Craxi a Palazzo Chigi: un’occasione mancata?

1272 giorni. Questa fu la durata complessiva dei due governi Craxi, i più longevi in assoluto della storia della cosiddetta “Prima Repubblica”. Una storia conclusasi forse nel peggiore dei modi, con il collasso completo ed insindacabile di un intero sistema politico. Sorrettosi per oltre quarant’anni sulla solida ed ineludibile presenza del partito democristiano e sull’altrettanto solida ed ineludibile esclusione del Partito Comunista dai governi “primo-repubblicani”, era arrivato al 1992 ormai logorato dall’impossibilità dell’alternanza, con una classe politica legata a doppio filo alla corruzione e al clientelismo, sostanzialmente incapace di rispondere ai profondi mutamenti cui sin dalla metà degli anni Settanta l’intero paese stava andando incontro.

Le elezioni del 1983 giunsero in un momento di evidente difficoltà: la legislatura precedente si era chiusa in anticipo, dopo due governi Cossiga, un governo Forlani, due governi Spadolini e l’ultimo governo Fanfani. Il PCI e la DC continuavano a prendere un ammontare complessivo di voti pari al 60-70% dei suffragi totali, ma l’omicidio Moro, l’ingresso della lira nel Sistema Monetario Europeo e la decisione di installare i cosiddetti “euromissili” nella base siciliana di Comiso, avevano segnato anche la conclusione e la definitiva messa al bando dell’esperienza di solidarietà nazionale.

La strategia di Moro, che si proponeva la graduale legittimazione del PCI in modo da permettere, in un futuro non troppo lontano, una sana alternanza alla guida dei governi, era sostanzialmente fallita. Lo stesso Berlinguer, consapevole di ciò, portava il PCI a chiudersi in un’identitarismo senza sbocchi che di fatto ne precludeva nuovamente la partecipazione alle maggioranze governative.

In questa situazione, Craxi si mostrò ben deciso a sfruttare le difficoltà dei due partiti maggiori per cercare di accreditare il Partito Socialista Italiano come vero Partito Socialdemocratico d’Italia. Se questa strategia puntava, in un primo momento, a formare una colazione alternativa a sinistra, divenne ben presto evidente che un’alleanza con il Partito Comunista risultava impossibile. L’attenzione di Craxi si concentrò quindi su De Mita, che divenne in breve tempo suo alleato ed acerrimo avversario.

Raggiunto nel 1983 uno dei peggiori risultati elettorali della sua storia, la Democrazia Cristiana fu costretta ad un ulteriore passo indietro. Sandro Pertini affidò così l’incarico a Bettino Craxi che non senza difficoltà formò un nuovo governo di Pentapartito.

Il 4 agosto 1983 si apriva così l’esperienza dei governi Craxi. Un’esperienza caratterizzata da un vivace riformismo che però, a molti, col senno di poi, sarebbe sembrata un’occasione mancata.

Un nuovo Partito Socialista

Craxi veniva spesso definito un “decisionista”. Il suo decisionismo si era già palesato con la riorganizzazione del PSI nella forma di un “partito del leader”. Tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta, Bettino Craxi riuscì a sbarazzarsi delle correnti di Francesco De Martino, Giacomo Mancini e Claudio Signorile. Alcuni intellettuali socialisti, dalle pagine di Mondoperaio, si dissero preoccupati dalla deriva cesaristica del partito, ma in realtà la maggior parte dei membri si rendeva conto che Craxi soltanto sembrava essere in grado di conquistare per il PSI quelle posizioni di potere, e quel denaro, che nel sistema italiano erano fondamentali all’iniziativa politica.

Craxi mise in piedi un Partito molto più snello e agile capace di rispondere alla società fluida e dinamica degli anni Ottanta. La forma del partito di massa era giunta al capolinea, non serviva più. Questo, almeno, pensava il leader socialista. In realtà, però, il fatto di arroccarsi su posizioni elitarie e lo svuotamento della funzione partitica causato dalla gestione plebiscitaria di Craxi, finirono per trasformare il PSI in un “corpo inerte” incapace di rinnovarsi ancora nel momento del bisogno e di garantire così la propria sopravvivenza.

