Credibilità, giornalismo, politica

Alla base del lavoro nel campo giornalistico, in particolar modo in quegli ambiti dello stesso che comportano una forte fiducia tra emittente e ricevente (l’inchiesta, ad esempio), si situa un concetto tanto semplice quanto di difficile spiegazione: la credibilità.

Tra gli studiosi che hanno indagato maggiormente il significato e gli aspetti fondamentali della credibilità, spicca Guido Gili. Professore di sociologia che negli anni si è interessato alla sociologia dei media e alle teorie della comunicazione approfondendo i concetti di credibilità, manipolazione, post-verità.

Il sociologo, per spiegare al meglio come si posizione la credibilità all’interno del sistema mediale, pone la massima e la minima fiducia in un continuum che presenta svariate sfumature. A suo modo di vedere, infatti: “La credibilità è sempre una relazione tra emittente e ricevente/pubblico, per cui una credibilità universale ed un discredito universale sono i poli estremi di un continuum sul quale si collocano concretamente tante forme e modi diversi di credibilità. Spesso chi è credibile presso un interlocutore o un pubblico non lo è nello stesso modo e per le stesse ragioni presso un altro, come mostra, in modo estremo ed evidentissimo, il caso di molti leader carismatici. Per i loro seguaci rappresentano delle personalità eccezionali, dotate di qualità quasi sovrumane e di una credibilità illimitata; per gli altri possono apparire come degli esaltati, dei pazzi o dei criminali”.

Queste parole possono aiutarci ad analizzare al meglio il contesto che ci circonda: essa, infatti, non gioca un ruolo cruciale solo nel campo giornalistico, ma è una relazione che si riflette in ogni ambito del vissuto.
Senza entrare nel merito di questa triste vicenda, basti pensare agli ultimi fatti di cronaca e alla polemica riguardante il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Da una parte troviamo la credibilità universale nei seguaci che chiedono i selfie in chiesa ai funerali di Stato, per poi difendere il proprio “capitano” dagli attacchi social. Dall’altra si trova il discredito universale, nelle figure di chi si indigna a tal punto da rendere un selfie notizia. Ovviamente, la credibilità (o il discredito) che attribuite al personaggio vi indicheranno in modo intuitivo da che parte stare.

Pertanto, essa dipende a sua volta dai contesti sociali e dal background dell’individuo giudicante, così come dalla nomina che chi comunica le notizie si costruisce negli anni: l’immagine che il cronista (o l’attore politico, in base al contesto in cui ci muoviamo) dà di sé risulta di centrale importanza.

Tornando al campo giornalistico, le firme celebri riescono a diventar tali grazie al lavoro svolto negli anni e alla relazione di fiducia che instaurano con il proprio pubblico di riferimento.
Come sottolinea il sociologo Pierpaolo Donati in Teoria relazionale della società la credibilità come relazione presenta sempre una dimensione intenzionale, comunicativa e simbolica di riferimento a un altro soggetto, così come una dimensione di legame con l’altro, caratterizzato dagli aspetti strutturali, materiali e condizionali.

Secondo Gili, tuttavia, la credibilità si fonda su tre radici in base ai quali i riceventi accreditano o meno un emittente come degno di fiducia.
La prima di queste è la radice cognitiva, che si basa sulla competenza: tendiamo a fidarci di qualcuno perché lo consideriamo un esperto in materia, che sia un giornalista, un insegnante, un politico, un giornalista. A riguardo, alcune ricerche condotte da Hovland negli anni Cinquanta, dimostrano che chi è considerato una fonte competente (godendo così di high credibility) ha molte più possibilità di influenzare le scelte e le opinioni di terzi, a dispetto di chi suo malgrado gode di low credibility.
In secondo luogo, la radice valutativa-normativa: consideriamo più credibile chi si allinea maggiormente ai nostri valori o stili di vita. In questo caso, possono esserci differenze in base alla società in cui si vive.
Infine la radice affettiva-espressiva (meno importante nel settore giornalistico o politico): mi fido di qualcuno perché gli voglio bene.

Guido Gili, nelle pagine de “La credibilità. Quando e perché la comunicazione ha successo”, ridisegna in termini relazionali lo schema parsonsiano AGIL.
La A di adattamento viene utilizzata per indicarla come risorsa: può essere utilizzata per ottenere dei risultati o degli scopi: in ottica parsonsiana diventa un fattore di adattamento nei contesti sociali.
La G di perseguimento degli scopi è affidata alla credibilità come scopo. Oltre a poterci permettere di raggiungere degli scopi, è essa stessa uno scopo. Pertanto, gli individui, le aziende, le istituzioni, impiegano risorse per ottenere o accrescere la propria credibilità.
Alla I di integrazione, corrisponde la credibilità come norma. Come brillantemente osservato da Gili sono i confini dei gruppi a stabilire chi è credibile o meno. Chi appartiene alle mie stesse cerchie sociali avrà maggior credibilità ai miei occhi. Stessa credibilità che andrà ad incidere su ogni influenza di tipo sociale.
Infine, la L di latenza, in questo caso rappresentata dalla credibilità come orientamento all’umano. Nelle diverse relazioni che compongono le fitte trame dell’esistenza, ogni agente sociale tende ad attribuire una credibilità al proprio interlocutore.

Alla luce di quanto detto, la credibilità, oltre ad essere elemento fondante della maggior parte delle relazioni umane e sociali, diventa automaticamente uno dei capi saldi del giornalismo e in particolar modo dell’inchiesta giornalistica: senza di essa c’è la menzogna.

Alcune delle ricerche degli studiosi appena menzionati rendono un po’ più semplice la spiegazione dei complessi meccanismi che ci inducono ad attribuire credibilità o discredito a qualcuno (giornalisti, politici, istituzioni).
Dunque appare di centrale importanza scegliere in modo ponderato, facendo forza sul proprio spirito critico, le figure cui attribuire credibilità o discredito.

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