Dal Carroccio a Messina Denaro: quello sporco affare dell’energia rinnovabile

Da Messina Denaro al Re del Vento
Su Matteo Messina Denaro aleggia un alone di mistero. I pentiti, collaboratori di giustizia, declassano il super latitante a capo esclusivo del trapanese e Gaspare Mutolo, un tempo braccio destro e autista di Totò Riina, ha dichiarato che “la mafia è stata decapitata. Palermo non permetterebbe mai a Messina Denaro di fare il capo. I palermitani non gli permetterebbero mai di guidare Cosa nostra”. Nonostante questo però, Messina Denaro, boss di Castelvetrano, rimane tra i pochissimi privilegiati dell’era stragista, vivi e a piede libero; c’è chi dice sotto protezione della criminalità calabrese, reduce addirittura da operazioni di chirurgia plastica che lo hanno reso irriconoscibile, sia nel volto che nelle impronte digitali. Il boss latitante non ha un ruolo attivo nel business dell’eolico ma da questo sembra arricchirsi; come Atlas ha già raccontato in passato, il boss sembra infatti legato a doppio filo con un altro viso fondamentale del business: Vito Nicastri.

Il ‘Re del Vento’, di Alcamo, fu arrestato nel 2018 e messo ai domiciliari, da cui però violava in maniera reiterata i divieti di comunicazione che gli erano stati imposti. Mercoledì 24 aprile 2019, il Pm di Palermo ha chiesto per lui una condanna a 12 anni, con l’accusa di concorso in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Difatti Nicastri, ancora prima del business dell’eolico, entra nel mirino della giustizia come prestanome del patrimonio di Matteo Messina Denaro, che gli verrà per questo confiscato. È il pentito Lorenzo Cimarosa a parlare del collegamento Nicastri-Messina Denaro, di borse piene di soldi che di mano in mano sarebbero arrivate fino al super latitante: “i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, c’erano stati problemi perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches”.

Dalle connivenze mafiose all’imprenditoria: il ‘gruppo Arata-Nicastri’
Nicastri si muove dalla criminalità organizzata al mondo dell’imprenditoria, si parla infatti di quell’affare fruttuoso e statale che i magistrati palermitani attribuiscono al ‘gruppo Arata-Nicastri’. L’imprenditore Paolo Arata è un nome che da sempre, come conferma il leghista doc Roberto Maroni, riecheggia nei corridoi del Carroccio. Matteo Salvini dal canto suo nega una conoscenza approfondita dell’imprenditore e dichiara: “l’ho incontrato soltanto una volta”. Il ‘gruppo Arata-Nicastri’ però, ha incassato fondi a sostegno del mini eolico tramite il Gse (‘gestore di servizi energetici’), che altro non è che una società per azioni controllata dal ministero delle Finanze, che si occupa quindi di erogarne i fondi. Sono fondi del ministero perciò, quelli che confluiscono direttamente nei business di Arata-Nicastri.

La famiglia Arata e Palazzo Chigi:  da Siri, Salvini e Giorgetti fino a Steve Bannon
Il fil rouge che lega Nicastri ad Arata arriva poi fino alle porte di Palazzo Chigi giungendo all’inchiesta su Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Siri è attualmente indagato perché, secondo gli atti, “proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto mini eolico, riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30 mila euro da parte di Arata”. Si parla di favori reciproci, di un Arata che chiese l’inserimento nel contratto di Governo di una nota riguardante il biometano, così da liberarsi – di comune accordo con Nicastri – dal controllo e l’ostruzionismo fatto dalla consigliera di Alcamo, Valentina Palmeri, che “con le sue denunce stava facendo saltare il business del biometano”. Nel contratto di Governo comparirà quindi, come per magia, un riferimento al fatto che: “verranno valutate sperimentazioni sul ciclo di vita di impianti a biometano”.
Secondo la ricostruzione investigativa è proprio a questo punto che Siri chiede indietro il favore: vuole un posto nell’esecutivo e lo vuole tramite i contatti americani che la famiglia Arata intrattiene. Armando Siri diviene quindi sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti e i contatti americani della famiglia, nello specifico di Federico Arata (figlio dell’imprenditore Paolo), favoriscono l’avvicinamento prima, e l’incontro poi, il 7 settembre, tra Matteo Salvini e Steve Bannon, leader di ‘The Movement’, punto di riferimento globale per i sovranisti. Il coinvolgimento della ditta Arata-Nicastri si espande a macchia d’olio anche ai junior, con intercettazioni che coinvolgono Manlio, figlio del Re del Vento e Federico Arata, che è attualmente nel mirino delle inchieste per corruzione. Arata junior, oltre ad essere il mediatore nei rapporti Bannon-Salvini, è un ulteriore tallone d’Achille per la Lega perché risulta assunto nell’entourage dei collaboratori di Giancarlo Giorgetti, numero 2 del Carroccio. A detta dell’ex segretario Maroni in un’intervista a La Stampa infatti, il vero problema “non sarà Siri, ma Giorgetti… ”.

