fine alle belligeranze nel 1953 con un armistizio, ma non hanno mai firmato un trattato di pace.
La presenza dei quasi trentamila effettivi americani nel territorio meridionale della penisola, è dovuta principalmente a questo vuoto.

Ora, in virtù dei buoni rapporti che sembrano intercorrere tra Kim e Moon, la stipula di un trattato di pace potrebbe realizzarsi, considerando il fatto che il presidente sudcoreano ha ancora tre anni di mandato e sembra profondamente disposto a porre finalmente rimedio ai problemi della penisola coreana: il tempo è sicuramente dalla loro parte.
Secondo la Costituzione sudcoreana il presidente rimane in carica 5 anni e non può essere rieletto per un secondo mandato. Questo ovviamente crea delle enormi difficoltà ed ostacoli a qualsiasi progetto a lungo termine.

Se un trattato di pace venisse stipulato, reputo sia opportuno lasciar trattare le due Coree senza interferire ulteriormente nel processo. Ma è inevitabile il fatto che sia la Cina che gli Stati Uniti vorranno avere voce in capitolo.

Il problema risiede nel fatto che Kim sicuramente chiederà, oltre alla fine delle esercitazioni congiunte tra Washington e Seoul, che le decine di migliaia di soldati americani e le loro attrezzature ed armamenti se ne tornino a casa.
D’altronde, che senso avrebbe disporre di un numero così ingente di forze in una penisola che ha raggiungerebbe un accordo di pace dopo ben sessantacinque anni?

Ma come potrete immaginare, non sarà semplice per tutta l’amministrazione Trump, per i cosiddetti falchi al suo interno e per tutti i vertici militari, accettare una decisione così drastica e netta.
Non credo assolutamente che gli Stati Uniti ritireranno tutte le truppe presenti nel territorio e trovo comunque molto complesso il fatto che gli U.S.A. possano richiamare gradualmente le truppe presenti nella Corea del Sud per alleggerire le forze in quell’area.

Chiaro è che se saranno disposti a collaborare con le due Coree per la stipulazione di un trattato di pace, quell’ingente dispiegamento di forze belliche nel Sud, non potrà essere tollerato.


Conclusione

L’ago della bilancia in questo incontro storico pende verso la Corea del Nord che è stata legittimata dallo stesso Donald Trump che con la sua politica avventata ha stravolto decenni di diplomazia americana e di relazioni con Pyongyang.

L’amministrazione Trump non sembra essere preparata a questo incontro e qualora il tutto si dovesse risolvere con un nulla di fatto, Kim potrebbe comunque contare sul supporto della Cina, sulla rinnovata amicizia con Moon Jae-in e sul probabile apporto della Russia di Putin.

Il tycoon americano si trova di fronte ad una sfida estremamente complessa e la fiducia che si trapela nei suoi confronti, per quanto riguarda questo incontro, è alquanto bassa.
Dall’inizio del suo insediamento, Donald Trump è riuscito più a distruggere che costruire qualcosa di concreto per il suo paese e fra pochi giorni avrà gli occhi di tutto il mondo e l’attenzione di tutta la comunità internazionale su di sé.

Perché, badate, quello che rischia di più ed ha tutto da perdere, non è di certo Kim Jong-un.

A tal proposito, vi consiglio un articolo di Keith B.Richburg in cui viene analizzata la politica estera di Trump dal suo insediamento.

Appuntamento quindi al 12 giugno, sperando (personalmente) che ci possa finalmente essere una svolta positiva per la penisola coreana.

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