Ma il rinnovamento non venne  perseguito solo nella forma: anche dal punto di vista ideologico, il Segretario cercò di attuare una politica originale, adattando soprattutto la visione socio-economica del PSI alle nuove sfide della globalizzazione. Nel complesso tentativo di coniugare socialismo e liberismo fu però difficile passare da una generica enunciazione di principi ad indirizzi programmatici veri e propri. La politica craxiana scontò anche questa incompiuta elaborazione ideologica, e i grandi disegni del Segretario socialista finirono spesso per concludersi nel nulla.

Craxi e la “Grande Riforma”

Un fallimento quasi completo Craxi lo collezionò sul tema della riforma istituzionale. Deciso a razionalizzare il parlamentarismo selvaggio tipico della Repubblica, il leader socialista spese sull’argomento molto del suo capitale politico. Tuttavia, la commissione parlamentare presieduta dal liberale Aldo Bozzi che avrebbe dovuto concretizzare la Grande Riforma, cominciò i suoi lavori il 24 novembre 1983 e li chiuse a gennaio del 1985 senza arrivare ad alcuna soluzione.

Le posizioni in merito erano d’altro canto tra le più disparate: da quella del PCI, che rifiutava qualsiasi possibilità di rafforzamento dell’esecutivo, all’ipotesi completamente presidenzialista di Amato. La DC rifiutava entrambe le posizioni, dichiarandosi invece favorevole ad una forma di parlamentarismo “alla tedesca”. Craxi, dal canto suo, dopo grandi proclami, comprese ben presto come fosse impossibile mettere d’accordo tutti e abbandonò la Commissione a sé stessa.

Il segretario socialista decise di arrivare ad un rafforzamento dell’esecutivo tramite la prassi istituzionale, invece che attraverso la complicata strada della modifica costituzionale. Negli anni in cui restò Presidente del Consiglio, aumentò esponenzialmente l’utilizzo della decretazione d’urgenza e del ricorso alla fiducia. Due pratiche che divennero assolutamente centrali nell’azione normativa del governo socialista. La svolta presidenzialista, in un certo senso, era comunque avvenuta, ma non nel modo in cui si auspicava all’inizio.

La sfida economica

Il progetto della Grande Riforma istituzionale era sostanzialmente naufragato, ma sul piano economico Craxi riuscì ad ottenere risultati degni di nota. Tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta le difficoltà economiche italiane iniziavano ad essere veramente evidenti: un’inflazione fuori controllo, la lenta, ma inesorabile, de-industrializzazione del paese e il debito pubblico in crescita mal si accordavano con la progressiva internazionalizzazione dei mercati e la conseguente finanziarizzazione dell’economia.

Gli sforzi di Craxi si concentrarono soprattutto sulla lotta all’inflazione. In questo tentativo di risanamento andava dunque inscritto il cosiddetto “Decreto di San Valentino”, attraverso il quale il governo decise per il taglio di quattro punti di contingenza su dodici della scala mobile per il 1984.

Il decreto scatenò la reazione avversa del PCI. Berlinguer la definì una manovra “arrogante”, mentre Napolitano si indignava per la palese interferenza in quella che da sempre era una materia riservata alla contrattazione tra le parti sociali.

L’intento di Craxi, d’altro canto, era proprio quello di rompere l’unità sindacale e minare dunque alla base il consociativismo stesso. Se il PCI avesse persopil controllo del movimento sindacale, non avrebbe potuto più esercitare il suo potere di veto sulle materie legate al mondo del lavoro.

In un certo senso Berlinguer facilitò il compito a Craxi, costringendo il segretario della CGIL Luciano Lama a rompere con gli altri due grandi sindacati. Persa la battaglia in Parlamento, dove il decretò passò, il segretario del PCI decise di raccogliere le firme per un referendum abrogativo. Berlinguer morì prima di vederne l’esito negativo, ma per il Partito Comunista la sconfitta certificò il perdurare di una crisi apparentemente senza soluzione.