Salvini appare sereno e dichiara di non essere a conoscenza di questa storia, di non conoscere bene Paolo Arata e di avere piena fiducia in Siri, ma a Palazzo Chigi è guerra aperta e i 5S sono scesi in trincea. Dopo i rimproveri e la sfiducia di Di Maio non tanto a Matteo ma “a chi gli sta intorno”, Manlio Di Stefano, sottosegretario M5S agli Affari Esteri fa sapere che:

“Paolo Arata, l’imprenditore vicino a Nicastri, era stato proposto da Salvini come possibile presidente di uno dei più importanti enti del panorama energetico italiano, cioè Arera. Come mai Salvini propose proprio Arata? E Salvini come fa a dire di non conoscere bene Arata se lo ha proposto ai vertici di Arera, ha condiviso foto di Arata sui social, lo ha invitato in un convegno della Lega? Senza dimenticarci poi un altro piccolo dettaglio: Arata ha redatto il programma energetico della Lega. Salvini ha il dovere di chiarire immediatamente e di spazzare via qualsiasi ombra su questa inchiesta. Non può rimanere in silenzio in eterno difendendo ad oltranza la posizione di Siri nonostante ci sia di mezzo una indagine per corruzione dove emergono anche legami con il mondo mafioso”.

Mentre quindi il Governo si scanna, Messina Denaro continua ad essere libero e il business dell’eolico da frontiera ecosostenibile diviene un piatto sempre più succulento per affari sporchi e connivenze mafiose, anche il mondo dell’informazione non trova pace ed è bufera sulle intercettazioni che coinvolgono la Lega. L’Agi riporta infatti che, Repubblica e Corriere virgolettano a mò di intercettazione frasi che secondo La Verità e Il Giornale sono riportate solo a memoria dalle fonti, frasi che alcuni sostengono di non aver trovato nei testi delle conversazioni intercettate. La verità, per Il Fatto Quotidiano, sta come al solito nel mezzo: la procura di Roma infatti, ha deciso di non depositare la conversazione in cui Arata parla dei soldi ma il capo di accusa per il sottosegretario rimane chiaro e sempre lo stesso. E così la Lega, forse influenzata da quello stato confusionario, tipico del suo alleato di Governo, si definisce dichiaratamente garantista con Siri ed esplicitamente giustizialista con Raggi. E intanto Greta aspetta risultati concreti,  anche da quell’eolico che, in Italia si è fatto ‘magnamagna’.

Un pensiero riguardo “Dal Carroccio a Messina Denaro: quello sporco affare dell’energia rinnovabile

  • 26 Aprile 2019 in 18:54
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    Questa nuova generazione di leghisti sono cinici ed in malafede sarebbe opportuno approfondire anche le modalità di sparizione dei 49 milioni di € e le società estero vestite messe in piedi dai commercialisti di Salvini (diventati anche deputati e senatori) per aggirare la legge italiana sul finanziamento ai partiti, per fortuna in Italia abbiamo buoni giornalisti investigativi che alimentano le indagini della magistratura su questi delinquenti mascherati da politici per bene ….

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