Così Atlas sfida il Ministero della Verità

Siamo costantemente bombardati dalle informazioni. Quando ci svegliamo, ogni mattina, scorriamo compulsivamente la bacheca di Facebook. Informazioni di vario tipo passano monotone davanti ai nostri occhi, in una processione senza fine che termina, inevitabilmente, solo quando decidiamo di cessare la sessione.

Ogni tanto il nostro cervello, ignaro di tutto e forse ancora intorpidito dalla quotidiana sessione di riposo, immagazzina delle informazioni. Si ferma su un determinato contenuto. Una foto. Un video. Una considerazione esistenziale. In una parola, una notizia. Queste notizie si annidano dentro di noi, vanno ad interrogare il nostro senso critico e, molto più spesso, la nostra mancanza di senso critico. Alla fine di questo percorso perverso, creano contenuti. E noi crediamo in questi contenuti. Senza passarli al vaglio della falsificazione, quel test che permette di comprendere cosa è reale e cosa non lo è.

Notizie fasulle, o non falsificabili, ci sono sempre state. La propaganda è l’esempio calzante di questo fenomeno. Nella sua celebre critica dello stalinismo che tutti conoscono come 1984, George Orwell crea l’ancor più celebre Ministero della Verità, quel luogo dove una notizia entra fasulla ed esce completamente reale, incredibile paradosso di quello che tecnicamente sarebbe un lavoro di falsificazione.

In fondo, i social network sono un po’come il Ministero della Verità: le notizie entrano fasulle ed escono reali. Ma mentre in Orwell per spiegare il fenomeno si faceva ricorso al bipensiero, noi dobbiamo ragionare in termini molto più spiccioli, e concettualizzare il nostro bipensiero nella realtà del 2017: il like, la condivisione, la reazione al post sono il nostro modo di credere a quello che il Ministero della Verità ci propone/propina ogni giorno.

Verità e menzogna. Tesi e antitesi. Viviamo le nostre seconde vite nei social network, ed interagiamo coi loro meccanismi vitali. Il sistema dell’informazione dei social punta soprattutto su tre nostre esigenze: risparmiare tempo; avere accesso ad una notizia semplice e im-mediata, cioè appunto priva di mediazione, secondo la definizione di Ilvo Diamanti; avere informazioni eclatanti e facilmente spendibili.

Il tempo. Cerchiamo informazioni che non ci facciano perdere tempo. Non ci importa di testare le fonti; non ci importa neanche di approfondire. Basta che arrivi un contenuto nel minor tempo possibile. Per questo esistono le home di Facebook, che classificano con un algoritmo i contenuti da mostrarci sulla base dei nostri interessi. O meglio, sulla base di quelli che le nostre precedenti esperienze di navigazione hanno a loro volta classificato come interessi. E per questo esistono i Tweet, sapere condensato in 140 caratteri. Un contenuto, così, passa davanti ai nostri occhi con una spesa di tempo infinitesimale, e senza alcun costo, sia esso economico o delle suole.

Il bisogno di semplicità. Una notizia è tanto più semplice quanto più dà un’immagine del mondo stilizzata, manichea, che delinea facilmente la questione, i buoni e i cattivi, le vittime e i carnefici. In un titolo apparentemente informativo come ROM UCCIDE UN NEGOZIANTE si può notare una precisa volontà da parte del titolista. Creare un nemico, il rom, che viene immediatamente ricollocato nell’ambito delle sovrastrutture e dei preconcetti sul suo popolo; creare una vittima, il negoziante, identificato all’istante come un serafino che recitava i rosari di preghiere dietro al bancone; creare un’aggravante, il furto, implicita eppure così evidente, che peggiora ulteriormente la posizione dell’assassino, senza speranza di redenzione.

Le informazioni eclatanti. Una notizia è tanto più accattivante quanto più dà una visione esagerata ed iperbolica della realtà. I titoli scandalistici ne sono la prova calzante. Basti pensare, banalmente, alla polemica che ogni anno tirano in ballo i gestori di attività turistiche balneari per denunciare i siti di meteorologia (vera o presunta) che fanno visualizzazioni con titoli scandalistici su presunte apocalissi, frane e alluvioni. I social network, giocando appunto sul concetto di click e visualizzazione, cercano di vendere il libro solo dalla copertina, e molto spesso ci riescono, camuffando dietro a titoli sensazionalistici contenuti scarsi, se non assenti o, nel peggiore dei casi, fuorvianti.

Per queste ragioni che ho appena elencato, nascono i fenomeni social come quello del salvinismo, delle scie chimiche, degli antivaccinisti. Insomma, i fenomeni delle fake news. Che si nutrono di un popolo che non riesce a stare al passo del flusso di informazioni infinite che lo bombardano, e perciò ne rimane travolto. Senza anticorpi e non vaccinato. In balia della completa manipolazione di ogni suo senso critico. E portato a credere a follie, come al fatto che si possano cacciare tutti i musulmani dall’Italia, per citarne una delle più grosse tra quelle che ho letto recentemente.

Per questo, ai miei genitori ho suggerito di leggere Atlas, e di informarsi su Atlas. Il bello di un blog come il nostro, al di là dei campanilismi di rito, sta proprio nel fatto che può permettersi un’informazione libera da quei tre condizionamenti che portano inevitabilmente ad offrire notizie false e tendenziose. Io stesso mi informo moltissimo sui pezzi dei miei colleghi, notando con un certo stupore che questo metodo di lettura della notizia può essere vincente per sfidare il sistema social, il Ministero della Verità, dal suo interno.

Questo non significa ovviamente che Atlas sia la soluzione a tutti i mali, né che abbia scoperto un metodo di informazione rivoluzionario e redentore. Semplicemente, la logica che sottende ai blog indipendenti è proprio quella di poter elaborare la notizia, metterla a nudo, non essendo costretti giocoforza a dover rispondere simultaneamente e in maniera maniacale alle idee di quantità di notizie e di quantità di visualizzazioni.

Leggere Atlas come rimedio alle fake news, quindi? Questo è il mio consiglio. Posso dire che, su di me, sta funzionando appieno.

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