Se Berlinguer non era stato in grado di leggere gli eventi con chiarezza e di decifrare gli umori del paese, ormai lontani dalla retorica della lotta di classe, Craxi si era dimostrato certamente più scaltro.

La decurtazione dei punti di indicizzazione aiutò notevolmente il contenimento dell’inflazione, che nel corso dei governi socialisti tornò nei pressi della media europea. A questo successo si aggiunse un incredibile boom economico che fece presto parlare di “secondo miracolo”. Il made in Italy conobbe il suo momento d’oro e l’Italia compì il famoso “sorpasso” del PIL ai danni del Regno Unito.

Si trattava però di una crescita economica drogata da una spesa pubblica in crescita e ormai fuori controllo. Il debito pubblico raggiunse presto cifre stellari. Gli interventi strutturali che sarebbero stati necessari alla sua riduzione non vennero presi. Era troppo difficile mettere d’accordo il parlamento. L’intero sistema politico, d’altro canto, si reggeva su una sorta di “patto perverso” tra cittadini e classe politica che prevedeva interventi previdenziali e assistenziali a pioggia in cambio della legittimazione di un sistema logorato e impossibilitato al cambiamento.

La mancata soluzione del problema della spesa pubblica, però, avrebbe finito per compromettere gli altri importanti successi economici raggiunti dai governi Craxi, e il risanamento economico venne ben presto bollato come incompleto e insufficiente.

“Dear Betino”: una politica estera peculiare

Anche sulla politica estera Bettino Craxi seppe distinguersi. Lui ed Andreotti, al tempo ministro degli Esteri, svilupparono le linee classiche della politica estera italiana, quella europeista e quella mediterranea, aggiungendo però la riscoperta di un elemento quasi nazionalista che seppero coniugare alla riscoperta e valorizzazione delle vicende risorgimentali.

Era arrivato il momento di assicurare all’Italia un ruolo di primo piano nel panorama europeo ed internazionale. Il Mediterraneo era il teatro ideale dove muoversi: lì l’Italia aveva saputo da sempre ritagliarsi spazi di autonomia, anche in piena Guerra Fredda, ed ora che con l’arrivo di Gorbaciov si affacciava l’ipotesi di una nuova distensione, la fedeltà atlantica dell’Italia si faceva più ambigua e i margini di manovra più ampi. Le critiche che venivano mosse all’Italia in questo senso, venivano rispedite al mittente dalla consueta ironia andreottiana: “Chi parla sempre e a tutto spiano di fedeltà mi fa venire in mente quei coniugi che sentono ogni giorno il bisogno di dichiararsi reciprocamente fedeli: perché non lo sono”.

Un episodio emblematico di queste velleità “autonomiste” fu lo scoppio della “crisi di Sigonella”.

Quando il 7 ottobre 1985 un commando palestinese sequestrò una nave da crociera italiana, l’Achille Lauro, il governo scelse la via della mediazione. La scoperta dell’omicidio a bordo di un cittadino disabile americano di origini ebraiche, però, fece rapidamente precipitare la situazione e chiamò l’intervento degli Stati Uniti. L’aereo egiziano sul quale l’Italia aveva fatto salire i palestinesi e il mediatore dell’Olp venne dirottato e fatto atterrare a Sigonella dagli americani, che cercarono di prendere in consegna gli attentatori, ingaggiando un braccio di ferro con i militari italiani che avevano invece ricevuto l’ordine di far ripartire i palestinesi verso Belgrado.

La tensione raggiunse picchi altissimi. Quella notte partì un numero incredibile di telefonate da una sponda all’altra dell’Atlantico. La pressione statunitense sul governo italiano affinché si facesse da parte fu immensa. L’Italia, però, non mollò. Né Craxi, né Andreotti volevano compromettere la posizione dell’Italia nel Mediterraneo, quella posizione di paese mediatore di conflitti che si era guadagnata nel corso degli anni.

La fermezza di Craxi raccolse consensi a destra come a sinistra, ma anche il deciso biasimo di Spadolini e dei Repubblicani, da sempre fortemente filoatlantici, che si ritirarono dal governo aprendo così la prima crisi in politica estera della storia della Repubblica.

Nella discussione parlamentare che seguì, però, Craxi seppe riconquistarsi la fiducia della coalizione. In un discorso altisonante, il leader socialista spezzò una lancia a favore dei guerriglieri palestinesi, dipinti come combattenti per l’indipendenza nazionale e indirettamente accostati agli eroi risorgimentali italiani, e stabilì i doveri e i limiti della fedeltà atlantica dell’Italia. Anche i parlamentari del PCI applaudirono. Ben presto l’aria si fece meno tesa, soprattutto quando Andreotti si mosse per versare l’acqua a Craxi. Come ricordava Gennaro Acquaviva, infatti, se Andreotti versava l’acqua all’oratore, significava che l’oratore aveva ragione.

Ed in effetti Craxi ebbe ragione. Gli stessi americani, dopo l’irritazione iniziale, riconobbero in lui un leader forte ed affidabile che aveva evitato loro, tra l’altro, un inutile e dannoso scontro con l’Egitto, pedina fondamentale nella strategia mediterranea degli Stati Uniti. Reagan ricucì ben presto i rapporti con il leader socialista, inviandogli una lettera conciliatoria il cui incipit recitava: “Dear Betino…”

Un triste finale di legislatura

All’apice del suo successo, il governo Craxi iniziò ad essere minato dall’interno. Rassicurato dal rientrare della crisi di partito, De Mita scelse proprio l’episodio di Sigonella per portare a Craxi un attacco che non avrebbe più trovato un limite. Partì con il criticare la poca trasparenza dell’operazione, l’eccessivo decisionismo, ma non si fermò. L’attacco si estese alle materie di natura economica che costituivano il fianco debole del governo Craxi e, a dire il vero, di qualunque governo. Con la fine del “secondo miracolo economico” e con le conseguenti turbolenze in crescita nell’opinione pubblica, la DC colse l’occasione per aprire una vera e propria crisi di governo.

Il secondo governo Craxi nacque sulla base dell’accordo non troppo segreto del “Patto della staffetta”, stretto tra il PSI e la Democrazia Cristiana, che prevedeva una durata a termine dell’incarico a Craxi e la sua sostituzione con un membro della DC.

Si può dire che il secondo governo Craxi finì “in diretta”. Durante un’intervista condotta da Gianni Minoli nella trasmissione televisiva “Mixer”, infatti, il Segretario socialista rinnegò il Patto della Staffetta aprendo così la “lunga crisi dell’inverno 1987” che si chiuse poi con una tristissima sceneggiata parlamentare: la DC che votava contro la fiducia ad un membro del Partito, Fanfani, e il PSI che votava invece a favore.

Mentre il paese chiedeva cambiamenti e riforme, il sistema politico si incartava in autoreferenziali e bizantini giochi di potere che l’avrebbero ben presto portato al collasso.

Craxi stesso non seppe sfruttare il capitale politico che gli derivava da un’esperienza di governo che veniva comunque generalmente considerata positiva. Non seppe costruire nessuna alternativa al patto di potere con la DC, forse anche perché non era possibile farlo, perlomeno non senza mosse davvero ardite. Le riforme compiute rimasero, di fatto, incompiute, o compiute a metà. L’immagine che il PSI diede all’opinione pubblica negli anni successivi non fu quella di un partito innovatore, quale era stato all’inizio, ma quella di un crogiolo di corruzione abbarbicato alle poltrone e al potere. L’epilogo della parabola craxiana è ben conosciuto. L’umiliazione pubblica e l’autoesilio di un leader che, almeno per un momento, aveva saputo dare una scossa alla mortifera immobilità della politica italiana, erano il perfetto e triste emblema di un’occasione mancata. Un’occasione che, per la Prima Repubblica, non sarebbe mai più tornata.

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